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Da Bologna a Lugano. I conti del cuore non hanno somma algebrica

gennaio 29, 2013

Questo blog ospita un racconto poetico di una viaggiatrice molto ironica. Ma non superficiale.

Come spesso capita da ormai cinque anni mi trovo sul treno che mi porta da Bologna, la mia città natale, fino in Svizzera, a Lugano, la mia città adottiva. Da quando ho iniziato l’università (5 anni fa), ripercorro sempre questa strada. Riprendo sempre questo treno. Rivedo sempre le stesse immagini. La stessa natura. Lo stesso sole. Quello italiano e quello svizzero.

Arrivata alla frontiera di Chiasso, trovo come sempre nello stesso punto due personaggi: un doganiere italiano e uno svizzero. Si fumano una sigaretta insieme, si scambiano qualche battuta, l’uno con l’accento napoletano, l’altro con la parlata del sottoceneri. Sono l’emblema del debole confine che distanzia l’Italia dal Ticino; lo conferma la facilità con cui si attraversa la frontiera che separa i due paesi. Il viaggio in treno prosegue, e nella tratta da Chiasso a Lugano mi trovo in mezzo a una discussione tra due italiani frontalieri. Tipica conversazione da lunedì mattina: l’uno elenca i problemi dell’Italia, l’altro risponde con l’elogio alla Svizzera; ogni tanto i ruoli si invertono, ma le due parti rimangono presenti sul campo da gioco passandosi la palla come in una partita di calcio. Potrai trovarli sempre lì, sul regionale Tilo, i due pendolari italiani tristi che vedono la Svizzera come la terra promessa e se ne convincono a vicenda.

Non hanno tutti i torti: la Svizzera è perfetta per certi versi. Basta imboccare l’autostrada da Chiasso per rendersi conto della pulizia delle strade, della cura degli spazi. La nostra università è aperta giorno e notte per noi studenti che possediamo il badge per aprire le porte esterne. Gli uffici comunali sono efficientissimi, così come sono puntuali i negozi a tirare giù le serrande alle 17:00 in punto. I salari permettono alle famiglie di vivere una vita più che dignitosa senza fare troppi sacrifici. Apparentemente in Svizzera non si fa fatica. Anzi in Svizzera non si fa la fatica che facciamo in Italia. Quella dei treni in ritardo, quella di due fiocchi di neve che bloccano una strada. La fatica del vivere materiale in Svizzera non esiste.  Sembra nata per questo la Svizzera. Per non far fatica.

In Svizzera non puoi fare fatica. Tutto intorno a te sembra dare una risposta ai tuoi problemi. Vuoi vivere in un bel posto, e allora c’è chi pulisce le strade tre volte al giorno; vuoi avere una casa tua, allora ci sono le banche che ti fanno prestiti per compare la villetta sul monte Brè; vuoi uno spazio verde dove passare il tuoi tempo libero, a due passi trovi il bel parco con le aiuole in fiore e il lago di fronte; i tuoi figli vogliono studiare nella Svizzera francese, e allora lo stato offre borse di studio che coprono interamente la permanenza nell’altro cantone. Segno di un sistema che funziona. Che funziona perfettamente. In una perfezione che, adircela tutta però, è solo apparente. L’apparenza infatti è subito ingannata.

Nella Svizzera che sarebbe perfetta perché i giovani sono così tristi e incompiuti? Perché ci sono sempre più divorzi, che spezzano quella promessa d’amore eterno, d’amore compiuto a cui non basta la perfezione materiale? Perché il parcheggio autosilo è stato protetto con recinzioni per evitare che la gente si suicidasse buttandosi giù dai piani più alti? Il rischio è che si sia creata l’utopia che non si debba più fare fatica. Che lo Stato sia la risposta a tutto il dolore dell’esistenza, ai turbamenti del cuore, alle sofferenze della vita. E a volte l’utopia prende piede, ma non riesce mai a toglierci di dosso quella delusione di fallimento inevitabile che qualunque sistema ha. Ahimè anche il sistema perfetto, quello apparentemente perfetto, non lascia traccia in fondo al cuore. Non lascia traccia visibile agli occhi.

È bello vivere in Svizzera, dove le cose funzionano bene, ma è bello anche tornare ogni tanto, nella mia amata Bologna perché fare fatica è un toccasana. Ci ricorda del nostro essere, delle nostre inquietudini, dei nostri perché e di quelle tanto sospirate risposte: è augurabile un posto – bello, ricco, efficiente – che non pretenda di risolverci i problemi della vita, ma che ci metta nella posizione giusta per affrontarli. Allora sapremo che i conti in tasca sono giusti, ma quelli del cuore (per fortuna) non tornano mai.

