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Che cos’è la destra, cos’è la sinistra?

settembre 27, 2017 Rodolfo Casadei

gaber a perugia

«La destra cattolica non perde occasione di dimostrarsi xenofoba e islamofoba». «Questo Papa è di sinistra, ha citato la Bonino e Napolitano tra i grandi dell’Italia di oggi!». Mentre intellettuali e politici di ogni orientamento proclamano obsoleta la divisione fra destra e sinistra, chi per lamentarsi dell’omologazione dilagante, chi per proporre risolutive terze vie, nel mondo cattolico sono tornate di moda le denigrazioni incrociate a base di categorie prese in prestito dalla politica. Tramontata in fretta la stagione delle accuse reciproche di “fondamentalismo” e “modernismo”, troppo difficili da sostenere in una discussione sui social da parte di tifoserie che per la propria formazione intellettuale non vanno al di là di qualche blog e di qualche rivista, si è tornati rapidamente alle due categorie politiche che nel frattempo sono diventate categorie metafisiche. Infatti si sente parlare di “uomini di destra” o di “donne di sinistra” come se si parlasse di caratteristiche non solo politiche ma culturali e antropologiche degli individui, se non addirittura delle cose. Come ironizzava Giorgio Gaber più di vent’anni fa, «una bella minestrina è di destra/Il minestrone è sempre di sinistra. Il concerto nello stadio è di sinistra/I prezzi sono un po’ di destra».

Può apparire paradossale che tanto accanimento nello stigmatizzare le opinioni diverse, su vari argomenti sia politici che ecclesiali, coincida con un periodo della vita della Chiesa nel quale le parole e le frasi che più si sentono pronunciare sono “ponti e non muri”, “dialogo”, “l’altro è un bene per me”, “misericordia e non condanna”, “apertura”, “educarsi al vivere insieme”, ecc. Ma tant’è: più i cattolici si aprono ai protestanti, ai buddhisti, ai musulmani e ai non credenti, più litigano e si scomunicano fra di loro.

Sono da molto tempo d’accordo con chi sostiene che destra e sinistra sono categorie politiche superate, per non parlare della loro traslazione all’ambito antropologico, e sono pentito dei troppi anni trascorsi a credere che fosse normale etichettare le persone e le loro idee su quella base. Ho scoperto che aveva ragione José Ortega y Gasset quando non l’altro ieri ma quasi novant’anni fa scriveva in La Ribellione delle masse: «Essere di destra o essere di sinistra equivale a scegliere tra due delle innumerevoli maniere che si offrono all’uomo per essere imbecille. Entrambe infatti sono forme di emiplegia mentale». Emiplegia è la paralisi di una metà del corpo, dunque è una menomazione fisica. Chi rivendica un’identità di destra o di sinistra è un portatore di handicap intellettuale, perché ha rinunciato programmaticamente a una metà dei valori politici. È talmente semplice che lo capirebbe un bambino: una polis, una comunità politica, ha bisogno sia di giustizia che di libertà, di progredire e di conservare certi valori, di patriottismo e di internazionalismo, di ordine ma anche della libertà di protestare pubblicamente, di iniziativa economica e di garanzie sociali, di uguaglianza e di meritocrazia, di solidarietà e di competitività, del rispetto dei diritti e dell’adempimento dei doveri, di personalismo e di collettivismo.

Uno dei libri più convincenti sul tema del superamento della divisione fra destra e sinistra è Droite/Gauche: pour sortir de l’équivoque di Arnaud Imatz. In italiano non c’è, ma un altro libro, già edito nella nostra lingua, attinge a piene mani a quello che Imatz ha scritto: si tratta di Populismo di Alain de Benoist, che non a caso reca il sottotitolo La fine della destra e della sinistra. Dove si racconta l’origine storica dell’utilizzo delle parole destra e sinistra per indicare orientamenti politici. Scommetto che non sapevate che la cosa è nata al tempo della Rivoluzione francese, per la precisione il 28 agosto 1789, quando i deputati dell’Assemblea costituente dibatterono sul diritto di veto del re: quelli favorevoli dovevano collocarsi alla destra del presidente dell’assemblea, quelli che sostenevano il primato dei rappresentanti del popolo sui poteri del re alla sua sinistra. I libri di Imatz e De Benoist dimostrano che dopo di allora i termini destra e sinistra hanno cambiato di significato parecchie volte, e che praticamente non esistono princìpi, ideali e programmi che siano stati sempre e soltanto di destra o sempre e soltanto di sinistra.

Per quanto riguarda lo “scivolamento”, quello più evidente riguarda i liberali, che al tempo della lotta per la costituzionalizzazione delle monarchie erano di sinistra, in seguito sono stati spostati a destra dall’apparizione del socialismo e del comunismo. Anche nel caso italiano vediamo una curiosa successione di Destra storica e Sinistra storica all’interno del liberalismo italiano, con la Destra che aumentò le imposte dirette sui redditi agrari e fu bocciata in parlamento perché voleva nazionalizzare le ferrovie, mentre la Sinistra diede il via al colonialismo italiano in Africa. D’altra parte parlando della storia politica francese, Imatz scrive che «certi temi passano frequentemente da destra a sinistra e viceversa. È il caso dell’imperialismo, del colonialismo, del razzismo, dell’antisemitismo, (…) dell’anticapitalismo, dell’antiamericanismo e, più recentemente, del regionalismo, dell’ecologismo, dell’antimmigrazionismo e dell’antislamismo». C’è da strabuzzare gli occhi, ma è tutto vero. Per esempio fra i massimi cantori del dovere dei francesi di essere colonialisti troviamo Victor Hugo e Jules Ferry, colui che introdusse la scuola laica e obbligatoria.

