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Dare la vita per Cristo. Ecco le “madri adottive” della Casita de Belén

settembre 8, 2012 Aldo Trento

Cosa permette alle persone di muoversi prendendo sul serio la loro vita? Cosa può provocare la libertà affinché ci si metta in cammino guardando senza mai fermarsi il proprio destino? L’incontro con persone i cui tratti sono l’evidenza del Mistero presente. È un incontro carico di umanità, di passione per l’esistenza, per la realtà che suscita la santa curiosità: «Se lui e lei… perché io no?». 
Per questo abbiamo bisogno di alzare il nostro sguardo, per fissare i volti di coloro che ci testimoniano questa passione per Cristo e per gli uomini. Isabella e Lucilla sono ragazze di Milano, la prima di 19 anni e la seconda di 24, che da alcuni mesi vivono svolgendo il bellissimo e non facile compito di “madre adottiva” dei bimbi delle Casite de Belén. Le loro testimonianze sono una provocazione per ciascuno di noi, perché oggi non è facile incontrare giovani che decidano di dare la vita al servizio di Cristo che soffre nei bambini vittime di molte violenze.
paldo.trento@gmail.com

Premetto che solo con il tempo ho saputo dare un significato e un nome ai fatti che mi accadevano. Era l’agosto 2008 quando mio padre, al Meeting di Rimini, ha ascoltato per la prima volta don Aldo Trento. Una volta tornato a casa, tra tutta la mia grande famiglia, mi ha guardato e mi ha detto: «Isabella, devo parlarti di un uomo». Il giorno dopo, l’intervento di don Aldo è stato pubblicato e fin da subito, mentre leggevamo, era nato in me il profondo desiderio di conoscere, di vedere, ma avevo solo 15 anni, così non ho detto nulla. Ad aprile non riuscivo più a tacere questo desiderio e ho fatto richiesta per andare in Paraguay. Così è stato.

Il 20 giugno 2009, un anno dopo, a sedici anni, ho preso l’aereo per Asuncion dove mi sarei fermata un mese. Lavoravo nella Casita de Belén e nella casa per anziane Santa Anna. È stato difficile, faticoso, stancante a dismisura. Il 20 luglio sono tornata in Italia con il sentimento di essermi persa molto, di non aver vissuto appieno la mia possibilità: in quel mese, avevo davvero vissuto? Ancora una volta provavo il sentimento di dover tornare.

Eccomi qui dunque, due anni dopo, di nuovo nella Casita de Belén. Pensando a quella che è la mia esperienza, innanzi tutto ringrazio ogni giorno della preferenza che Dio ha avuto per me, attraverso mio padre, di portarmi qui. Perché è attraverso mio padre che Lui ha pronunciato il mio nome. Perché proprio io? La risposta è ancora lontana credo, ma Dio mi ha chiamata e questo mi commuove e mi pacifica.

Quando sono arrivata in Paraguay la seconda volta una cosa per me era chiara: qui si vive la morte e la resurrezione. La prima si vive nel vero senso della parola quando alla Clinica o alle case per anziani qualcuno viene chiamato. Si vive nella stanchezza fisica spesa a giocare ed educare i bambini. Si vive nell’arrabbiatura, nella sconsolazione di quando ti capita di litigare con le compagne di lavoro. Conseguente a questo è la morte che si vive nel proprio pensiero che dice che quello che fai non è abbastanza.

Quando vivo così mi sembra di tornare a vivere come due anni fa: sedicenne mi fermavo alla fatica quotidiana senza andare al fondo del mio vivere. Per usare una metafora: intingevo i piedi nella piscina, senza mai tuffarmi di testa! Cosa è cambiato quest’anno? Grazie alla compagnia che ho qui mi posso educare a vivere fin in fondo. Questa è la resurrezione!

La resurrezione è quando alla Clinica arrivano pazienti che nonostante la malattia hanno il sorriso come quello che ora ha Norma o quando nella casa per anziani San Joaquin, incontri Francisco che canta con me e i bambini le loro canzoni. Si vive nell’istante in cui in mezzo al caotico dì, un bambino ti si avvicina per dirti che ti vuole bene, quando sorride chinando la testolina, quando anche solo ti dice “sì”, quando li accompagni a scuola e ti invitano a sederti nel banco vicino, quando li metti a letto e ti chiedono di sdraiarti con loro, ti chiedono il bacio della buona notte, una fiaba. Si vive con la compagna di lavoro con cui fino a un attimo prima eri arrabbiata, quando ti ritrovi in una profonda passione, quando si propone una emergenza di un bambino. La resurrezione si vive anche dopo il richiamo ricevuto, quando riconosci che davvero puoi dare di più, che tu stessa sei di più di quella che pensavi, quando ti riscopri nell’azione capace di cose che neanche immaginavi di essere in grado di fare. La resurrezione è ogni volta che grazie alla compagnia che ho qui (padre Aldo, padre Paolino, Diana, Sergio, Lucilla, Irma, sorella Sonia e tutta la mia fraternità) non mi fermo al sentimento che sto provando (bello o brutto che sia), ma vado al fondo di quello che mi accade; quando mi ricordo il perché sono qui, quando mi ricordo che Dio non solo mi ha chiamata ma ha proprio pronunciato il mio nome.

