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Cosa farebbe il Papa trovando sull’uscio un mendicante ubriaco?

agosto 11, 2017 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sono passati due anni da quando papa Francesco è venuto in Paraguay. Sorprendendo tutti, in particolare il mondo clericale, è venuto ad incontrare i pazienti della clinica Casa Divina Provvidenza intitolata a Luigi Giussani, dove si trovavano anche gli ospiti delle altre opere della Fundacion San Rafael. Non è venuto a visitare la parrocchia, ma coloro che soffrono, che lottano contro la morte, accompagnati dall’affetto di tutti noi. Una testimonianza chiara e forte di quello che aveva detto all’inizio del suo pontificato: «Perché mi chiamo Francesco? Perché lui ha incarnato la povertà. Io voglio una chiesa povera per i poveri». Che commozione per me e per i miei amici vedere il Vicario di Cristo visitare un luogo così poco visitato da laici ed ecclesiastici.

La preferenza chiarissima e concreta che papa Francesco ha per i poveri è il frutto di un totale coinvolgimento con Gesù. Se non fosse così, sarebbe impossibile comprendere il suo modo di vivere e di parlare. È la voce di chi non ha voce, è lo sguardo pieno di misericordia verso i peccatori, i miserabili. È anche la voce dura verso di noi, pastori tante volte imborghesiti, e senza odore di pecora. Avevo bisogno della sua visita perché volevo sapere se quest’opera era o no di Gesù, perché una tormenta stava scuotendomi violentemente, tanto che avevo la tentazione di abbandonare la barca. Avevo bisogno di una garanzia che quello che stavamo portando avanti era un’opera di Dio, perché non si può camminare sulle sabbie mobili. «Padre, questa è una grande opera di Dio, vada avanti»: queste furono le sue parole prima di andarsene.

Mi vennero i brividi, non potevo credere che mi stesse dicendo quello che il mio cuore desiderava sentire. Come è possibile che papa Francesco sia venuto a casa mia, lasciando da parte tutti i protocolli? Immagino quello che visse Zaccheo quel giorno in cui Gesù, sorprendendo tutti, fuori da ogni programma, si avvicinò all’albero e guardando quella strana e piccola figura di uomo tra le foglie gli disse: «Zaccheo, questa sera vengo a cena a casa tua». È quello che abbiamo vissuto noi quel giorno.

«Il Papa è venuto a casa nostra e non era tra i suoi piani farlo» ripetevamo quel pomeriggio, 11 luglio, e i giorni seguenti. Perché è venuto da noi, se ci sono mille associazioni e opere di carità che sognavano di dargli la mano? Ancora una volta il Mistero, che è Provvidenza, ha agito secondo un disegno che non era il nostro, così come ha fatto in questo villaggio della carità servendosi di questo miserabile strumento.

Sono passati due anni, e io mi trovo malato tra i miei malati. Tuttavia quelle parole, «questa è una grande opera di Dio», mi sostengono, mi donano l’allegria sufficiente per indicare a quanti mi amano e sono al mio fianco la ragione di tutto: l’amore totale a Gesù e ai poveri.

Ora mi rendo conto che gli ammalati non hanno bisogno di cappellani, né di volontari, ma di amici che partecipano al loro dolore. «Visitare gli infermi», come ci chiede Gesù, e condividere il loro dolore, così come ha fatto Lui e come il Santo Padre ci indica con la sua vita.

Il gesto che ha compiuto visitandoci due anni fa è un gesto profetico per tutta la Chiesa, chiamata a vivere la carità “immischiandosi” (“ensimismandose”, si direbbe in spagnolo) con i poveri. Non dimentichiamoci il capitolo 25 di Matteo, parole che ci sconcertano perché per noi è indispensabile che il Figlio di Dio coincida con le differenti categorie di povertà. È questa coscienza che ci permette di accogliere chiunque abbia bisogno ad ogni ora del giorno e della notte.

Una domanda ineludibile
Cosa farebbe papa Francesco se la pattuglia della polizia nel cuore della notte lasciasse sull’ingresso un mendicante ubriaco? Basta questa domanda per aprire le porte. Come è accaduto alcuni giorni fa: il giudice di turno ci ha chiamato chiedendoci di accogliere un anziano di 83 anni che aveva ammazzato suo genero, e che per la sua età non poteva essere incarcerato.

Avevamo visto la notizia nel telegiornale delle 20, rimanendo un po’ spaventati, ma in quel momento si trattava di mostrare nel concreto il nostro amore a Gesù, così abbiamo risposto subito «sì». Non c’era posto nelle case degli anziani, così gli ho aperto le porte di casa mia, dove vivo con cinque vecchietti, un tempo mendicanti e alcuni pure violenti. Non è stato facile accoglierlo, perché avevamo paura di come avrebbe reagito. Però: che cosa avrebbe fatto Papa Francesco? E Gesù? Una provocazione che non ammette alternative quando uno è afferrato da Cristo.

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