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Che cos’è la perfezione di fronte alla santità?

ottobre 31, 2015 Giovanni Fighera

santi

«Che cos’è la perfezione di fronte alla santità?… E la santità se non la sete di tutto?… Tutto l’orgoglio è di pretendere di essere perfetto e non di volere essere santo» scrive Gilbert Cesbron (1913-1979) in È mezzanotte, Dottor Schweitzer.

La bellezza del volto dei santi

Charles Moeller scrive riguardo ai santi: «Una sola cosa supera l’opera di Dante (cioè la bellezza dell’arte), la santità vissuta su questa terra. Allora il Paradiso celeste si incarna fin da quaggiù. Il suo candore squarcia un poco le nebbie della nostra valle. Cantare non è nulla, vivere è meglio».

Il volto buono, bello e misericordioso del Mistero che opera in mezzo a noi si legge già nelle opere di tanti santi che fanno meraviglie. Non a caso la pedagogia della Chiesa insiste da sempre sul volto dei santi, ce li sottopone quotidianamente all’attenzione, come già la Didakè nei primi secoli ricorda: «Guardate ogni giorno il volto dei santi, traete conforto dai loro discorsi».

Ecco perché nel corso dei secoli tantissime persone hanno seguito il fascino di un uomo piccolo, vivace e spiritoso come San Francesco. Hanno seguito colui che, chiamato rex iuvenum (ovvero «il re dei giovani»), cercava in gioventù solo il divertimento. Poi, convertitosi e innamoratosi di Cristo e della Creazione, come scrive lo scrittore inglese G. Chesterton nel saggio dedicato al Santo, divenne «una sublime imitazione del suo maestro e […] uno splendido e purtuttavia compassionevole specchio di Cristo» tanto che chi vedeva quell’uomo poteva capire meglio Gesù Cristo e aveva l’impressione di avere davanti il Signore, nonostante nessuno più di san Francesco ebbe coscienza della sproporzione tra lui e il Creatore. Dio «quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo. Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano» (È mezzanotte, Dottor Schweitzer).

«Apri gli occhi. Guarda i santi. Vi vedrai il Cristo»

Ecco perché oggi molti rimangono colpiti dall’incontro con i santi che percorrono i sentieri di questa nostra terra. «Apri gli occhi. Guarda i santi. Vi vedrai il Cristo, l’Uomo nuovo» (Charles Moeller).

Anche ai nostri giorni sentendo parlare alcune persone, vedendole all’opera non si può non rimanere avvinti dalla bellezza del loro sguardo, scevro di ogni pretesa e di ogni violenza, dalla tenerezza e dalla persuasione che trasmettono nelle loro parole. Pensiamo alla figura di Marguerite Barankitse, soprannominata Maggy. Nell’ottobre del 1993 drammatiche vicende sconvolsero il Burundi. Sotto i suoi occhi vennero trucidati decine e decine di bambini. Il paese venne percorso da massacri che seminarono migliaia di morti. Fu la guerra civile. Marguerite non si lasciò sconfortare, ma iniziò a raccogliere sotto la sua egida protettiva tutti gli orfani. Nacque la Maison Shalom, una nuova casa per tutti i bimbi rimasti soli o abbandonati. L’entusiasmo e la bellezza che tralucono dal volto di Maggy colpiscono. Nel libro a lei dedicato, Madre di diecimila figli, l’autrice Cristel Martin, giornalista e fotografa, così la presenta: «Quella che tutti chiamano Maggy […] pare proprio una donna come le altre. Certo, la grazia del suo sorriso, il calore che sprigiona, la vita da cui è animata, la sua bellezza, la sua generosità si fanno notare. Ma ciò che la rende diversa è altrove. In una specie di mistero che non si lascia afferrare immediatamente, che si scopre a poco a poco, quasi senza accorgersene, e da cui attinge la stupefacente energia che mette in ogni azione, di cui non smette di ripetere che non è opera sua. Ma qual è questo mistero? Sta nella capacità di Maggy di far divampare la luce nonostante la barbarie, nel fatto di scegliere, nel cuore dell’odio, di dire sì alla vita a rischio della propria?… Mi sono spesso chiesta da cosa dipendesse il sentimento di forza e di gioia che provavo vicino a lei. E ho finito per convincermi che questa alchimia particolare, propria delle creature eccezionali, deriva forse semplicemente dalla loro capacità di aprirsi a un mistero più grande di loro: quello dell’amore, che resta ancora la scelta più rivoluzionaria in assoluto».

L’amore alla vita

Nella bellissima prefazione al libro Santi di C. Martindale, che proponiamo di leggere o rimeditare in occasione della festa di Tutti i santi, don Luigi Giussani ricorda che dall’amore a Gesù scaturisce un’unità della persona, di coscienza e di giudizio, perché una sola realtà come giudizio investe della sua luce tutte le cose («Ex uno verbo omnia», da un solo «Verbo» deriva ogni cosa). Da qui nasce un amore alla vita dentro un abbraccio consapevole delle sue condizioni esistenziali; nulla c’è da censurare o da sottacere in Cristo, tutto il nostro male è in Lui redento, persino la morte è un gesto della vita, perché è passaggio alla vita vera.

Da qui sgorgano: un atteggiamento di umiltà, perché il santo acutamente e drammaticamente fa esperienza della sua fragilità e ha coscienza del proprio peccato; una letizia, che non è dimenticanza della fatica del vivere, ma coscienza che la nostra salvezza è possibile nonostante il nostro male, perché Cristo sarà sempre con noi; una povertà di spirito, una povertà di sé che si traduce in desiderio di voler fare la volontà di Dio, nella preghiera che non sia riconosciuta la nostra gloria, ma la sua; una libertà che deriva dal sentirsi liberi dall’esito delle azioni umane, per cui possiamo operare indefessi anche quando il risultato apparente del nostro agire è nullo, perché la bontà del nostro operare è mendicare e domandare Cristo nell’istante, chiedere che venga e si manifesti nella pochezza di quanto facciamo. Colui che segue il Maestro vive la sequela, ovvero l’appartenenza alla Chiesa, presenza reale di Cristo nella storia. Per questo motivo genera sempre in Lui un popolo nuovo, ovvero ogni circostanza è l’occasione e la possibilità di creare un luogo di un’umanità nuova, speranzosa e lieta.


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1 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    Che belle intuizioni, grazie Giovanni!

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