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Nulla è elementare, caro Watson, perché tutto è sorprendente. Chesterton contro Sherlock Holmes

settembre 4, 2013 Annalisa Teggi

La verità è necessariamente più strana della finzione. Infatti la finzione è una creazione della mente umana, e dunque le è congeniale.
G. K. Chesterton, Il Club dei mestieri stravaganti

 

Un giudice con una esimia carriera alle spalle si trova a presiedere un processo dal cui verdetto dipendono le sorti della nazione in cui vive; e se ne esce con esternazioni che lasciano tutti perplessi. Non fraintendetemi, non voglio occuparmi di ciò che ha riempito i titoli dei giornali in questi mesi, sto solo per suggerirvi una piacevole lettura per accompagnare queste giornate che il pessimismo acuto dei telegiornali ha già definito “il ritorno alla vita di tutti i giorni”, ovvero la ripresa del lavoro dopo la pausa estiva. Di solito si consigliano letture estive, io mi permetto di consigliare una lettura lavorativa.

Trattandosi di una storia inventata dal signor Chesterton, non c’è da stupirsi che la sua immaginazione risulti di un’attualità quasi sconcertante. Torniamo, quindi, al giudice in questione: si tratta di Basil Grant, un uomo acuto ed energico nel fare il suo mestiere, che a un certo punto della sua onorata carriera comincia a dare segni d’instabilità. Nel corso di un processo per un delitto passionale, si rivolge all’imputato pronunciando questa sentenza: «Io vi condanno a tre anni di reclusione, nella ferma e solenne convinzione che quello che vi occorre sono tre mesi in riva al mare». La sua instabilità degenera in probabile pazzia proprio nel corso di un certo importantissimo processo da cui dipendono le sorti del paese: una volta terminate le funambolesche arringhe degli avvocati, tutti attendono la sentenza del giudice Grant, le cui parole infine giungono e suonano – facendo una debita traduzione dal contesto inglese a quello italiano – così: «Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, ecc..».

Qui termina la sua onorata carriera giudiziaria, ma comincia quella di investigatore. Ritiratosi a vita privata, Basil Grant diventa, infatti, il protagonista de Il club dei mestieri stravaganti, raccolta di racconti gialli che Chesterton scrisse per scardinare con leggerezza e ironia l’idea che la realtà sia una faccenda interamente logica, i cui misteri possono essere risolti usando solo l’arma della deduzione, così brillantemente impugnata da Sherlock Holmes.

I fatti, come fatti, nascondono la verità. Strano, ma vero, questo è il motto dell’investigatore Basil Grant, ex giudice. E nessuno meglio di un giudice si rende conto di quanto la pura logica deduttiva sia inadeguata a spiegare la vita pulsante che abbiamo sotto gli occhi. Dire che i fatti, come fatti, nascondono la verità significa aprirsi alla vera avventura che è il reale: ogni fatto non porta automaticamente in dote con sé una verità piana e facile, non ce la serve su un vassoio d’argento; la verità di ogni persona, evento, vicenda va conquistata. Non è un meccanismo con una semplice soluzione tecnica, è una ricerca da fare con ragione, affetto e immaginazione indagando a fondo ciò che l’apparenza del fatto in sé mostra o, meglio, nasconde.

I fatti sono cose stravaganti; non sono dati, sono finestre: i fatti – sostiene Basil Grant – «ci conducono in tutte le direzioni, come migliaia di ramoscelli di un albero». Gli appassionati di CSI sanno bene che per cento puntate ci viene fatto vedere che, esaminando scientificamente le prove, si giunge a una e una sola soluzione (a uno e un solo colpevole). Ma gli appassionati sanno anche che arriva poi quella puntata – la 101esima – in cui gli investigatori si impegnano a scagionare un presunto assassino riesaminando le medesime prove che lo inchiodano, in modo da desumerne una verità nascosta a prima vista, ma altrettanto plausibile – e trovano infine un altro colpevole.

I fatti possono condurci in molte direzioni: sono rami, mentre la verità è la linfa dell’albero – dice Chesterton. Nulla è elementare, caro Watson, perché tutto è sorprendente. E ribadisco: sorprendente, non caotico. Infatti, sostenere che le leggi della pura logica non bastano a spiegare la verità dietro ogni evento, non equivale a incoronare il caos come re del mondo. Significa, invece, togliersi di dosso lo sguardo impigrito, che spesso ci porta a vedere il mondo come puro e semplice meccanismo.

