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Dov’è ora ciò che è stato

marzo 7, 2011

In uno degli ultimi giorni di inverno l’autostrada che da Parma va a la Spezia sormontando l’Appenino è avvolta, appena si lascia la pianura, da una coltre di nuvole basse. L’orizzonte del passo della Cisa è oscurato. Si va sul nastro d’asfalto
deserto che sale, e sembra di procedere, in quella caligine color ferro, verso un ignoto destino. Accanto, si mostrano tra la nebbia i dorsi aspri dell’Appennino. Costeggi pareti di rocce brune che paiono tagliate in sezione: stratificate le età geologiche, pietrificati i millenni in strisce sottili. Corvi neri, bassi, le ali spiegate nell’aria immota. A tratti un borgo di cascine, un filo di fumo dai camini. Allora in questo grande silenzio mi ricordo che la mia nonna paterna veniva da uno di questi paesi. Sei o sette fratelli, alla fine dell’Ottocento, in una casa come queste che vedo arrampicate sulle colline già aspre sopra alla valle del Taro.

 

E chissà, mi dico, che freddo faceva in quelle stanze di pietra, in un febbraio come questo; chissà come erano gelide le lenzuola, quando si andava a dormire. Avranno avuto una stalla? Allora certo la sera, come nelle altre nostre campagne, ci si trovava lì, in quel tepore di bestie, a discorrere. Le vecchie dicevano il rosario. E mia nonna Aldobrandina, detta Dina, com’era nei suoi quindici anni, alle soglie del secolo nuovo? Le foto che ho la mostrano già quasi vecchia, lo sguardo intenso, gli zigomi larghi su una faccia forte da emiliana. E forte doveva essere mia nonna, cresciuta fra le montagne, dividendo in otto le patate di questi campi stentati. Poi un fratello emigrò in Svizzera e morì in miniera, due partirono per l’America.

 

Mia nonna a vent’anni scese a Parma, a fare la domestica in una casa di signori.
E mentre l’auto docilmente sale – quattro ruote motrici, Abs, centosessanta cavalli
– cerco di immaginarmi quel viaggio della nonna Dina, giù per i tornanti della Cisa verso Parma, intorno all’anno 1910. Una corriera ansimante e carica di povera gente; pacchi, bambini, polli legati per le zampe. E lei, fanciulla, sola, con una valigia legata con lo spago, e forse l’indirizzo di una parrocchia in tasca. Come deve essere stato duro staccarsi da questo orizzonte di severe montagne e sbarcare nella pianura, aver paura di perdersi nelle strade affollate della città. Di lei so poco. Solo che è andata a Messa ogni mattina all’alba, per tutta la vita, e che si innamorò di mio nonno, anarchico e socialista. Insieme per sempre. (Poterli vedere soltanto per un attimo,
quei due ragazzi, ciascuno ostinato nella sua fede, divisi eppure uniti, nel giorno in cui andarono all’altare). Ma il tempo è una cortina ben più impenetrabile di queste mura di nuvole color ferro, sulla Cisa. E sali, sali verso il passo, sognando di vedere ciò che è stato, ciò che ti ha originato. Ma solo corvi, e rocce. Ciò che è stato, è altrove. In Dio, forse; quel Dio pregato da mia nonna ogni mattina all’alba. In Dio. Insieme ai figli dei tuoi figli, che un giorno forse nasceranno. Mentre l’auto sale cerco di immaginarmi quel viaggio della nonna Dina, giù per i tornanti verso Parma, intorno al 1910. Una corriera ansimante e carica di povera gente; pacchi, bambini, polli legati per le zampe. E lei, fanciulla, sola, con una valigia legata con lo spago, e forse l’indirizzo di una parrocchia in tasca. Come deve essere stato duro staccarsi da questo orizzonte di severe montagne e sbarcare nella pianura, aver paura di perdersi nelle strade affollate della città.

 

Di lei so poco. Solo che è andata a Messa ogni mattina all’alba, per tutta la vita, e che si innamorò di mio nonno, anarchico e socialista. Insieme per sempre. (Poterli vedere soltanto per un attimo, quei due ragazzi, ciascuno ostinato nella sua fede, divisi eppure uniti, nel giorno in cui andarono all’altare). Ma il tempo è una cortina ben più impenetrabile di queste mura di nuvole color ferro, sulla Cisa. E sali, sali verso il passo, sognando di vedere ciò che è stato, ciò che ti ha originato. Ma solo corvi, e rocce. Ciò che è stato, è altrove. In Dio, forse; quel Dio pregato da mia nonna ogni mattina all’alba. In Dio. Insieme ai figli dei tuoi figli, che un giorno forse nasceranno. 

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