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Così una madre col pancione ha asfaltato le femen tette e fiori

novembre 29, 2014 Annalisa Teggi

«O donna in cui la mia speranza vige» (Paradiso, canto XXXI)

Tutte le strade portano a Roma. No, non ho intenzione di infierire sul sindaco Marino, parlando di quante multe si possono prendere sulle strade che portano a Roma. Stavo pensando a qualcosa di metaforico, che poi si è concretizzato nella cronaca.

Non appena è circolata la notizia che al Baghdadi fosse morto, il Califfo ha fatto sentire la sua voce gridando: «Conquisteremo Roma!». E pochi giorni dopo le Femen erano in piazza San Pietro. Sembra un esempio perfetto di contrappasso, cioè di punizione ad hoc: temo infatti che anche solo il vago sospetto che quelle signorine ignude fossero scambiate per il reparto d’avanguardia delle truppe del Califfo, avrebbe potuto procurare una ferita mortale ad al Baghdadi. Perché non c’è niente di così distante come la propaganda dell’Isis e quella delle ucraine tutte fiori e tette. Eppure questi due mondi lontani hanno preso di mira Roma. Ci sono centri nevralgici che non possono essere elusi; anche se vuoi seminare odio e blasfemia, devi farlo usando le strade che portano a Roma.

Su quelle stesse strade, per fortuna, passeggia anche la gente normale, il cui sano buon senso può disintegrare le boiate sparate ai quattro venti da ideologie assurde. La risposta femminile al delirio delle Femen è arrivata qualche sera dopo, quando una mamma si è fatta scattare in piazza San Pietro una foto di profilo con il suo pancione. Eccola lì, in tuta nera e scarpette da ginnastica, la donna su cui «vige» la nostra speranza. Così Dante disse di Beatrice usando per lei un verbo nerboruto; si potrebbe dire: la virilità della speranza sta in una donna.

Il vigore della maternità è la forza della relatività contro la debolezza del relativismo. La vita è relativa (basata su un legame di relazione) fin dal principio: c’è una corda tesa verso la strada da percorrere, ed è il cordone ombelicale che, sbriciolando la presunzione di autosufficienza, infonde speranza perché parla di compagnia. «Siamo i padroni/ anzi siamo figli legittimi eredi bisognosi/ di angeli custodi», scrive la poetessa Maddalena Bertolini, che di mestiere è ostetrica. E quello scarto che fa dire «padroni, anzi figli» è una scoperta che, vissuta in prima persona, svela l’origine della nostra umanità; che è legame e non isolamento.

Un secolo fa lo sguardo della scienza cambiò scoprendo la teoria della relatività, forse oggi il nostro sguardo ha bisogno di riscoprire la radice della relatività umana, in un mondo che si sente più libero quando taglia i ponti con tutto. Fecondare meccanicamente degli uteri in affitto con donatori anonimi è come costruire città-stato, senza vie di comunicazione. Alla libertà dell’uomo, che già costruì la torre di Babele, è concesso edificare queste prigioni; altrettanto lecito è fuggirne, una volta che ci si accorge delle sbarre. Ecco allora che serve manutenzione alle infrastrutture primarie; la viabilità deve essere ben funzionante, per poter accogliere chiunque riscopra che l’umano sussiste perché c’è un centro nutriente e generante, a cui legarsi. Una madre con il pancione non fa propaganda, sta asfaltando per bene le strade che portano a Roma, quei sentieri su cui il bisogno di tutti prima o poi s’incammina in cerca di fraternità e non di indifferenza.

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