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Cina. Il documentario sul disastro ambientale è potente, ma non tirate in ballo la dissidenza

marzo 4, 2015 Leone Grotti

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Ha catturato l’attenzione di tutto il mondo. E non a caso. Il documentario Sotto la cupola, “Under the Dome”, è stato visto e scaricato in Cina oltre 100 milioni di volte in meno di 24 ore. Un successo strepitoso e inaspettato, soprattutto se si considera che il tema del film è il disastro ambientale che da anni affligge Pechino e le principali città della seconda economia più importante del mondo. Tuttavia, parlare del lavoro di Chai Jing come del «film che beffa la censura», come titolava ieri in prima pagina la Stampa, sembra francamente fuori luogo.

TUTTI D’ACCORDO. Quando si tratta di censura nessuno può dare lezioni al partito comunista cinese e filmati come quello di Chai Jing, di solito, non riescono a circolare a lungo su internet. Questa volta, invece, il video è stato addirittura sponsorizzato sull’homepage e sull’account Weibo del Giornale del popolo, megafono del Partito. Anche il Global Times, che non è certo in odore di dissidenza, ha preso le difese del lavoro di Chai. Persino il nuovo ministro della Protezione ambientale l’ha ringraziata perché «ha fatto un lavoro ammirevole».

COINCIDENZE? Il documentario è stato pubblicato online sabato, ha alimentato discussioni per due giorni, e martedì il governo ha annunciato un piano di cinque anni contro l’inquinamento da 14 miliardi di euro per abbattere i livelli di Pm2,5, un particolato sottile dannosissimo per la salute quando raggiunge i livelli cinesi. Non solo, il documentario è stato rilasciato poco prima dell’apertura della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e dell’Assemblea nazionale del popolo (5 marzo), gli organismi “democratici” cinesi che, c’è da starne sicuri, quest’anno si concentreranno sull’ambiente.

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“ULTERIORMENTE”. Potrebbero essere tutte coincidenze, ma sembra una sinfonia ben orchestrata per dare risalto al lavoro che il governo comunista ha appena annunciato per combattere la piaga dello smog. Ecco perché non corriamo dietro alle voci che vedono in Chai Jing una nuova dissidente, anche se alla fine, dopo averlo diffuso, i giornali di partito l’hanno cancellato dai propri siti internet perché stava diventando troppo famoso. Come rivela una nota governativa agli organi di informazione: «Non sponsorizzate ulteriormente il documentario». Quell’ulteriormente rivela che non è avvenuto tutto per caso, ma che non bisogna esagerare.

SOTTO LA CUPOLA. Chiarito questo, e fatta salva qualche critica degli esperti, Sotto la cupola ha il grande pregio di affrontare uno dei temi che sta più caro ai cinesi: l’inquinamento atmosferico. Molte città, specie d’inverno, diventano «invivibili» a causa dello smog, ritenuto responsabile di aggravare la salute di 1,2 milioni di persone ogni anno fino alla morte. La maggior parte delle oltre 100 mila proteste che si verificano in Cina tutti gli anni, inoltre, sono dovute a problemi ambientali. E la situazione è così grave che quando l’aria diventa irrespirabile, il governo chiede alle famiglie di «non uscire di casa».

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CARBONE E TRAFFICO. Per l’ex giornalista della tv di Stato (Cctv) Chai Jing, l’inquinamento è causato al 60 per cento dall’utilizzo del carbone come combustibile, dal traffico veicolare e dal numero eccessivo di automobili in circolazione. Inoltre, lo Stato non ha imposto regole alle fabbriche, che non rispettano alcuno standard minimo di qualità e sicurezza, tanto meno è stato messo un tetto alle emissioni.
Chai, che dice di aver realizzato il documentario per sua figlia, nata con un tumore benigno, forse causato dall’inquinamento, accusa anche i colossi Sinopec e Cnpc di usare petrolio e carbone di bassa qualità. Che costa meno ma inquina di più. Per questo, afferma, «dobbiamo unirci, protestare. Dobbiamo diventare cittadini consapevoli».

NON CHIAMATELA DISSIDENTE. Certo, se la Cina nel 2014 ha bruciato 36 miliardi di tonnellate di carbone nel 2014 ed emette ogni anno 6 tonnellate di Co2, trascurando una risorsa meno inquinante come il gas naturale, la colpa è soprattutto del governo. Pensando più al Pil che a tutto il resto, desiderando diventare l’economia più potente del mondo oltre ogni altra cosa, ha permesso un’industrializzazione selvaggia che non favorisce affatto i cittadini cinesi. Chai nel documentario non lo sottolinea, probabilmente per non infastidire il Partito. Ma questo non intacca affatto il suo lavoro, che resta importantissimo. Solo, non facciamola passare per una “dissidente”.

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