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Dopo la Veglia. Perché i martiri cristiani danno fastidio (anche a certa Chiesa)

maggio 26, 2015 Rodolfo Casadei

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Per una coincidenza di vari impegni ho partecipato alla Veglia di Pentecoste “nel segno dei martiri” nella mia città d’origine: Forlì, Romagna. Era davvero ben preparata: un parroco era da poco tornato dal Kurdistan iracheno, e il primo atto della veglia, una volta che il popolo in processione è entrato dentro al Duomo cittadino, è stata la proiezione di immagini dei profughi cristiani a Erbil commentate da lui. Nella sua parrocchia è presente in certi periodi un diacono siriaco cattolico della diocesi di Mosul, e questo fatto provvidenziale ha creato un legame reale fra la Chiesa che è in Forlì e i siriaci antiocheni dell’Iraq.

Il racconto di prima mano della vita dei cristiani durante e dopo gli attacchi che li hanno costretti a fuggire si è concluso con la proiezione della famosa intervista televisiva a Myriam, la bambina cristiana di 10 anni costretta ad abbandonare la sua casa di Qaraqosh che ha commosso mezzo mondo per il suo esprimersi senza odio verso i jihadisti e per la naturalezza con cui comunica la sua fede in Gesù. Quindi è venuto il momento dell’intervento del vescovo, mons. Lino Pizzi, che ha riproposto la domanda che tutti ci interroga di fronte a quello che sta succedendo ai nostri fratelli nella fede: «E noi cosa faremmo se ci trovassimo in una situazione simile alla loro? Sapendo che la persecuzione finirebbe subito se ci sottomettiamo? Noi abituati ad adattarci all’ambiente anziché a sfidarlo?».

In tanti luoghi la veglia è andata così. Ma non in tutte le diocesi italiane è andata così. In molti casi il tema proposto dalla Cei per la veglia è rimasto ai margini. In alcuni è rimasto addirittura fuori: non ve n’era traccia nelle comunicazioni dei siti internet diocesani relative ai contenuti della Veglia di Pentecoste. Spesso volantini e manifesti che invitavano alla celebrazione recavano in grandi caratteri la citazione scritturale scelta come titolo dell’evento, mentre il riferimento ai cristiani perseguitati era relegato in un angolino, in caratteri tipografici di difficile lettura. Questi fatti incresciosi hanno una spiegazione, credo: la veglia di Pentecoste è oggetto di accurate programmazioni decise da lunga data e rientra in piani pastorali quinquennali o decennali. Spesso rappresenta il momento privilegiato dell’incontro fra il vescovo e “i giovani”. L’invito della Cei a dedicare la veglia di Pentecoste ai cristiani perseguitati (e a “tante persone i cui diritti fondamentali alla vita e alla libertà religiosa vengono sistematicamente violati”) è arrivato, mi pare, attorno al 7 maggio, cioè poco più di due settimane prima della ricorrenza. Molti non se la sono sentita di modificare programmi decisi da tempo o di accantonare qualcosa che avevano già preparato per fare spazio all’invito dei vescovi italiani.

Potremmo collocare questo genere di infortuni al capitolo “autoreferenzialità” dei soggetti ecclesiali, difetto che papa Francesco ha evocato in più di un’occasione e che non riguarda, è bene sottolinearlo, solo uno o due movimenti. Il ripiegamento su se stessi, sulle proprie ritualità che soddisfano i bisogni psicologici di rassicurazione (attraverso l’isolamento da una realtà sempre più inquietante), appartenenza a un collettivo, gestione del senso di colpa (la leadership del gruppo prima evoca e poi placa i tuoi sensi di colpa, in un procedimento circolare e dunque senza fine) è tentazione che riguarda ogni aggregazione umana; pertanto la Chiesa in tutte le sue forme e articolazioni non ne è esente. Ma nel caso dei cristiani perseguitati e martiri mi pare sia in questione qualcosa di più grande ancora. I sintomi di autoreferenzialità rimandano a una malattia più profonda.

Il problema di fondo è che la persecuzione e il martirio dei cristiani fanno fatica a trovare posto nell’autocoscienza della Chiesa. Non sappiamo dove collocarli. Rappresentano l’imprevisto che sconvolge le programmazioni, l’evento inquietante che mette in discussione il quieto vivere. Il riflesso è di respingere lo sconvolgimento, o meglio: riassorbirlo. Allora quello che si fa è mantenere la programmazione e trovare una collocazione, un posticino per l’imprevisto dentro alla programmazione.

