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Dossier – Quando una collezione d’arte infrange i canoni tradizionali?

dicembre 12, 2013 Mariapia Bruno

<<L’arte di collezionare comporta, almeno per quanto mi riguarda, qualcosa di compulsivo>> – afferma David Walsh, collezionista e matematico australiano decisamente atipico che si è arricchito giocando al casinò e fondando una società di scommesse su corse di cavalli e di cani. <<Sono un collezionista e lo sono sempre stato, quando ero bambino collezionavo francobolli, libri, monete australiane, ma non gli amici>>. Ma adesso che è adulto vanta una collezione eterogenea di numismatica, archeologia, arte etnografica e contemporanea, che possiamo vedere in Europa, fino al 12 gennaio 2014, presso la Maison Rouge di Parigi all’interno della retrospettiva Theatre of the world (Teatro del mondo). La sua filosofia è sempre stata quella di imparare collezionando, e viene perfettamente riflessa all’interno del percorso espositivo curato da Jean-Hubert Martin, che ha costruito la mostra lasciando da parte le domande di partenza che generalmente si pongono i curatori – ovvero quale è l’idea centrale o il tema del percorso espositivo da cui partire – per creare una sorta di miscellanea della conoscenza in cui si trovano riferimenti che vanno dal Teatro della Memoria dell’umanista rinascimentale Giulio Camillo (che concepì l’idea di un teatro che recasse l’impronta mnemonica della conoscenza universale), alla Genesi e all’origine delle cose, all’idea del Doppio, degli Animali, dell’Astrazione, della Separazione, dell’Aldilà.

E’ un approccio espositivo più antropologico che da storico dell’arte, in quanto lo stesso curatore, in perfetta sintonia col collezionista, muove da un’idea che si discosta da quella tipica visione della realtà della seconda metà del XX secolo secondo la quale tutto deve esser suscettibile di narrazione, e presenta una mostra dove forse il bello è quello di andare impreparati, per imparare guardando questa miscellanea di oggetti presentati come in una wunderkammer dei nostri tempi. Il modello espositivo ricalca quello del museo Mona (Museum of Old and New Art) di Hobart, in Tasmania, che conserva la più grande collezione di Walsh (che è peraltro il suo fondatore) e che lo stesso collezionista ha descritto come una <<Disneyland sovversiva per adulti>>. Perché è proprio l’idea del lasciarsi dietro le regole e le tendenze ormai “confezionate” del bel mostrare d’arte a dar sapore ad un evento del genere, sovversivo, ma non troppo.

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