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«Devo comprare l’ultimo modello dell’iPhone a mio figlio, sennò si suicida»

dicembre 30, 2015 Giorgio Carini

cellulare-classe-shutterstock_141219991Qui entro in punta di piedi.

Proprio non mi viene voglie di far battute. È il nodo alla gola che mi prende quando mi presentano i piccoli per il battesimo. Come ai matrimoni in quel momento regna un clima di sentimentalismo esasperato, un’overdose di tenerezza pari solo alla distrazione. Lì come una ferita sperimento la solitudine di Cristo che fuggiva dalle folle per ritirarsi da solo, a tu per tu con il Padre, unica radice di ogni compagnia vera.

Guardo il piccolo e mi chiedo: “Che ne sarà di lui?”, della sua vita, del suo destino? “Che ne sarà di noi, di me?”. E il cuore batte al rallentatore, come se ogni palpito vibrasse di un’eco che non finisce mai.

Dopo quel momento, dopo tanti anni in parrocchia li ho visti crescere: hanno iniziato timidi timidi il catechismo, poi la prima comunione, la cresima. Ma per qualcuno ho già dovuto celebrare il funerale. Il giorno più amaro della mia vita di parroco: piangendo ho dovuto prendere il registro dei battesimi e annotare in fondo: deceduto il 10 ottobre 2011. Lorenzo, morto davanti casa per un banalissimo incidente con la bicicletta, 12 anni. Chi mai potrà portare il dolore di Paola e Raffaele, i genitori? Il dolore più grande che un essere umano può provare è la morte di un figlio, più della propria morte, esaltato esponenzialmente nella mamma. Il culmine è quando un figlio muore suicida. Anche questo è accaduto. Il dolore ti piomba addosso come un treno, senza tanti complimenti, sconquassando definitivamente la vita. Non riesco e non voglio essere distaccato in questi casi: quante volte, con tutto me stesso ho implorato Dio di prendere la mia vita a posto loro. Ma la strada è un’altra: non ci è tolto il dolore, Lui ci dà la possibilità di renderlo fecondo, utile. Ma occorre accoglierlo, accettarlo. Ed è più che morire. Per rinascere ad un’altra vita.

Come un macigno ripenso a quelle parole granitiche che la liturgia del battesimo pronuncia benedicendo la mamma, parole che passano inosservate, disprezzate come inutili poesie, come acqua su pietre che non porteranno mai frutto: “Dio che ha dato alle madri cristiane la lieta speranza della vita eterna per i loro figli….”.

La lieta speranza della vita eterna per i loro figli: qualunque cosa accada, qualunque dolore possa toccare la vita di questi bambini, qualunque prova, anche la più tragica, non potrebbe scalfire la luminosità di quella promessa, una vita iniziata in quel momento e che è destinata a non finire più, mai. Incorruttibile. Il dono del battesimo: ne abbiamo parlato. Ma come custodiamo questo dono inestimabile?

Reale. L’unico che può salvarci e liberare dalla schiavitù la nostra vita.

Cosa abbiamo a cuore per noi e i nostri figli? Di cosa abbiamo veramente bisogno?

Invece, spesso, in quel momento regna un clima di tenerezza esasperata la cui intensità ha eguali solo alla sua vaporosa vacuità. Se poco poco il piccolo accenna ad un vagito, un gemito, un pianto; mamme, suocere, zie, nonne si arrabbattano convulse perché quel piccolo possa placarsi. Tutto qui, vivere senza patemi, tra sorrisi e moine, esaudire ogni desiderio di quel piccolo: “A te non dovrà mancare mai nulla! Io sono il genitore perfetto!”. Così la farsa diventa patetica e a tre anni chiacchierano pontificando idiozie con una corona di adulti succubi e deficienti che si sforzano affannosamente di tenere su un gioco patetico. Il respiro della loro vita diventa la pretesa, senza più alcuno stupore.

Li vedi a messa, vicino alla mamma che viene a fare la comunione, ti guardano e sembrano dirti: “Se non mi dai l’ostia chiamo i carabinieri e ti faccio arrestare!”. Poi vengono in sacrestia a riscuotere il loro diritto. Senza alcun entusiasmo.

Termine tecnico: bambini genitorializzati. Perfetti deficienti che riusciranno a vivere solo grazie a psicofarmaci, destinati ad essere schiacciati dalla vita:

Conosco uno sciocco che ha rifiutato d’imparare in gioventù le regole del gioco, perduto dietro chimere, e ora le chimere sfumano e il gioco lo stritola.

Le regole non sono nient’altro che l’emergere della ruvida concretezza della vita che ogni giorno ci ricorda, talvolta in maniera cruda, che la vita non può nutrirsi di comodi sogni, di cui le nostre pretese sono i discendenti diretti. Ma che ci spalancano ad Altro. Magari con qualche ceffone, salutare.

In parrocchia abbiamo un bellissmo chiostro cinquecentesco, povero e sgarrupato. Quand’è il momento del catechismo, il sabato pomeriggio, si popola di simpaticissimi mocciosi. Mi fanno impazzire! È una festa vivace e allegra come solo loro sanno fare. Matilde, quattro anni, vispa e caparbia come la sua incredibile capigliatura, ha voluto a tutti i costi frequentare il catechismo con la sorella più grande, Veronica, seconda elementare. Viene senza alcuna soggezione tenendo trionfante il quaderno sottobraccio, contenta come una pasqua, brandendo la matita nel piccolo pugno come una spada.

