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Cercava la felicità e trovò l’Aids. Poi la rinascita. Storia di Elba Maria

marzo 10, 2017 Aldo Trento

Aldo Trento

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Contemplerò ogni giorno il volto dei santi per trovare riposo nei loro discorsi, recita l’ultima antifona delle lodi del giovedì. Inizia la quaresima e il modo più vero per viverla è offrirvi la testimonianza di alcuni santi morti nella nostra clinica di cure palliative “Don Luigi Giussani”».

«Signore, stamattina è morta sua figlia». Senza neanche aspettare che la segretaria terminasse, il papà rispose: «Bene, bene»: in queste due parole è racchiuso tutto il dramma di Elba Maria, la ragazza di ventidue anni morta di Aids questo venerdì. Quando i volontari che lavorano nella discarica cittadina di Cateura la portarono alla nostra Casa Divina Provvidenza, il suo nome era Elba, Maria lo aggiunsi io la domenica in cui la battezzai. Era nata dove vivono migliaia di esseri umani, raccogliendo e mangiando ciò che trovano fra i rifiuti, e dove i rifiutati della città hanno costruito un capannone, chiamato il Santuario dei martiri di Cateura.

Chi sono i martiri di Cateura? Sono i neonati che ogni giorno emergono dalle immondizie, e che questi poveracci raccolgono, lavano, poi danno loro onorata sepoltura. Elba Maria era stata salvata. Ma non era stato l’amore a portarla al mondo, e perciò non ebbe mai la grazia di sperimentare la tenerezza, la bellezza dell’essere figlia. La madre morì presto. Il padre l’abbandonò per unirsi a un’altra donna. Non seppe mai che cosa significhi essere figlia, perché non conobbe mai la bellezza di una casa, di una famiglia e senza questo respiro la vita si trasformò per lei in un inferno. Elba crebbe sola in mezzo all’immondizia di Cateura, finché un giorno, in piena giovinezza – quando il cuore comincia a battere forte e si sveglia in modo acuto il desiderio di amare ed essere amati –, si rese conto della sua solitudine. E fu lì che incontrò un ragazzo, un altro poveretto come lei, anche lui figlio dell’immondizia di Cateura. Si unirono in una promiscuità violenta.

Sì perché, come scrisse Cesare Pavese, suicida in giovane età, dentro il piacere sessuale l’uomo cerca qualcosa che va oltre il sesso stesso: cerca l’eterno. Elba Maria cercava la felicità, e in questa ricerca trovò l’Aids, il nemico per eccellenza dell’amore e della vita. Tra le braccia del suo compagno trovò la morte. Quello che avrebbe dovuto essere, e che è, nel sacramento del matrimonio un’esperienza suprema di vita, si trasformò per lei in un’esperienza estrema di violenza. Continuò a vagare per Cateura, finché le energie l’abbandonarono e si ritrovò paralizzata in una capanna di quel quartiere nel quale solo la presenza dei gesuiti è un barlume di speranza e amore. E fu lì, in quella “fogna”, che un medico e un amico si preoccuparono di lei e la portarono nella nostra Casa Divina Provvidenza.

Tra lenzuola bianche
Arrivò disperata, ma piano piano recuperò il sorriso. Per la prima volta si sentì circondata da amici; per la prima volta provò il calore di una stanza pulita, con l’aria condizionata, un letto degno di lei, con lenzuola bianche; per la prima volta conobbe l’affetto di medici, infermiere, volontari e sacerdoti; per la prima volta cominciò a sorridere, a guardare la gente con speranza e affetto, con i suoi begli occhi neri, grandi come una luna piena. Un giorno arrivò una sua zia a trovarla e quando Elba la riconobbe iniziò a piangere forte e amaramente: era la gioia di vedere qualcuno che le apparteneva e al tempo stesso era la tristezza di appartenere a qualcuno senza amore. La zia non tornò mai più a trovarla; né tantomeno venne a cercarla l’uomo che le aveva dato la vita, il suo padre biologico.

Già compromessa alla parte sinistra del corpo, Elba Maria, lentamente, divenne totalmente paralizzata. Smise di parlare: i grandi dolori fisici, mai superiori al dolore morale che la straziava inesorabilmente, divisero in due quella fragile e bella pianta appena sbocciata alla vita. Ogni giorno, quando la visitavamo, ci sorrideva, ci parlava con gli occhi brillanti come la luce del sole. Era cristiana da alcune settimane, e questa grazia fu il suo ultimo sostegno, la sua allegria, la certezza di essere figlia, di avere finalmente un Padre. In lei si compì ciò che disse il profeta: «Potrà una madre o un padre abbandonare sua figlia?».

Lei rispondeva di sì, tra i singhiozzi. Ma il profeta aggiunge: «Io – cioè Dio – non mi scorderò mai di te… perché già prima di formarti nel seno materno pronunciai il tuo nome… sei come la pupilla dei miei occhi… ti disegnai nel palmo delle mie mani». E questa coscienza, appena germogliata, accompagnò Elba Maria fino alla morte. Gli ultimi giorni non sorrideva più, e finalmente Dio la prese con sé.
paldo.trento@gmail.com

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