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Come Barabba a Montenero

novembre 2, 2011

Quattordici luglio. Sulle colline sopra Livorno, in faccia a un mare immenso, c’è il santuario della Madonna di Montenero. È un edificio antico, grande, squadrato su una corte rettangolare che quando è vuota, come questo pomeriggio, ricorda una metafisica di De Chirico. Attorno, le colline verdi di una macchia mediterranea intatta; come onde di bosco scuro affacciate sul blu del Tirreno. Solitario e severo, Montenero incute a chi sale dalle spiagge una meravigliata soggezione; tacciono i visitatori vocianti, abbronzati, nell’affacciarsi nella chiesa buia, dove il sole trionfale di luglio scompare e si viene lambiti da un alito d’aria improvvisamente umida e fresca. I bambini, liberati dalle mani delle madri, sull’orlo di questa pozza di buio esitano, intimoriti tornano fra le gambe dei grandi.

 

La Madonna è laggiù, bruna, il Bambino fra le braccia, sull’altare. Alle pareti della sacrestia sta appesa una schiera interminabile di ex voto; arrivano al soffitto, tanti sono. “Per grazia ricevuta”, centinaia di disegni ingenui e stupefatti: il bambino è caduto dal terzo piano, il trattore si è rovesciato, l’automobile è un rottame attorcigliato, ma la morte non l’ha avuta vinta, quel giorno, e la vita, salva, è continuata. (Pare di vederla, la morte, in agguato sopra la locomotiva a vapore bluastra, ferrigna, feroce che piomba su un’auto, al passaggio a livello. Pare di vederla, nella camera bianca dove il bambino giace immobile a letto, e tutti, fuorché la madre e il padre, se ne sono andati. Ma davvero ha dovuto ritirarsi sconfitta, la morte, nei giorni raccontati in questi ex voto; e gli uomini, sbalorditi e grati, sono saliti quassù, a ringraziare). Molti disegni sono ottocenteschi. Le tele coperte da una patina scura di tempo testimoniano di inaudite grazie ricevute da uomini che sono ormai morti da tanti, tantissimi anni. È per questo, o per il buio delle sale, che il visitatore può essere colto da uno spleen di ombrosa malinconia? Come se tutte quelle grazie fossero state poi annientate dal tempo e dalla morte; che alla fine, perseveranti, vincono sempre. O forse questo dubbio, questa incrinatura è solo una tua vecchia, cronica ferita?

 

La grazia che vorresti tu è che l’ombra che avverti ogni giorno fosse sciolta, nella certezza che tutto, di ciò che ci è promesso, è vero; ma vero oggi, adesso, e concreto, come una mano che tocca la tua; come lo sguardo assorto su di te di questa Madonna. «Ho desiderato di credere», dice il Barabba di Pär Lagerkvist, sconfitto, dopo avere a lungo, con passione e inquietudine, spiato Cristo sul Golgota. (Ho desiderato di credere, ma non ci sono riuscito). E tu, che hai un pezzo di Barabba addosso, scendi da Montenero silenziosa. La grazia vera sarebbe una fede semplice e certa. Tu invece sei sempre come divisa tra un dubbio che rode, e una domanda mai sazia. Domandi, bussi, aspetti, ma la porta non si apre. E allora, ti dici testarda, resterò davanti alla porta, aspetterò, ostinata. Mendicante, con la mano tesa. (Altro, di più vero, non sai fare).

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