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«Chen è prigioniero in ospedale. Non so se il regime lo farà andare via»

maggio 11, 2012 Leone Grotti

«Io non sarei così sicuro che alla fine il regime cinese lascerà partire Chen Guangcheng. In Cina nulla è garantito. Basta vedere quanto successo all’ospedale: gli americani avevano ricevuto delle garanzie, ma loro tengono Chen prigioniero, lo maltrattano e arrestano chiunque tenti di vederlo». La situazione del dissidente cieco perseguitato da oltre sette anni dal regime comunista, che ora si trova rinchiuso in un ospedale di Pechino e che secondo accordi presi dagli Stati Uniti con Hillary Clinton e la Cina dovrebbe trasferirsi negli Usa con la famiglia per un periodo di studio, non è certo rosea. Come afferma al Giornale Teng Biao, avvocato e amico di Chen fin dal 2005, quando il dissidente fu condannato a quattro anni e tre mesi di carcere per «intralcio del traffico» (in realtà per avere denunciato al mondo la pratica degli aborti forzati in Cina), «Chen è in pericolo, qui in Cina lo siamo tutti. Chiunque si batta per la libertà è minacciato».

È passata una settimana da quando Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo, ma ancora la situazione di Chen non è migliorata. È tuttora in ospedale, dove è stato curato per una frattura a un piede che si è procurato durante la fuga da casa sua dove il regime lo teneva segregato da 19 mesi, «nessuno può fargli visita e pochissimi oltre al sottoscritto sono riusciti a parlargli al telefono. La sua linea è sotto controllo e viene spesso tagliata. Il personale dell’ospedale non muove un dito senza prima consultarsi con le autorità,. Hanno l’ordine di tenerli a digiuno per tutto il giorno. L’unico pasto arriva dopo le nove di sera».

Dopo essersi rifugiato nell’ambasciata americana di Pechino, ed esserne uscito dopo una settima una volta saputo che sua moglie e i due figli erano in grave pericolo di vita, Chen sta aspettando che la Cina produca il visto e il passaporto che permettano a lui e alla sua famiglia di volare negli Stati Uniti, dove la New York University gli ha proposto una collaborazione. Mentre il dissidente non può muoversi dall’ospedale, i suoi parenti sono in pericolo: «Suo fratello Chen Guangfu – continua Teng Biao – e la moglie sono stati fermati e vivono ora sorvegliati a vista dalla polizia. Suo nipote Chen Kegui invece è in galera. Tutte queste azioni servono a far pressione su Chen e convincerlo a rinunciare».

Da una parte la persecuzione dei familiari di Chen, colpevole solo di aver detto la verità sugli abusi compiuti sulle donne dal regime, conferma quanto l’attivista cinese Renee Xia, direttrice dell’associazione China Human Rights Defender, affermava a tempi.it: «Si può tranquillamente dire che la fuga di Chen sia un miracolo. Purtroppo la Cina, che è una dittatura che non rispetta le sue stesse leggi e che ha l’abitudine di sopprimere chiunque pensi in modo indipendente e dica la verità, non dà segnali di voler cambiare il suo atteggiamento nei confronti dei diritti umani». Dall’altra la situazione di Chen, ancora chiuso nell’ospedale di Chaoyang senza che nessuno dell’ambasciata americana possa visitarlo, conferma la fragilità dell’accordo preso tra Cina e Stati Uniti, come affermato a tempi.it da Yaxue Cao, attivista che ha vissuto la violenza della Rivoluzione Culturale tra le prime a dare notizia della fuga di Chen: «Non si può dire che l’America abbia “tradito” Chen, ma è evidente a tutti il cinismo della diplomazia statunitense che per raggiungere un accordo a dir poco fragile con la Cina, ha lasciato uscire il dissidente dall’ambasciata esponendolo a un pericolo serissimo».

Qualche speranza viene però dalle dichiarazioni rilasciate ieri dal professore Kong Jierong, che in una intervista al giornale giapponese The Asahi Shimbun ha dichiarato: «L’America ha già pronte tutte le pratiche. Aspetta solo che la Cina faccia il suo dovere e produca i documenti. Ma non dovrebbe essere un processo troppo lungo».

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