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Come invidio quelle donne, prigioniere di gulag eppure “vive come l’erba”

aprile 11, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ci sono libri che chiudi e dimentichi. Ce ne sono altri in cui una frase, magari, ti rimane in mente e continua a provocarti. A me, dopo mesi che ho letto Vive come l’erba. Storie di donne nel totalitarismo, edizioni La casa di Matriona, restano nella memoria tre righe scritte da Dagmar Šimková, nata a Praga nel 1929, condannata a quindici anni per motivi politici negli anni Cinquanta. Nel carcere di Pardubice, in Boemia, incontra altre detenute politiche come lei, e, grazie a una docente di storia dell’arte, Ružena Vacková, ha inizio una straordinaria “scuola nelle latrine”: quando il sorvegliante di turno è “buono” le donne si riuniscono, si siedono sopra a delle casse di legno e a turno insegnano. Archeologia, estetica, teologia, ognuna dà ciò che ha.

La scuola crea una comunità e un forte legame, anche di fede, giacché molte delle “politiche” sono cristiane. «Non parliamo – annota Dagmar Šimková – della fame e del freddo che soffriamo, non ci lamentiamo del mal di testa, non piangiamo, non piagnucoliamo… “Cosa stai a rimestare?”, mi rimprovera Nina, la suora carmelitana, mentre pilucco nel piatto le lenticchie piene di scarafaggi neri».

Ecco, in un gulag così, lontano dai propri cari, con la prospettiva di passarci quindici anni oppure chissà, alla mercé totale di un regime, come si fa a volere vivere ancora? Io confesso che fatico a capire. Ma ecco la frase della Šimková che mi torna in mente da mesi: «Abbiamo soprattutto fede in Dio. Questo dà alla vita una dimensione che va oltre il suo confine fisico. Non abbiamo più paura di deperire, di ammalarci, di invecchiare, di essere annientate. Preghiamo regolarmente, è una catena che non si interrompe mai, come a Cluny durante il Medioevo».

Dunque, ci sono persone che riescono a vivere così. In carcere, umiliate, maltrattate, eppure straordinariamente vive.

Questo mi interroga e quasi mi brucia, giacché io libera, sana, padrona di me, certe mattine mi sveglio e vacillo, e non riconosco più un senso certo alle mie giornate. Ho una famiglia, dei figli, un lavoro, eppure a volte di fatto mi trovo come in bilico sul vuoto: che senso ha il mio fare, e perché ho addosso sempre, latente oppure manifesta, questa tristezza, questo radicale dubbio sulla vita?

Allora guardo alle donne di Pardubice come a creature stellari, toccate da una grazia. «Non abbiamo paura di invecchiare», dicono. Quanti di noi, quando l’età avanza, potrebbero dirlo con sincerità? A vent’anni è facile, non sai nemmeno di cosa parli. Ma a cinquanta, sessanta, e dopo? Mi guardo intorno e vedo tanti che cercano di non pensarci, o si contentano di piccole soddisfazioni, o, semplicemente, si rassegnano. Oppure convivono faticosamente con dubbi come i miei. Ma la pienezza di quell’«abbiamo fede in Dio», di una fede che è abbandono totale, quella l’ho vista in pochi. Che invidia, per la grazia sparsa generosamente fra le mura di una oscura prigione, in Boemia.


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