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Dalle tenebre del vizio a un abbraccio mai sperimentato prima. Grazie alla “cariñoterapia”

aprile 15, 2016 Aldo Trento

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Il Santo Padre ci sorprende di continuo, anche inventando parole nuove, che non esistono nel dizionario della Reale Accademia di Spagna. Recentemente ha parlato della “cariñoterapia”, ovvero “terapia del cariño” in spagnolo, mentre in italiano “terapia dell’amore”, o meglio “terapia della tenerezza”. Non c’è sostantivo più bello che descriva la ragione e il cuore del nostro ospedale “specializzato in cure palliative”, cioè in “cariñoterapia”. Una modalità di stare con il malato come Gesù accoglieva e trattava coloro che si rivolgevano a Lui, chiedendo di essere curati nell’anima o nel corpo.

La “cariñoterapia” è nata con Gesù ed è andata sviluppandosi nei secoli grazie alla Chiesa, che è il manto, il “pallium” che accoglie e protegge i poveri, gli ammalati, i pellegrini. Il nostro ospedale è nato come un’espressione molto concreta della “cariñoterapia”. Accompagnare gli ammalati a vivere il dolore e affrontare la morte in compagnia di Gesù è il nostro grande compito quotidiano. Ed è commovente vedere come tutti i millecinquecento pazienti che sono stati abbracciati da questa santa casa si sono lasciati guardare da Gesù, riconoscendo i propri peccati e ricevendo i sacramenti.

Davvero la “cariñoterapia” è l’unico cammino in grado di salvare l’uomo che riconoscendo la propria miseria chiede aiuto. La testimonianza che segue è un esempio di come l’amore e la tenerezza cambiano il cuore e la mente di un ammalato.

paldo.trento@gmail.com

* * *

All’età di 14 anni avevo già pubblicato vari dischi ed era possibile ascoltare i miei pezzi anche in radio. Alla fine del servizio militare mi sono trasferito a Pedro Juan Caballero, dove ho fatto parte di vari trii di musica “nativa”. A un certo punto conobbi un amico, un bravo chitarrista, con cui iniziai a sperimentare altri generi, come boleri e musica latinoamericana. Facendo onore alla fama dei musicisti, divenni un donnaiolo e nel 1968 arrivai ad avere sette donne.

Giravamo per Pedro Juan Caballero, Alto Paraná e Asunción, finché non decidemmo di spostarci in Brasile. Iniziammo a esibirci in bar e club di San Paolo, Rio de Janeiro, Santa Caterina, Mato Grosso. Tutto ciò che guadagnavo lo spendevo in alcol e bordelli. In ogni città avevo due o tre donne, e non appena scoprivo di averne messa incinta una, scappavo.

Una delle volte che ci esibimmo ad Alto Paraná mi innamorai perdutamente di una ragazza giapponese-paraguayana. Lavorava in una casa chiusa, ma a me non importava, la amavo. Fino a quando, non sopportando più la distanza, decisi di portarla con me in ogni viaggio. Così, in tutte le città dove mi seguiva, lei lavorava come prostituta. Guadagnavamo bene; siamo stati insieme 7 anni.

Tra litigi, partenze e ritorni, decidemmo di tornare in Paraguay dove iniziò a lavorare come domestica, mentre io continuavo a suonare. Con il nostro lavoro costruimmo la nostra casa.

Il divorzio e il cancro
A un certo punto rincominciai a suonare viaggiando in altre città, perché nei bar non guadagnavo quanto prima. Tornavo in Paraguay ogni 15 giorni, e i miei amici iniziarono a raccontarmi che mia moglie si ubriacava e invitava altri uomini in casa. Scoprii che era vero, mi separai da lei, le lasciai la casa e mi trasferii in Brasile.

Dopo molti anni mi innamorai di nuovo, questa volta di una brasiliana. Con lei ebbi un figlio che ho riconosciuto, e ci trasferimmo in Paraguay. Quando il bambino aveva 9 anni, la mia sposa morì per un ictus cerebrale. Aveva solo 33 anni, lasciai mio figlio alle cure dei suoceri. Ricaddi nel tunnel dell’alcol e delle donne.

Vagavo senza meta. A Pedro Juan Caballero affittai una stanza vivendo in solitudine. Un giorno mi accorsi di avere un piccolo nodulo sul volto. Dopo alcune indagini mi diagnosticarono un cancro. Mi sottoposi alle sessioni di chemioterapia ma non avevo nessuno che si prendesse cura di me.

Ero solo. Finché non arrivai qui, nella casa Divina Provvidenza, dove mi accolsero come un figlio. Dopo una settimana chiesi di confessarmi e ricevere la Santa Comunione. Per la prima volta mi sentii abbracciato dalla misericordia divina. Il passato alle spalle e una vita nuova che incomincia.

Com’è vero che il buon Dio non ha fretta ma pazientemente aspetta i suoi figli che per anni hanno buttato la loro vita nelle tenebre del vizio.

Kike Sanchez


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