Isabella Cornaggia

 

È da quattro mesi che sono in Paraguay, se mi guardassi indietro e dovessi raccontare tutto quello che mi è successo fino ad oggi e descriverlo in poche parole, potrei dire che ogni giornata è stata e continua a essere per me un’incredibile scoperta.

Fin dall’inizio è stato subito evidente quale sarebbe stata la portata della sfida che avevo accettato. Tutte quelle che erano state le mie più grandi immaginazioni si sono immediatamente cancellate lasciando il posto a una realtà che era cambiata radicalmente.

Mi sono ritrovata catapultata in una casa da gestire e 8 bambine dai 7 ai 13 anni da educare (Casita de Belén 1). Nonostante abbia sentito fin da subito una sproporzione grandissima rispetto al compito che mi era stato dato, per un’obbedienza alla ragione che mi aveva riportato qua e alla fiducia in padre Aldo che mi aveva permesso di fare questa esperienza, mi sono affidata, e mi son buttata molto intraprendentemente, percependo in questa nuova realtà un grande invito, una sfida per me, Lucilla Amicone.

La consapevolezza di questo dono, di questo compito che mi era stato affidato è stato il punto di ripartenza ogni volta che la lotta quotidiana, tra lo scoprirsi limitata e lontana dal ruolo che dovresti rappresentare per otto bambine e il rispondere alla realtà che avevo davanti, diventava serrata. Infatti, l’urto, le ferite e le provocazioni della vita quotidiana e degli amici sono stati e sono l’evidenza e la grazia di poter riaccorgermi di una realtà, di un’intensità del vivere, di una presenza che non penso da me, ma che continuamente scopro. Padre Aldo ripete spesso di «rompere la crosta del superficiale, dello scontato!» e arrivare sempre di più al fondo della realtà, al rapporto con l’Unico che mi rende così unita, felice, più me stessa.

Riscoprire sempre che tutta la mia umanità è abbracciata così com’è, mi rende completamente aperta e disponibile, tanto che a volte mi stupisco veramente di me stessa. Mi sono sempre chiesta come davanti alle mie bimbe, ognuna con il suo bel caratterino, «tutte leader» mi spiegava un mese fa la psicologa (in Italia alcune di loro si classificherebbero come “iperattive”, io le chiamerei solo pesadas: rompi balle), non ho mai mollato, mai ceduto di un passo con loro. Di sbagli ne ho fatti, anche molti. Però ti perdonano tutto, veramente tutto, certe della portata di questo legame. In questi ultimi mesi mi sono accorta come sia veramente evidente e concreta la possibilità di educarle proprio perché vengo educata; volerle bene perché sono voluta bene; riuscire a perdonarle perché sono perdonata, ora, in questo momento.

Un’educazione e un rapporto con loro nato e cresciuto giorno dopo giorno rispondendo alla quotidianità nuova che avevo davanti: gestire una casa (pulire, cucinare, stirare, lavare, fare la spesa), la scuola, il gioco, le vacanze.

Un cammino quotidiano dentro una realtà di persone che mi hanno sempre accompagnato e richiamato a partire dal lavoro settimanale della catechesi e della riunione tecnica con le persone con cui lavoro, che mi aiutano a guardare la realtà a 360 gradi in tutti i suoi fattori, a giudicarla, imparando una responsabilità nuova.

Sono grata agli amici con cui condivido la vita quotidiana come una vera avventura: Sergio, Irma, Isabella, sorella Sonia, padre Paolino, Andrea. A Diana in particolare (mamma di 6 bambini, Casita de Belén 3) con cui è nata inaspettatamente un’amicizia rara, una libertà, una semplicità, una famigliarità nel condividere una realtà comune (i nostri bimbi). A padre Aldo, che mi sta educando come farebbe un papà con sua figlia. Alle mie bambine, al miracolo che sono e al cammino che sto facendo con loro, che per me è una continua grazia.

Mi viene in mente una scena di qualche tempo fa, in cui, dopo giorni che entravano nella mia stanza che avevo tappezzato di loro foto e della mia famiglia, mi chiesero di abbellire insieme la loro camera. Da lì sono iniziati tutti i piccoli suggerimenti per rendere più bella la casa: «Sì zia, la nostra casa!». Oppure qualche giorno fa, Noelia, dopo avermi pedinato per alcune ore, mi guarda e mi dice: «Sai zia, io da grande voglio essere come te, la mia zia!». Ecco! La percezione di non essere più solo la loro “incaricata”, ma qualcosa di più. Pensare che queste stesse bambine qualche mese fa mi rinfacciavano che sarei andata via come tutti gli altri “stranieri”, rimproverandomi che ognuna sceglieva per sé, oggi mi viene da rabbrividire e da ringraziare per l’abbraccio imponente del Mistero su di me. L’evidenza di un miracolo.

Lucilla Amicone

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