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Dossier – La ricercata collezione d’arte della Galleria Doria Pamphilj

novembre 14, 2013 Mariapia Bruno

Di collezioni d’arte di prestigio in antiche ville e case museo nobiliari ce ne sono tante. Ma quando all’interesse per il collezionismo si unisce la passione e la libertà di inseguire un proprio gusto, la raccolta d’arte diventa qualcosa di eccezionalmente unico, e le opere che riempiono quelle stanze dai soffitti affrescati si trasformano in silenziosi padroni di casa, che narrano dei tempi passati accogliendo gli sguardi degli spettatori presenti. E’ questo quello che accade una volta attraversato il chiostro e raggiunto il primo piano dell’antico Palazzo Doria Pamphilj nel cuore di Roma, dalla metà del Seicento dimora elegantissima e di gusto poco fiabesco e piacevolmente inglese di principi e principesse di storiche famiglie come i Della Rovere, gli Aldobrandini, i Landi, e soprattutto, i Doria Pamphilj. Ma sono altri nomi a risuonare con forza mentre si percorrono le sale illuminate da grandi finestre e preziosi lampadari, quelle di tutti gli artisti che contribuirono a trasformare questa casa privata d’élite in una galleria d’arte a gestione familiare.

Dalle dimensioni e dalle cornici più disparate, centinaia di dipinti tappezzano in lungo e in largo le pareti delle stanze, secondo l’antica usanza di non lasciare spazi vuoti. E mentre l’accoglienza nelle prime sale ce la riservano il paesaggista Gaspard Dughet (1615-1675), cognato del ben noto Nicolas Poussin, e il classicheggiante e un po’ manierista Guillaume Courtois (1628-1679), una volta attraversata la sala da ballo e ammirata l’incantevole Cappella, che conserva ancora le spoglie di Santa Teodora e del martire Centurione, si incontrano i dipinti di chi la storia dell’arte l’ha fatta veramente, imprimendo il proprio nome nella memoria collettiva. Da Tiziano Vecellio (1485-1576), qui presente con Salomè con la testa del Battista, a Claude Lorrain (1600-1682), da Il Guercino (1591-1666), di cui si ammira il toccante Erminia ritrova Tancredi ferito, a Velázquez (1599-1660), che strega i visitatori con il Ritratto di papa Innocenzo X Pamphilj, un’opera così realistica di cui lo stesso Innocenzo pare abbia detto: <<è troppo vera>>.

Ma la sensibilità e il gusto ricercato della collezione è testimoniato dalla presenza di una grande quantità di opere di pittori fiamminghi e olandesi, primo fra tutti Jan Brueghel il Vecchio (1568-1625). La straordinaria abilità del capostipite della dinastia dei Brueghel nella resa minuziosa, fotografica, miniaturistica di tutti i dettagli del mondo naturale, animale e umano è testimoniata, tra le altre, da opere come Il Paradiso Terrestre con il Peccato Originale, dove una ricercata descrizione di flora e fauna porta in secondo piano la storia della Genesi, Paesaggio con Creazione degli animali, Paesaggio con fonderia, Allegoria del Fuoco e Allegoria dell’Acqua. Non poteva, poi, non essere presente Caravaggio (1571-1610), con un tris di opere composto dal delicatissimo Riposo durante la Fuga in Egitto, un vero trionfo di virtuosismi (la precisione con cui vengono rese le pagine dello spartito che San Giuseppe regge all’angelo che suona il violino, il panneggio del leggero drappo che si attorciglia attorno all’angelo, l’occhio attento dell’asinello che pare ascoltare la musica con la stessa attenzione del Santo) e sentimenti (il tenerissimo abbraccio della Madonna che si addormenta con il Bambino), la Maddalena penitente, il cui volto e la cui posa ricalcano quella della Madonna dell’opera che le è accanto, e il San Giovanni Battista.

Apprezzato ancora da pochi, il Compianto su Cristo morto con un donatore di Hans Memling (1430-1494)è forse l’acquisto che per l’unicità del suo genere costituisce un cardine che aggiunge un valore d’eccezione all’intera collezione. Esso rappresenta la sintesi del gusto fiammingo di fine Quattrocento, quello dei cosiddetti “primitivi fiamminghi”, raffinatissimi interpreti di una ritrattistica che finalmente, sulla base di quella elegante nobiltà di sagome e gesti che possedeva già per tradizione, comincia a concedersi la libertà delle emozioni. E mentre il volto di Cristo racconta il dolore rassegnato di chi si abbandona alla morte, l’espressione  ferma della Madre che lo bacia sostenendolo è una grande dimostrazione della forza umana che tende al divino. A destra della Maddalena rappresentata in abiti da corte mentre si asciuga le lacrime dal viso, il donatore, tutt’ora sconosciuto, viene ritratto in preghiera e pare meditare sul destino dell’uomo. Sullo sfondo, al di là del colle con le croci, la veduta di una cittadina del nord dai tratti ancora medievali, circondata da mura, foreste e valli i cui dettagli, “primitivamente” ricercati, non si disperdono neanche in lontananza.

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