Il problema naturalmente non riguarda solo la Chiesa. Riguarda tutta la società, cioè credenti e non credenti immersi in una certa cultura dominante. La società italiana e le società delle varie nazioni europee fanno fatica a trovare un posto per i cristiani perseguitati e martiri nel discorso pubblico. Il senso della giustizia e la sensibilità della coscienza morale delle nostre società sono molto poco toccate da quello che succede ai cristiani oggi. Perché la testimonianza dei cristiani perseguitati e martiri è imbarazzante e ci mette tutti in difficoltà? Ci sono più motivi. Il primo è la constatazione che c’è gente che è pronta a soffrire, che è disposta a perdere molto di ciò che ha, a vivere nell’insicurezza, a rischiare la vita, a perdere la vita, per la propria fede in Cristo e per la propria fedeltà alla Chiesa e al battesimo ricevuto. Questo mette in crisi sia chi si dice cristiano, sia chi si professa non credente, agnostico o indifferente.

Mette in crisi chi si professa credente perché instilla il dubbio intorno allo spessore della fede personale. Siamo costretti a chiederci, come ha giustamente richiamato il vescovo di Forlì, cosa faremmo noi al posto dei nostri fratelli, sottoposti alle stesse pressioni. E la risposta non viene subito spontanea. Oppure viene spontanea a parole, ma dentro di noi preghiamo di non essere messi alla prova. Il tormento rimane. Ma ancor di più rappresenta uno scandalo per la cultura relativista che domina la società, secondo la quale non vale la pena battersi, rischiare la vita, morire per la verità. Semplicemente perché la verità non esiste, tutto è relativo. Che ci sia qualcuno che è pronto a soffrire in nome della verità è incomprensibile. Ed è supremamente imbarazzante, perché porta allo scoperto l’inadeguatezza morale dei fautori dell’etica illuminista post-cristiana rispetto a quella stessa etica che si sono orgogliosamente dati da sé, senza interferenze teologiche.

«Non sono d’accordo con te, ma darei la vita per permetterti di esprimere il tuo punto di vista» è aforisma attribuito a Voltaire che oggi può fare la sua comparsa solo in una rassegna umoristica: il solo sentirlo pronunciare scatena un riso irrefrenabile. L’elenco dei diversamente pensanti che ceto intellettuale e istituzioni difendono svogliatamente, ovvero non difendono affatto e anzi accusano di ogni nefandezza, si allunga ogni giorno di più. Quando le chiese cattoliche furono assalite in molti paesi del mondo in reazione al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, male inteso oppure inteso troppo bene da una parte del mondo islamico, virtualmente nessuna testata giornalistica laicista intervenne in difesa del diritto del Papa a esprimersi. Anzi, lo accusarono di mettere a repentaglio la pace religiosa, e quindi la pace tout court. E questa, in fondo, è anche la colpa che tacitamente qualche burocrate dell’apparato ecclesiastico attribuisce ai cristiani perseguitati: la Chiesa ha fatto tanta fatica a passare da una posizione di rigetto e di anatema nei confronti delle altre religioni a una di dialogo e apertura (Concilio Vaticano II), ed ecco che saltano fuori questi cristiani vecchio stile dell’Oriente e del Terzo Mondo che mettono a repentaglio il lavoro degli specialisti del dialogo facendosi perseguitare da fedeli di altre religioni. Fanno risorgere nel popolo semplice il sospetto che i credenti di altre religioni possano essere cattivi. Forniscono ossigeno ai partiti populisti che non vogliono le moschee, che incolpano di tutto gli immigrati extracomunitari, ecc.

La persecuzione e il martirio mettono in crisi il discorso sulla coesistenza pacifica fra le religioni, la retorica della convivenza multiculturale senza problemi, l’irenismo sul tema dell’immigrazione, il buonismo. Molti considerano questa coincidenza sfortunata. Sbagliano: la testimonianza dei cristiani perseguitati e martiri è provvidenziale per aiutarci a costruire su basi solide, sane e sincere i rapporti con i credenti di altre religioni, immigrati o indigeni di vecchia data che siano. Quella testimonianza spazza via i discorsi e la retorica sulle relazioni fra cristiani e musulmani, non la sostanza dei rapporti possibili. Costringe tutti alla sincerità, a distinguere fra i credenti di altre religioni insieme ai quali possiamo costruire un mondo di giustizia e di libertà –dunque dove la volontà di Dio viene compiuta- da quelli che sono nemici della giustizia e della libertà. Perché il punto non è “dialogare”, ma fare la volontà di Dio. E non c’è dubbio che la possono fare insieme uomini e donne di religioni diverse, o di nessuna religione. Riconoscere insieme il sacrificio dei cristiani perseguitati non è un ostacolo, ma la necessaria premessa a una collaborazione del genere.

(fine prima parte – continua)


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1 Commenti

  1. mery scrive:

    ….ENZO BIANCHI, per esempio…..

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