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Caro Renzi, oltre a Imu e Tasi abolisci anche la tassa burocrazia

agosto 27, 2015 Redazione

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«Rincuora la determinazione con cui Matteo Renzi torna ad annunciare l’abolizione di Imu e Tasi», scrive Alberto Mingardi in un interessante articolo pubblicato in prima pagina sulla Stampa a commento dell’annuncio-bomba fatto dal premier due giorni fa a Pesaro («il prossimo anno togliamo Tasi e Imu per tutti», ha detto). Del resto, osserva il direttore dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl), «quando la pressione fiscale si avvicina alla metà del Pil, chiunque abbia un minimo di istinto di sopravvivenza è favorevole a qualsiasi taglio alle tasse». Tuttavia, oltre al problema delle coperture di una simile misura, Mingardi sospetta che essa serva a Renzi per «rinsaldare un legame personale con ampi settori del corpo elettorale» più che per favorire la ripresa economica del paese.

QUESTIONE DI VISIBILITÀ. In effetti, continua l’articolo, «l’abolizione dell’Imu è molto visibile» per gli elettori, che sono costretti a pagare di persona le tasse sulla casa e sui rifiuti. Perciò l’abolizione di Imu e Tasi sarebbe indubbiamente un’ottima trovata per il premier e il suo partito dal punto di vista elettorale. Tuttavia è vero anche che «le persone capiscono che c’è “la ripresa” se il figlio trova lavoro, se vedono aumentare le proprie attività, se aprono nuovi esercizi commerciali», e quindi, ammonisce Mingardi, il governo non dovrebbe far passare in secondo piano le imprese. Anche loro hanno bisogno di vedersi restituire reddito dallo Stato.

IL COSTO DELLE REGOLE. È evidente il motivo per cui il premier sembra essere intenzionato a privilegiare il taglio di Imu e Tasi rispetto a una riduzione o all’abolizione (altrettanto auspicabile) dell’Ires che grava sulle aziende. «Ma colpisce – scrive Mingardi – che non pensi ad un’ovvia alternativa», e cioè alla tanto invocata semplificazione. Spiega il direttore dell’Ibl: «Soprattutto per le imprese medie e piccole, gli adempimenti amministrativi sono l’equivalente di un’imposta: essere “in regola con le regole” costa, sia in denaro (per la consulenza dei professionisti) che in tempo degli imprenditori. Semplificare le norme equivale a comprimere i costi di questa natura». È una grave sciagura ormai universalmente nota, eppure «il ddl concorrenza langue e rischia di essere ulteriormente annacquato alla riapertura dell’attività parlamentare. E di semplificazioni il governo ha persino smesso di parlare», lamenta il giornalista.

TROPPO DIFFICILE CRESCERE. Mingardi arricchisce la sua argomentazione anche con un efficace esempio: «Nel mese di luglio, la Stampa ha pubblicato una lettera di un ristoratore di Torino, William Santarelli, che aveva rinunciato a chiedere il permesso per un dehors, esasperato per la complessità amministrativa di un’operazione così banale. Chi vuole posizionare qualche tavolino all’aperto ritiene di incontrare una domanda. Senza, perde una possibilità di “crescere”. Moltiplicate per mille ed avete l’Italia: un paese dove la creatività imprenditoriale inciampa sui più fantasiosi ostacoli burocratici».

Foto archivio documenti da Shutterstock


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