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Dossier – Hans Memling, il più dotato ed eccellente pittore dell’intero mondo cristiano

ottobre 23, 2014 Mariapia Bruno
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Hans Memling, Ritratto d’uomo con una moneta romana (Bernardo Bembo?) 1473-1474 (?). Olio su tavola, 31 x 23,2 cm, Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten

Non c’è niente di più romantico di passeggiare per le strade dell’elegante Bruges, che se non fosse per quei negozi e per quei bei ristoranti sembrerebbe essere una cittadina senza tempo, dove da un momento all’altro ti aspetteresti una carrozza al posto di una macchina, e una barca a remi a posto di quelle a motore che oggi permettono un indimenticabile tour tra i piccoli canali, incluso quello dell’amore dove si possono ammirare splendidi cigni. E chissà come doveva esser bella ai tempi di Hans Memling (Baviera 1430-40 – Bruges 1494) , con un viavai di donne eleganti e uomini a cavallo, i modelli bellissimi e longilinei che ancora oggi possiamo ammirare sulle tele dell’artista che a Bruges fu ricoperto di ori e onori, e che fu definito da un dotto del tempo come <<il più dotato ed eccellente pittore dell’intero mondo cristiano>>. Ma nonostante l’etichetta di “grande maestro minore”, che gli affibbiò severamente Erwin Panofsky nel 1953, che lo declassò al rango di mediocre discepolo del ben più coronato Rogier van der Weyden, se cogliamo l’occasione di ammirare le sue opere ospitate, fino al 18 gennaio 2015, alle Scuderie del Quirinale di Roma, all’interno della mostra intitolata Memling. Rinascimento fiammingo, ci rendiamo subito conto come il suo talento sia tutt’altro che di seconda fascia.

Quello che risalta immediatamente ai nostri occhi è il suo attaccamento alla tradizione, il suo spirito d’osservazione e la sua predilezione per temi positivi e rassicuranti: una volta assorbite le norme Rogeriane sulla bellezza, Memling sceglie di applicarle all’interno di rappresentazioni di momenti gioiosi,  in opere che hanno come soggetto la Redenzione o la Trasfigurazione. Tende a glissare sulle tematiche che possono turbare. Prendiamo ad esempio la Passione di Cristo (1470), prestata dalla Galleria Sabauda di Torino: le stazioni della Via Crucis descritte nei Vangeli, dall’entrata in Gerusalemme all’incontro con i pellegrini di Emmaus, ci sono tutte, e sono tutte ben descritte. Ma quello che sentiamo non è il dolore empatico per la passione di Cristo: di fronte a questo microcosmo narrativo proviamo stupore e meraviglia, una sensazione che ci fa quasi sorridere per la bellezza di questa “raffigurazione simultanea” di diversi episodi, che ci vengono raccontati con un impianto teatrale che ha dato il via alla tradizione iconografica di “panorami con la Passione” (Gerth, 2010).

Anche nel caso dei ritratti Memling si fa portatore di una invenzione portata avanti da Petrus Christus e da Bouts: inserire il mezzobusto del soggetto in uno spazio aperto. Non c’è più la finestra a separare il protagonista dal giardino voluttuoso che si espande alle sue spalle, e il suo viso guadagna in importanza e dignità. Ne è un pregevole esempio il Ritratto d’uomo con una moneta romana (forse Bernardo Bembo) (1473-74), in prestito dal Koninklijk Museum voor Schone di Anversa, battuto all’asta a Parigi nel 1807 come Ritratto di un antiquario e attribuito ad Antonello da Messina, riattributo a Memling da Weale nel 1871, dopo che fu donato alla città che ancora oggi lo conserva. Può sembrare assurda l’attribuzione dell’opera al maestro dell’Annunziata, ma all’epoca, l’ammirazione italiana per lo stile fiammingo era davvero diffusa.

E’ stato stimato che circa il venti per cento delle commissioni note di Memling sia stato realizzato per una clientela italiana e che egli fosse, per il numero di suoi dipinti individuati, il pittore fiammingo quattrocentesco più presente sul territorio italiano nell’ultimo quarto del secolo: i dipinti sono associati soprattutto alla città di Firenze, che nel tardo XV secolo vantava la più numerosa colonia italiana e Bruges, e in misura minore a Venezia. L’amore dei committenti italiani per i dipinti fiamminghi era palese: Alfonso d’Aragona, re di Napoli , Leonello d’Este, marchese di Ferrara, i Medici, possedevano nelle loro collezioni i dipinti di Jan van Eyck e Rogier van der Weyden. A Memling venivano richiesti soprattutto ritratti, che egli realizzava in quel modo così realistico che solo la pittura ad olio poteva fare: luci, forme e consistenze materiche approfondivano quella sensazione di verosimiglianza e le creazioni dovevano apparire, agli uomini del tempo, quasi miracolose. Anche gli scrittori commentavano l’abilità dei fiamminghi nel dipingere individui ai quali sembrava che “mancasse solo l’anima”.

E la nostra anima, cosa prova dopo cinquecento anni guardando queste meraviglie fortunatamente ancora ben custodite? Cosa si prova davanti a quel Cristo benedicente (1485), copiato nel dettaglio dal Ghirlandaio nel 1490, che pare voglia porgerci la sua mano sinistra? E cosa si prova davanti quell’elogio della tenerezza della Madonna con Bambino (Maria lactans) (1475-1480), dove lo sguardo della Vergine è lo sguardo che accomuna tutte le mamme e i papà del mondo quando stringono, orgogliosi, al collo i propri bambini? Siamo pronti ad ascoltare la storia della ragazza pensierosa del Ritratto di donna (frammento) (1480-85 circa) e le preghiere del Ritratto di giovane uomo in preghiera (1485-1490 circa)? E chissà se nel momento in cui lo ha realizzato, lo stesso Memling pregava che attraverso di lui e di tutti gli altri personaggi resi dalla sua tela immortali, potesse anche lui esser mai dimenticato.

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