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Come si aiuta una figlia depressa? Con un abbraccio capace di farle spiccare il volo

novembre 3, 2017 Aldo Trento

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Caro padre, siamo i genitori di una ragazza universitaria che da mesi sta attraversando una grave depressione e non sappiamo come aiutarla. Non esce di casa se non in nostra compagnia. Ha paura di tutto, spesso ha crisi di panico e non vuole neppure vedere le compagne di università alle quali era molto legata. Vediamo la sua incapacità di muoversi nella vita e questo ci fa soffrire, anche perché prima di cadere nelle grinfie di questa oscura malattia era una protagonista in università, nelle vita si muoveva con disinvoltura affrontando qualunque situazione con sicurezza. Adesso è come una bambina abbarbicata a noi e noi non sappiamo come aiutarla perché vorremmo che ritrovasse quella libertà che la rendeva tanto felice.

Conoscendo la sua storia, padre, vorremmo che ci dicesse che cosa possiamo fare, quale cammino seguire affinché la nostra figlia ritrovi se stessa. Lo sappiamo bene che non ci servono strumenti o consigli, però è anche vero che una persona che ha vissuto questa malattia ci può aiutare.

Lettera firmata

* * *

La grande responsabilità dei genitori e degli educatori è quella di aiutare i figli o i discepoli a volare e non a rimanere nel nido. Ugualmente, la responsabilità di colui che vuole aiutare un depresso è di sostenerlo nel camminare con le proprie gambe.

Ricordo che durante gli anni della mia depressione mi ero afferrato a un amico sacerdote come l’edera a un muro. L’oscuro male del vivere mi aveva reso insicuro, pauroso, ansioso, incapace di fare un passo da solo e di prendere una decisione anche minima e, per di più, tormentato dagli scrupoli, dai rimorsi, dalla paura di Dio, che mi aveva castigato con questa malattia. Una situazione che mi aveva spinto a vivere in una dipendenza totale da questo amico sacerdote che, conoscendo bene la mia condizione, aveva deciso di donare il suo tempo per accompagnarmi a ritrovare me stesso.

Dipendevo anche nei più piccoli dettagli da lui, tanto nell’uso dei soldi quanto nel muovermi. Non facevo un passo senza di lui. Una dipendenza che mi dava molto fastidio e che durò dieci anni, fino a quando la Divina Provvidenza, a causa di un infarto, lo obbligò a tornare in Italia. Così rimanevo solo e per di più con la responsabilità della missione. Iniziava una nuova tappa e questo mi spaventava, facendomi sentire fragile come una foglia su un albero.

Non avevo alternative: per me era giunta l’ora di nuotare da solo, di volare con le mie ali. Piano piano ho incominciato ad assaporare la bellezza della libertà, il gusto di sentirmi protagonista, la gioia di poter dire “Io”. Il cammino percorso, abbarbicato all’amico sacerdote, era stato necessario per poter riconoscere che la consistenza dell’Io era nella relazione con il Mistero: “Io sono Tu che mi fai”.

Già il servo di Dio don Luigi Giussani diceva che il metodo per uscire dalla schizofrenia era quello dell’abbraccio. Quando ero giovane avevo letto un libro, di cui poi è stata fatta la trasposizione cinematografica, Diario di una schizofrenica, in cui alla fine una ragazza malata ritrova l’unità dell’Io grazie all’abbraccio di un’infermiera, che con pazienza porta la ragazza non solo a dire “Io”, ma anche a volare, diventando protagonista della sua vita. Tornando a me, una volta ritrovato me stesso, non ho più sopportato coloro che volevano organizzarmi la vita, intromettendosi nelle mie decisioni. Le parole che Dante Alighieri affida a Virgilio, «libertà va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta», mi sono diventate così familiari che ancora oggi riempiono di allegria il mio cuore.

Un altro ricordo, questa volta negativo e relativo agli anni oscuri, è stato il rapporto con un amico medico, entrato nella mia vita una volta che fui rimasto solo in missione. Mi sono afferrato a lui e tutti i giorni, anche più volte al giorno, lo chiamavo al telefono in Italia, dove vive, parlando, quando andava bene, per una buona mezz’ora. Era di una disponibilità e di una carità impressionanti, come poche persone incontrate nella mia vita. Ma con il passare dei mesi le chiamate da parte mia si facevano sempre più rare. Un segno anche questo di una rinascita, di una ritrovata coscienza di me stesso che mi rendeva sicuro. Una cosa bellissima, dopo più di dieci anni di dolorosa depressione. Ma questo amico medico non ha capito, non ha colto questa rinascita del mio “Io”, e così sono iniziate le pretese da parte sua: mi faceva passare per un ingrato, un maleducato che non sapeva riconoscere ciò che l’amico aveva fatto per lui.

Nei casi come il mio e di tanti altri è necessario incontrare persone che sanno bene che si tratta di condurre il paziente dall’attaccamento agli altri fino a farlo volare con le proprie ali. L’abbraccio non è per trattenere la persona ma perché, sentendosi amata, incominci a camminare con le proprie gambe. Solo un uomo che ha questa coscienza di sé abbraccia il depresso amandolo per quello che è, perché esiste. Così ha fatto il servo di Dio don Luigi Giussani: mi ha abbracciato e mi ha mandato in Paraguay. E adesso, dopo trent’anni, posso dire che è stato il vertice della gratuità. Ricordo che, quando gli dissi: «Ma come fai a mandarmi in missione in queste condizioni?», lui mi rispose: «Adesso mi sento sicuro di te».

Coloro che mi vogliono bene perché esisto conoscono bene il resto della storia. Questo cammino dal possesso alla libertà non vale solo per chi accompagna i depressi, ma anche per gli educatori e i genitori, che spesso impediscono ai ragazzi di volare. Auguro ai genitori di questa ragazza di avere tanta pazienza, fiducia nella Madonna e sicuramente la figlia ritroverà se stessa, senza dimenticare tutti gli aiuti che può darci la medicina.

paldo.trento@gmail.com

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