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Comunisti con i conti offshore, attivisti condannati: la lotta anti-corruzione della Cina è solo una «tigre di carta»

gennaio 27, 2014 Leone Grotti

Non è stata una bella settimana per Xi Jinping (foto a fianco). Il presidente della Cina, che ha fatto della battaglia contro la corruzione degli ufficiali del partito comunista il marchio di fabbrica della sua azione politica, ha incassato senza reagire due colpi che mostrano come spesso le intenzioni sbandierate dalla leadership cinese divergano molto dai fatti.

CHINA LEAKS. All’inizio della scorsa settimana l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) ha pubblicato, insieme ai principali quotidiani internazionali, un rapporto sull’insana passione dei papaveri cinesi per i conti offshore. Dopo aver analizzato circa 2,5 milioni di documenti, l’Icij ha scoperto come alcuni tra gli uomini più importanti del regime comunista siano in possesso di un conto o una società nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche.

CONTI OFFSHORE. Anche se un conto offshore non rappresenta un crimine in sé, di solito viene usato come mezzo per evadere le tasse o per far fuggire capitali all’estero o per creare società e vendere merce senza pagare le tasse in patria. Secondo Clark Gascoigne, portavoce del Global Financial Integrity intervistato dal South China Morning Post, «la Cina è il maggior esportatore di capitali illeciti al mondo. Parliamo di un giro di affari di circa mille miliardi di dollari».

XI JINPING E HU JINTAO COINVOLTI. Tra i detentori di conti offshore ci sono nomi altisonanti di compagni che dovrebbero stare, come indicato dal presidente Xi, «vicini alle masse». Ma invece di aiutare la patria, milioni e milioni di yuan sono finiti in conti offshore dalle tasche di persone come Deng Jiagui, cognato del presidente Xi Jinping, Wen Yunsong e Wen Ruchun, figli dell’ex premier Wen Jiabao, e ancora familiari dell’ex presidente Hu Jintao, del riformatore Deng Xiaoping, e dell’ex premier Li Peng, il “macellaio di Tiananmen”. Non mancano neanche i nomi di alcuni tra gli uomini e donne più ricchi della Cina, come Yang Huiyan, Ma Huateng e Zhang Xin.

CORRUZIONE. Le carte pubblicate dall’Icij non fanno certo buona pubblicità a un presidente come Xi che ha definito la lotta alla corruzione come «fondamentale per la tenuta e la sopravvivenza del partito comunista» e che sta per varare nuove «regole anti-corruzione che non dovranno diventare delle “tigri di carta”». L’uomo più potente della Cina, celebrato spesso anche dai giornali italiani come il sostenitore della «tolleranza zero» nei confronti dei corrotti, ora si trova implicato in un caso di quelli che dovrebbe combattere.
Del resto, già l’anno scorso un rapporto indicava la ricchezza della sua famiglia in oltre un miliardo e mezzo di dollari. Cifre enormi, essendo il Pil pro capite annuale cinese pari a 7.500 dollari, il 94esimo del mondo.

LA CONDANNA DI XU. Ma a dimostrare come la vera «tigre di carta» sia la lotta di Xi Jinping contro la corruzione è la sentenza con cui è stato condannato sabato scorso a quattro anni di prigione l’attivista Xu Zhiyong (foto a sinistra). Il leader del movimento Nuovi cittadini chiedeva, in linea con la battaglia del compagno Xi, di rendere pubbliche le ricchezze dei quadri di partito per contrastare la corruzione.
Ma invece che essere premiato, il partito ha istruito contro di lui un processo durato meno di una settimana, che ha contemplato solo testimonianze scritte estorte a testimoni dell’accusa, e che si è concluso con la condanna di Xu per «disturbo dell’ordine pubblico». Così, secondo quanto dichiarato in aula dallo stesso Xu, «viene distrutto l’ultimo briciolo di dignità dello stato di diritto in Cina». E della lotta anti-corruzione del presidente comunista.

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