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Anche l’imperatore comunista abbandona i cinesi. Oltre sette milioni di persone non potranno più protestare a Pechino

aprile 28, 2014 Leone Grotti

Sette milioni e settecentotrentottomila persone. Un esercito. Sono tanti i cinesi che ogni anno cercano giustizia dalle angherie delle autorità locali comuniste portando di persona una petizione al governo centrale di Pechino. Nonostante spesso vengano sequestrati e arrestati senza motivo da poliziotti e malviventi, i cinesi non hanno mai rinunciato a questo tradizionale ed estremo tentativo di ottenere giustizia, che ora il partito comunista ha deciso di distruggere.

ORIGINE IMPERIALE. Il sistema dello xinfang, che significa “lettere e visite”, è un’evoluzione di un’usanza che risale all’epoca imperiale, quando per protestare contro un torto subito dalla pubblica amministrazione si avevano solo due possibilità: suonare il tamburo sotto il palazzo del governatore nella speranza di essere ricevuti o aspettare il passaggio nel proprio villaggio di un messo imperiale.

MAO NON PUÒ SBAGLIARE. Nel 1951, dopo aver preso il potere in Cina e fondato la Repubblica popolare, il partito comunista introdusse il sistema dello xinfang per dare la possibilità ai cittadini di criticare e denunciare le malefatte dei governi locali. Il presupposto era uno solo: i funzionari locali corrotti possono sbagliare, il governo centrale no; gli amministratori particolari possono essere nel torto, Mao Zedong mai.

SCAPPATOIA LEGALE. Le petizioni sono aumentate negli anni in misura direttamente proporzionale all’accentramento del potere nelle mani dei gerarchi comunisti. I funzionari hanno potere assoluto sul villaggio che presiedono e possono confiscare case e terreni a piacimento senza dover rendere conto a nessuno. Con un sistema giudiziario corrotto e completamente asservito al partito comunista, l’unico modo legale per ottenere giustizia è recarsi a Pechino in piazza Tiananmen nelle date più sensibili, come l’anniversario della fondazione del partito comunista.

ARRESTI E TORTURE. Per quanto legale, i 7.738.000 cinesi che secondo i dati forniti dal governo ogni anno affrontano viaggi spesso costosi e faticosi per portare la propria petizione non hanno vita facile: è famoso il fenomeno delle “prigioni nere“, stanze d’albergo dove uomini in borghese pagati dai governi locali rinchiudono i “petitioners” prima che arrivino a destinazione per evitare che il governante di turno faccia brutta figura con i superiori.
In queste prigioni, le persone possono essere rinchiuse, interrogate e torturate per mesi senza che le famiglie vengano avvertite o i prigionieri rilasciati.

«AIUTEREMO I CITTADINI». Per evitare l’imbarazzo che il sistema dello xinfang causa alle autorità comuniste, dal primo maggio, secondo quanto approvato settimana scorsa dal partito, sarà vietato portare petizioni al governo centrale prima di averle presentate a quelli locali. Secondo il portavoce del bureau statale per lo xinfang, Zhang Enxi, «lo scopo del nuovo regolamento è chiarire la giurisdizione, regolare le procedure e migliorare l’efficienza delle petizioni. Questa decisione aiuterà i cittadini».

AUMENTERANNO LE PROTESTE VIOLENTE. La mossa del governo centrale ha sollevato molte critiche dal momento che le petizioni vengono portate a Pechino proprio da chi non riesce a ottenere giustizia a livello locale. «In questo modo le autorità daranno vita a nuovi metodi di protesta, molto più estremi», ha dichiarato il noto attivista del Sichuan Huang Qi, che si batte contro la persecuzione dei portatori di petizioni.
Huang parla a ragion veduta. Solo lo scorso ottobre il “petitioner” Ji Zhongxing è stato condannato a sei anni di prigione per aver tentato di far esplodere una bomba all’aeroporto internazionale di Pechino, dopo che per anni aveva tentato invano di farsi ascoltare per un caso di abuso da parte della polizia.

«INVADEREMO LE STRADE». «A livello locale – continua Huang – tutto è collegato: corti, polizia, pubblici ministeri. Far valere le proprie ragioni è impossibile. L’unica ragione per cui la gente va a Pechino è perché non viene ascoltata a livello locale».
Secondo un altro attivista di Guangzhou, Xiao Qingshan, «se il governo chiude del tutto questo canale di lamentela, allora i portatori di petizioni invaderanno le strade con proteste e manifestazioni. È questo è il contrario della stabilità che il governo centrale pensa di ottenere vietando le petizioni».

CINESI ABBANDONATI DALL’IMPERATORE. Shen, che da tempo cerca di portare una petizione a Pechino da Jiangsu per non aver ricevuto il compenso dovuto in seguito alla demolizione della sua casa, dichiara a Rfa: «La polizia municipale e il partito comunista locale si sono intascati il rimborso che mi era dovuto. Quando sono andato all’ufficio reclami hanno minacciato di uccidermi. Come posso fare affidamento sul governo locale?».
Dal primo maggio Shen non avrà alcuna possibilità di ottenere giustizia perché il governo centrale e il presidente Xi Jinping hanno deciso di smettere di fingere di occuparsi del popolo cinese, ormai abbandonato anche dall’imperatore.

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1 Commenti

  1. carolus scrive:

    Compagni d’Italia che avete ancora la faccia tosta di sbandierare vessilli rossi e di cantare bandiera rossa, perché non scendete in piazza per protestare contro la dittatura comunista cinese?
    Forse perché siete comunisti?

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