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Come sarà il mio Paradiso

novembre 16, 2015 Marina Corradi

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Devo dire che, passando gli anni, l’idea di un aldilà, di un altro mondo, si fa per me sempre più attraente e concreta. Comincio a immaginarmi il paradiso non con un vago timore, ma con una più nutrita speranza. Tutto è cominciato con un sogno che da anni si ripete: sogno che mio padre, morto da molti anni, abiti in una sorta di paese che si trova arrampicato sopra a Milano, così come, per chi conosce l’Alto Adige, sopra a Bolzano si trova l’altipiano di Oberbozen, vicinissimo alla città e ai suoi rumori, eppure totalmente altro, pianoro di dolomite incantata, silenzio di pascoli e di nuvole candide e pigre, in cielo.

Ecco, l’altopiano di Oberbozen descrive perfettamente il paese che io sogno esistere sopra a Milano: invisibile eppure prossimo, anzi quasi coincidente con la città, ma alto sopra alle strade, e segreto. Sogno dunque che mio padre da molti anni abiti in una delle case di questo altopiano, con la vigna, e l’orto che avevo sempre desiderato, e la mattina annaffi la salvia e la lattuga con quel suo vecchio innaffiatoio giallo che usava sul terrazzo a Milano. Nel sogno lo vedo quieto a curare le piante, i capelli bianchi radi e spettinati come sempre, e quel golf bordeaux che aveva sempre addosso.

Certo, questo paese nascosto sopra a Milano è di un’altra materia, di un altro mondo; e tuttavia così vicino che, mi dico quando mi sveglio, non è possibile che mio padre non guardi giù, ogni mattina. Mi sveglio contenta da quel sogno, e confortata; come se un’ombra buona mi si fosse messa accanto.

E mia sorella, morta bambina? Da sempre sogno che non è morta, ma l’hanno invece rinchiusa, chissà perché, in una specie di sanatorio, o castello, una “montagna incantata” dove però, pure lontana da noi, non è infelice; e che dunque quando io passerò dall’altra riva la troverò, in quel castello, e forse allora saremo di nuovo bambine assieme, come nelle foto in cui, in montagna, sui prati lei mi abbraccia, materna. Mia madre, invece, la sogno spesso malata, sofferente, a letto, e mi pare una richiesta di aiuto e di preghiere. Mio fratello lo sogno ragazzo, quando con il suo fisico da campione scalava in bici i passi dolomitici su una Legnano gialla fiammante; e sale e sale ancora sui tornanti, sudato e felice, e la vetta ancora è lontana.

Quale sarà, mi chiedo, se ci andrò naturalmente, il mio paradiso? Lo immagino come i luoghi che ho più amato, le Dolomiti d’estate, con i pascoli con erba alta piena di fiori e dai fienili il profumo del fieno. Lo immagino con il sole alto, bollente, che picchia sulle cime rosa e scioglie nel mezzogiorno radioso di luglio le ultime lingue di neve. Mi immagino tutti quelli a cui ho voluto bene, e anche il gatto che avevo da bambina, e quelli che ho adesso, e il mio cane. «Niente di ciò che amiamo andrà perduto», ha promesso Benedetto XVI, e io me lo sono segnata, e ci conto.

Aspetto, non so perché, con una certezza nuova un’altra vita, dove non ci sarà più affanno né dolore, per tutti. E questa speranza impercettibilmente certe mattine modifica il mio sguardo da sempre malinconico; come se non ci fosse più bisogno di voltarsi indietro, nostalgici, ma ci fosse invece ragione di guardare avanti, fidandosi di ciò che è promesso.

Foto Ansa


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