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Da soli non ci si salva. Per questo il gesto più umano che esiste è gridare

dicembre 6, 2014 Aldo Trento

padre-aldo-trento-malatiCaro padre Aldo, ti scrivo dopo aver letto il tuo articolo su Tempi intitolato “La mia terapia anti-depressione? Occhi aperti alla realtà e quadernino in tasca. Lavorare e scrivere”. Ti ringrazio per la testimonianza. E per essere testimone di una speranza così grande e bella. Ho incontrato il movimento di Comunione e Liberazione dopo molti anni di lontananza dalla Chiesa, in un momento in cui stavo molto male psicologicamente e psichicamente. All’epoca lavoravo per un quotidiano della mia città e il mio più grande amico è stato un giornalista che mi è stato vicino come nessuno mai. Ho incontrato il movimento grazie a lui e in quell’amicizia ho incontrato Lui. Anzi, è meglio dire “riconosciuto”. Perché io i sacramenti li avevo ricevuti, ma poi me n’ero andata via. Lui no, non mi aveva abbandonato.

Amo scrivere, è la mia passione; ma ci sono stati giorni in cui farlo era una tortura. Oggi non sto più così male, ma ci sono ancora momenti in cui concentrarmi sul lavoro e sulla scrittura mi risulta difficile, soprattutto quando c’è quel qualcosa che morde e brucia.

Quando ti ho sentito nominare per la prima volta e mi hanno raccontato la tua storia, mi si è acceso un lumicino: se a te, che soffri come me, possono accadere cose così belle, può accadere anche a me. Anche quando mi sono imbattuta nella storia di Flannery O’ Connor ho avuto lo stesso lume di speranza. Entrambi mi testimoniate che l’essere umano non è solo la sua malattia e che addirittura questa può diventare più grande dei limiti: può essere addirittura un gradino su cui possiamo salire per guardare più in là. In questi giorni mi sento nuovamente angosciata, ma che differenza quando riesco a tendere la mano per chiedere aiuto a chi mi vuole bene.
Lettera firmata

L’uomo è un grido, è una mano tesa che si lascia afferrare da un altro che, mandato dal Signore, in punta di piedi si avvicina. La vita si gioca tutta in queste due cose: gridare e tendere la mano. Sono due posizioni semplici ma difficili. Ricordo quando molti anni fa nella mia disperazione sono corso da don Giussani e lui mi ha detto: «Padre Aldo, grazie per avermi consegnato la tua situazione e non averla tenuta per te come fa la maggioranza di preti o consacrati quando si innamorano. Adesso camminiamo assieme. Chiamami quando vuoi». D’improvviso la mia vita si è illuminata, dov’era buio è tornato il sole. Tutto il cammino che ne è seguito e che dura tutt’ora è stato segnato da questa mano tesa ad alcuni volti che il Signore mi ha donato. Una delle esperienze più belle che ho vissuto è l’accorgermi che il Signore non mi lascia solo e che sceglie per me quella amicizia, quel volto di cui ho bisogno. Sa Lui chi e cosa mi serve. Alla mia libertà il compito di riconoscerlo.

Nella mia vita ho incontrato tanti volti, ho avuto tanti amici, ma quelli che hanno inciso veramente sono stati coloro che in modo imprevedibile sono apparsi al mio fianco. Rinchiudersi nel proprio cantuccio è una tentazione diabolica perché uno si ritira dalla realtà. La depressione manifesta in questa posizione il suo lato terribile. E non si guarisce se la nostra libertà non si affida a un volto che ti sorride e ti tende la mano. Tu parli del bisogno di respirare che è fondamentale perché è terribile morire soffocati. Lo vedo tutti i giorni con quanti hanno il tumore nei polmoni, ma ancor peggio accade con la depressione, quando una persona sente un magone terribile nello stomaco.

È davvero una battaglia fra la voglia di morire e il desiderio di vivere. Un desiderio che solo nel riconoscimento di un Tu trova il suo compimento. Da soli non ci si salva. Per questo il gesto più bello che esiste – perché più umano – è quello di gridare. Uno dei quadri che più mi piacciono è Il grido di Munch. Per me descrive l’uomo nel suo bisogno più profondo. Quel bisogno che solo il Mistero soddisfa. Gesù ci accompagna in un rapporto concreto con una compagnia che Lui non ci farà mai mancare. Ed è la mia vita a testimoniarlo: riconosco la sua dolce presenza tanto nella malattia quanto nella salute.

Davvero la vera terapia per vivere qualsiasi circostanza con letizia è quella di riconoscere la grande presenza – come don Giussani chiamava il Mistero – nelle condizioni in cui siamo chiamati a vivere.
paldo.trento@gmail.com

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