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Dossier – Il Seicento rivive lo splendore di una volta a Palazzo Spada

dicembre 5, 2013 Mariapia Bruno

Ogni tanto si può fare un salto in un passato senza lacune e sbavature, visitando quei luoghi che custodiscono gelosamente  le collezioni che lì sono nate per volere di quelli che oggi ci appaiono lungimiranti padroni di casa. E’ quello che succede alla Galleria Spada, nell’omonimo Palazzo romano appartenuto all’omonimo cardinale Bernardino (1594-1661) che lo acquistò nel 1632 e che subito lo fece sbocciare con opere d’arte siglate da artisti come Guido Reni, Guercino e l’Albani. E ancora oggi, varcando il piccolo ingresso della biglietteria sul retro del palazzo e saliti i gradini di una antica scala a chiocciola, è facile sentirsi catapultati nel dorato e patinato XVII secolo, nelle stanze private di un amante dell’arte e dell’apparire, riaperte al pubblico, dopo un periodo di chiusura coincidente con gli anni Quaranta, nel 1951 grazie all’impegno di Federico Zeri, allora direttore del museo, che fece rientrare in sede una serie di opere disperse durante la guerra cercando di ricostruire, al contempo, l’assetto primitivo di questa piccola raccolta privata.

Sono solo quattro le sale aperte al pubblico, rivestite da cima a fondo di sculture antiche, arredi e mobili d’epoca, ma il numero dei dipinti che rivestono le pareti è tale da non lasciare vuoto nemmeno un angolo. Spiccano tra le opere pittoriche la dolce Madonna con Bambino di Artemisia Gentileschi, artista di scuola caravaggesca come il padre Orazio (anch’egli presente con l’opera Davide con la testa di Golia), la Sacra Famiglia di Simone Cantarini, la straordinaria Cattura di Cristo dell’olandese Gerard van Honthorst (più noto come Gherardo delle notti) dove la luce di una candela illumina lo sguardo di compassione e rassegnazione di Cristo consapevole del suo destino, e il Compianto sul Cristo morto di Orazio Borgianni, dove sia l’espressione dolente degli astanti che la posizione di scorcio di Cristo ci riporta immediatamente alla memoria la più nota Pietà del Mantegna, oggi conservata presso la Pinacoteca di Brera di Milano. La ciliegina sulla torta si trova nel cortile, dove si può ammirare la celebre Galleria Prospettica di Francesco Borromini eseguita tra il 1652 e il 1653: qui il bello sta nel gioco della profondità (illusoria) che da lontano suggerisce un corridoio di oltre trenta metri, ma avvicinandosi, passo dopo passi, si svela una profondità (reale) di circa nove metri. Provare per credere.

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