Il chiostro era aperto in attesa dei bambini e delle mamme (e qualche papà). È entrato un bambino ribicondo, sui cinque anni, così come certe mosche entrano in casa quando la finestra è aperta: girano rumorose qua e là per poi uscire come sono entrate. Ma il pupo non si fermava, la mamma dietro ansimante che con parole dolcissime cercava di persuaderlo affannosamente a muoversi secondo una meta che non fosse puro arbitrio sconnesso da ogni aggancio al reale. Toccava tutto senza scrupolo di far danni. In un barlume di lucidità la mamma si è fermata, il tempo si è sospeso, al rallentatore, ha girato lo sguardo, i suoi occhi hanno cambiato registro, con espressione velata di disperazione e disprezzo, mi ha detto con voce monocorde: “Se lo vuole prendere lei?”. Poi tutto è tornato alla normalità, come un borbottio sconnesso di barattoli che rotolano, tra mille, inutili, false, moine.

Così ci si può consumare per il bene dei figli senza alcun amore, seppellendoli di tenerezze, camuffando un’impostura narcisistica per amore.

Sintesi dell’educazione moderna. Una feroce schiavitù pomposamente impacchettata con l’etichetta: “Tu sei padrone di te stesso!”. Bella fregatura!

Cosa abbiamo a cuore?

Un amico che vende elettrodomestici mi confidava che una mamma fortemente preoccupata era venuta a trovarlo: “Non posso permettermelo però le do la mia parola che pagherò tutto un po’ alla volta, devo comprare l’ultimo modello dell’iPhone a mio figlio, sennò si suicida”.
Bisognerebbe dare il premio Nobel a questi luminari del marketing che sono riusciti a fabbricare giocattoli capaci di incarnare le prerogative che spettano solo ad un Dio. Veri e propri idoli per i quali consumiamo la nostra vita.

Coscienti che la vita è una battaglia, un’avventura di cui non possiamo dettare noi le regole, ma solo accettarle, noi, vecchia guardia, siamo cresciuti in mezzo alla strada con tanto amore e tante mazzate che ci hanno allenato all’avventura dell’esistenza, quindi a godere.

Oggi i figli vengono allevati per rimanere dentro una comoda incubatrice piena di colorati giocattoli dove troneggia l’etichetta: dio.

Ma la realtà è infinatemente più bella e grande del cimitero delle incubatrici, dove l’uomo si spegne dolcemente al suono di tenerissimi carillon.

Guardando i nostri figli, senza sentimentalismo, con vero amore al nostro destino, il mistero della nostra vita si esalta. La nostra vita diventa una voce vibrante che deve implorare perché il respiro della vita non abbia fine. Per noi. Per loro. E con questa fermezza colma di umanità e amore si impara a dire loro qualche volta NO; sono piccoli traumi, dolorosi, che gli eviteranno di diventare schiavi dei loro pensieri, covando la macabra illusione di essere padreterni, schiavi dei propri sentimenti. La verità ci farà liberi, e la verità non siamo noi, non ce la diamo noi. È dono gratuito che nel battesimo ha avuto il suo inizio, che la fede rende vivo: quell’incontro imprevisto che ci ha abbracciati con la Compagnia di un Dio, per non lasciarci più, se lo vogliamo. Siamo liberi di accoglierlo, custodirlo o no, oppure rincorrere chimere, rintanarci in una comodissima incubatrice, con lo schermo ad alta definizione.

È questo respiro che, senza che ce ne accorgiamo, educa i nostri figli, loro hanno un sesto senso, non barano e non permettono a noi di barare, ecco perché le famiglie con i figli, specie se tanti, sono più vive, meno perfette ma più vive. Il loro sguardo sulla vita finisce per contagiare anche noi: “Se non tornerete come bambini non entrerete mai”2.

Questo sguardo, che custodisce il mistero vertiginoso della nostra esitenza, non può dimenticare mai che siamo liberi, i nostri figli hanno il dono della libertà, nessuno mai potrà imporre loro un’idea, finchè verrà il momento che prenderanno il volo, scegliendo la loro meta, che può anche essere l’inferno. Sono liberi. Siamo liberi!

Ancora una volta bisogna cercare una cosa sola per trovarne molte: “Cercate il regno dei cieli, tutto il resto vi verrà datò in sovrabbondanza”. Una famiglia viva, dei figli che, tra mille baruffe, saranno compagni al vostro destino. Un’avventura che ha per meta l’eternità: tutta la vita chiede l’eternità! Per noi, per i nostri figli, per quelli che amiamo e non ci sono più.

L’eternità, che può iniziare ora.

Foto da Shutterstock


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3 Commenti

  1. Cristian scrive:

    Ho letto con attenzione ed interesse l’articolo e condivido il tutto. Grazie per la sua riflessione!

  2. Sandro scrive:

    Ma che bello questo articolo.
    Grazie

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