Presi dalle nostre attività ripetitive ed efficienti – andata e ritorno, domanda e risposta, compito e valutazione – noi quotidianamente facciamo scendere sulla vita un’ombra che maschera la vera sostanza delle cose che ci passano per mano. E, così facendo, diventiamo dei criminali. Interpretiamo i fatti come dovessimo spezzare dei rami, vivisezionandoli, anziché metterci incuriositi a cercare la linfa dell’albero. Più le cose ci sono vicine e ovvie più tendiamo a spezzarle o spezzettarle (botta/risposta; causa/effetto), piuttosto che lasciarci incuriosire dall’orizzonte aperto che spalancano. Eppure anche quella cosa chiamata “vita di tutti i giorni”, il solito tran tran di casa-ufficio-casa, dovrebbe restare ai nostri occhi una faccenda stravagante. Anzi, quando smettiamo di vederla come misteriosa (nel senso più giallistico del termine), cominciano i delitti. E noi diventiamo allo stesso tempo dei criminali e dei reclusi, dei violenti chiusi in gabbia – che si meritano di essere puniti a suon di vacanze.

Ogni anno noi ci meritiamo una sentenza di condanna, che ci intima di andare almeno una settimana al mare, e dovremmo avere il coraggio di scontare l’intera pena ventilata dal giudice Basil Grant, cioè tre mesi di spiaggia. E visto che la memoria sull’argomento è ancora fresca, approfittiamone per mettere bene a fuoco la cosa: la spiaggia è quel luogo dove un adulto rispettabile, vestito di un costume che – forse – gli fa esibire un corpo non così impeccabile, è capace di dire a voce alta, armato di paletta: «Adesso facciamo un castello!». Un intero anno lavorativo non lo vedrà mai più così coraggioso, esaltato e stravagante. Cioè sano e libero.

Per resistere almeno un po’ alla tentazione di ricadere nel crimine violento di riprendere “la vita di tutti i giorni” riducendola a uno schema ripetitivo, come quello di certe bruttissime carte da parati, vi consiglio la compagnia di Basil Grant e delle storie che lo vedono protagonista: non aspettatevi torbidi intrighi o delitti indicibili; è più probabile che, andando a cercare la linfa vitale dell’albero, vi troviate a non disprezzare l’impresa di un gruppo di persone impegnate a organizzare l’omicidio di un uomo; o che troviate del tutto giusto e apprezzabile che un’anziana signora stia reclusa in una cantina buia. Non c’è pericolo di perdere il senno in queste avventure, anzi tutt’altro; il senno si perde quando la logica e la ragione vogliono comprimere la complessità del mondo dentro una scatola, ma proprio la logica e la ragione s’illuminano quando si accorgono che la scatola è in realtà una sorgente zampillante e ricca. C’è bisogno di giudici e investigatori come Basil Grant, un uomo capace di fare indagini intelligenti e argute, ma prima di tutto una persona pronta a dare «il benvenuto ad un volto umano come avrebbe salutato un improvviso variare di colori in un tramonto».

NB: essendo un libro stravagante, chiunque sia interessato a leggerlo avrà l’occasione di recuperarne l’ultima edizione (a cura del Centro Missionario Francescano delle Marche) in modo altrettanto stravagante… e garantisco divertente. Basta rivolgersi al Patriota Cosmico (non scherzo!) scrivendogli: laperlapreziosa@libero.it. E buona avventura/lettura!

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2 Commenti

  1. Lucia scrive:

    Sorprendente articolo, Investigatore Teggi!
    Grazie cara Annalisa, perché ci aiuti a cogliere, sotto l’apparente grigiore della quotidianità, una sorprendente straordinarietà…riusciremo come bambini entusiasti di tutto a scavare e scoprire sotto la sabbia di questi tempi l’acqua cristallina? Noi che abbiamo scoperto Gilbert lo speriamo!
    EvVIVA!

  2. Marco scrive:

    Grazie Annalisa,
    I tuoi articoli riconciliano col mondo…

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