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7 Commenti

  1. anna scrive:

    Se un giovane è incompiuto non è certo perché pensava che lo Stato avrebbe risposto a tutto il dolore della sua esistenza, e se a te fa bene tornare a Bologna non credo che sia perché è un toccasana far fatica. La fatica – quella vera, quella del vivere – la si fa ovunque (e i divorzi, i suicidi,… è questo che documentano); la fatica della burocrazia, delle code interminabili agli sportelli, dei soldi che non ci sono, dei mezzi di trasporto che non funzionano, … quella credo non giovi a nessuno. Questa è la mia esperienza personale.

    • swiss scrive:

      Condivido assolutamente. Poi mi sembra stupido (mi si consenta il termine), associare una qualche forma di “angoscia” o “depressione” all’efficienza dei servizi offerti da una pubblica amministrazione. Ma cosa vuol dire? Allora, sono “meglio” i suicidi che avvengono in Italia, perchè la gente non ha più uno straccio di lavoro e non sa come arrivare alla fine del mese?
      Ma basta veramente con i vomitevoli elogi di questa repubblica delle banane (e LADRI, aggiungerei), ovvero: l’italia (scritto DOVEROSAMENTE in minoscolo).

  2. ML scrive:

    I negozi non chiudono alle 5 in svizzera…

  3. paolo scrive:

    Condivido il pensiero delaborato signora di Bologna.Ancor di più perché essendo napoletano vivo con amplificata angoscia l’ambigua voglia tra l’idealismo ed il realismo. É innegabile che vivere nella perfezione comporta uno stato di benessere ma è pur vero che l’ assolutismo di una condizione viene vissuta, soprattutto da chi non è abituato, come un impoverimento dell’ animo.É una eterna lotta tra quello che siamo e quello che vorremmo essere. Saluti

  4. paolo scrive:

    Condivido il pensiero elaborato dalla signora di Bologna.Ancor di più perché essendo napoletano vivo con amplificata angoscia l’ambigua voglia tra l’idealismo ed il realismo. É innegabile che vivere nella perfezione comporta uno stato di benessere ma è pur vero che l’ assolutismo di una condizione viene vissuta, soprattutto da chi non è abituato, come un impoverimento dell’ animo.É una eterna lotta tra quello che siamo e quello che vorremmo essere. Saluti

  5. Giacomo scrive:

    Leggo oggi questo post pubblicato più di un anno fa.
    Mi rendo conto che non è vecchio di un anno,ma è attuale e palpabile.
    Condivido le ragioni del cuore ed in modo più caldo e passionale della nostra amica, io vivo al sud tra la montagna ed il mare e la mancanza del mare, anche solo della sua vista, mi oscura il cuore.
    Si lascia intendere che in Svizzera è talmente tutto perfetto che ci si suicida per monotonia!
    Qui in Italia ci si suicida per disperazione!
    I matrimoni vanno a rotoli ovunque, i giovani si sentono incompiuti ovunque e la colpa non è della perfetta Svizzera, ma del nostro secolo consumistico che accantona i veri valori della vita per farne posto ad altri del tutto iniqui.
    Per chi ha la fortuna di essere un frontaliero o di trasferirsi in Svizzera credo che faccia valere più che le ragioni del cuore le ragioni di dignità e sopravvivenza, anzi di una possibilità di vivere senza i sacrifici quotidiani che il nostro amato paese ci impone e ci obbliga a subire per un futuro che tra le altre cose a noi qui è ormai negato.
    Ed allora penso: cosa me ne faccio della vista del mare, del suo profumo, della sua bellezza se non posso vivere, lavorare, mangiare ed essere vittima della più totale disperazione?
    Sicuramente il cuore rimarrà qui, ma non posso finire la mia vita così inutilmente, magari avessi un’occasione di andare via da una vita e da una dignità negati!

  6. Matt scrive:

    Ma che tripudio di scemenze e luoghi comuni; la solita tiritera del “funziona tutto bene, però la gente è depressa per via di tutta questa perfezione”. A parte il fatto che anche in Italia esistono ponti che sono stati protetti per evitare che la gente si suicidasse (vedi il tristemente noto ponte di Ariccia, vicino Roma); poi, secondo il tuo ragionamento, se la fatica è una toccansana allota in Botswana o in Sierra Leone si vive da Dio. Ma per favore…

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