Il caso più sconvolgente di commistione fra destra estrema e sinistra di governo è quello dell’eugenetica: prima e dopo il nazismo essa è stata proposta come politica progressista in Gran Bretagna e in Svezia. John Maynard Keynes, il teorico dell’intervento dello Stato nell’economia di mercato, e i socialisti fabiani (ai quali aderivano scrittori come George B. Shaw ed Herbert G. Wells) erano favorevoli all’eugenetica, che in Svezia fu messa in pratica anche dai socialdemocratici fra il 1936 e il 1976, con migliaia di sterilizzazioni di donne rom, ex detenute, alcoliste. Alva e Gunnar Myrdal, di fede politica socialdemocratica nonché premi Nobel per la pace e per l’economia rispettivamente, erano assolutamente favorevoli a queste politiche.

Le inversioni dei valori fra destra e sinistra sono lampanti anche nella politica europea contemporanea. Chi continuasse a credere che il nazionalismo è un tipico valore di destra dovrebbe spiegare perché la maggioranza dei partiti politici catalani favorevoli all’indipendenza della Catalogna sono di sinistra e di estrema sinistra (Erc, Mes e Cup), come pure è di sinistra il partito che vuole l’indipendenza della Scozia da Londra, l’Snp (Partito nazionale scozzese). Chi invece è convinto che il matrimonio fra persone dello stesso sesso e la fecondazione assistita eterologa siano l’obiettivo di battaglie progressiste di sinistra dovrebbe spiegare perché a queste cose sia favorevole non solo il Partito conservatore britannico, ma anche l’estrema destra incarnata dal Partito per la libertà olandese di Gert Wilders, per non parlare di quella rappresentata dall’Afd tedesca che ha appena portato in parlamento 94 deputati, la cui candidata alla cancelleria, come tutti sanno, è unita civilmente con un’altra donna con la quale ha avuto due bambini.

Norberto Bobbio scriveva che il valore che distingue la sinistra dalla destra è l’uguaglianza, che la seconda rifiuta in nome della libertà individuale di arricchirsi o combatte in nome delle istituzioni che vuole preservare nella loro forma tradizionale (matrimonio, adozione, ecc.). Ma i fatti danno torto a Bobbio: oggi la sinistra di governo approva l’economia di mercato, la competitività e la meritocrazia, che generano inevitabilmente disuguaglianza. Se si guardano i risultati delle elezioni tedesche, si scopre che i land dove l’Afd ha conquistato più voti sono quelli dell’ex Germania Est, mai interamente guadagnati al tenore di vita della parte occidentale: il loro reddito pro capite è la metà o meno della metà di quello delle circoscrizioni dell’ovest. È a causa della diseguaglianza economica crescente che i tedeschi dell’Est hanno votato per l’estrema destra contro un governo di coalizione che comprendeva i socialdemocratici. C’è meno disuguaglianza di ricchezza fra il Nord Italia e il Sud che fra l’Ovest e l’Est della Germania. Il land di Amburgo presenta un reddito pro capite di 61.729 euro contro i 24.909 del Meclemburgo Pomerania, la Baviera 43.092 contro i 25.198 della Sassonia-Anhalt . In Italia il reddito delle regioni del Meridione è di 17.800 euro contro i 33.400 del Nord-Ovest.

In generale la linea di separazione fra destra e sinistra in Europa appare cancellata dal fatto che i partiti di sinistra, storicamente favorevoli all’economia statalizzata e pianificata e ostili alla proprietà privata, si sono convertiti all’economia di mercato, finanziarizzazione inclusa, con le sue delizie e le sue croci (basti pensare al Monte dei Paschi di Siena passato dalle mani dei democristiani a quelle dei postcomunisti che l’hanno portato alla bancarotta); mentre i partiti di destra, storicamente nazionalisti, hanno accettato la logica dell’integrazione europea. Antieuropeisti oggi sono solo i cosiddetti partiti populisti di estrema destra che però sono quelli che promettono maggiore giustizia sociale e minore diseguaglianza.

Alcuni vorrebbero usare la questione dei migranti come cartina di tornasole per distinguere ancora fra la destra egoista e la sinistra altruista: apparterrebbe alla prima chi vuole frenare gli arrivi, alla seconda chi è più disposto ad aprire le porte. Ma al netto delle accuse di xenofobia che vengono rivolte alla destra, la questione è altamente controversa: l’immigrazione di massa in Europa comporta l’abbassamento dei redditi delle fasce deboli della popolazione perché innesca una corsa al ribasso delle retribuzioni, peggiora la qualità della vita nei quartieri delle classi popolari, avvantaggia i capitalisti che possono sfruttare una forza lavoro con poche pretese. Più che una politica di sinistra, sembra una politica a vantaggio degli interessi capitalistici e foriera di diseguaglianze crescenti. Dunque una politica di destra, secondo la vecchia terminologia.

Concludendo: ma allora perché nella Chiesa cattolica è tornato di moda il linguaggio che contrappone la destra alla sinistra, proprio nel momento in cui queste distinzioni evaporano nell’ambito politico, che è quello in cui sono nate? Ma perché nella Chiesa cattolica è purtroppo tempo di guerra, e per fare la guerra bisogna distinguere con precisione chi sono i nemici e chi sono gli amici. Le categorie di destra e sinistra servono schmittianamente proprio a questo: a reclutare i combattenti per la propria causa, a definire amici e nemici. È inutile negare la drammatica evidenza. Una cosa saggia da fare per evitare i mali peggiori è senz’altro richiamare tutti alle parole del Vangelo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano». (Lc, 6, 27-28)

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