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“Chi?”. Quella domanda ironica che diventa esercizio per scoprirsi

gennaio 26, 2014 Annalisa Teggi

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,/ percotendo altrui le gote?» (Inferno, canto 32)

È un pronome interrogativo: chi. Nelle ultime settimane è andato molto di moda, e di traverso. Quando Matteo Renzi ha replicato: «Chi?» a una domanda su Stefano Fassina, per il viceministro dell’Economia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendolo a presentare le dimissioni.
Poi, il ministro Cécile Kyenge ha riciclato la battuta dichiarando: «La Padania, chi?» ai giornalisti che la intervistavano sulle polemiche per la pubblicazione della sua agenda sul giornale della Lega.

Ma Fassina e i membri del Carroccio possono consolarsi sapendo che, quanto a mortificanti domande, fa loro compagnia anche Dante. Durante il suo viaggio nell’aldilà sono numerose le espressioni che potrebbero benissimo essere parafrasate in «Dante, chi?», dette da dannati o beati che si vedono arrivare incontro quest’uomo che gira da vivo tra i morti. E s’informano su di lui, non riconoscendolo.
Dante ambienta il viaggio nell’anno 1300, nel tempo in cui – sulla terra – la sua notorietà politica era al vertice. Ne deriva un quadro complessivo ironico, ma sensato: come a dire, per quanto prestigio tu possa aver raggiunto, la domanda su chi sei resta aperta.

Ed è bene che rimanga aperta, non in tono di scherno e neppure perché ciò che siamo è un dubbio perenne, bensì perché è evidente constatare (e interessante viverlo) che noi stessi ci scopriamo grazie agli incontri, scontri, incidenti e occasioni della vita. È un sano esercizio quotidiano guardarsi allo specchio, pronunciare il proprio nome e aggiungere: «Chi?». Lo hanno fatto molti poeti scrivendo il proprio autoritratto. Alfieri esordisce così: «Sublime specchio di veraci detti,/ mostrami in corpo e in anima qual sono». Magari avere uno specchio in grado di riflettere il nostro corpo e la nostra anima nella loro completezza!

Invece, non tutto è chiaro; il nostro ritratto è in fieri. La conclusione di Alfieri è tragicamente eroica: «Uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai». Ispirandosi a questa poesia anche il giovane Manzoni compose un Autoritratto, con un finale assai diverso; dopo aver osservato i propri lineamenti «Capel bruno: alta fronte: occhio loquace:/ naso non grande», sul finale alza la posta sulla vita anziché sulla morte: «Poco noto ad altrui, poco a me stesso:/ gli uomini e gli anni mi diran chi sono».
Poco noto a me stesso, quasi a dire: mi vedo – eppure quanta parte di me devo ancora scoprire. Gli uomini e gli anni mi diran chi sono, forse la corte di Strasburgo, che considera retrogradi i retaggi patriarcali del nostro paese, ci suggerirebbe di aggiungere una clausola al Manzoni (tipo «gli uomini e le donne mi diran chi sono»).

E in merito al dibattito sul cognome materno o paterno, qualche brillante pensatrice ha ipotizzato che sarebbe un grande progresso se ciascuno si scegliesse da adulto il proprio nome e cognome. No. Non c’è niente di più tremendo che darsi un nome da soli, giocandoci la nostra partita a porte chiuse e facendo quadrato attorno al nostro orgoglio ed egoismo.
Giochiamola a porte aperte, a partire da quell’atto arbitrario e storico con cui un padre e una madre, dandoci un nome, ci danno la mano e insieme la spinta per iniziare la scoperta di noi.

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