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«Caro padre Aldo, hai ragione. Sono una zitella e questo mi brucia dentro»

novembre 22, 2014 Aldo Trento

padre-aldo-trento-jpeg-crop_display_0Caro padre, ho appena finito di leggere il suo articolo su Tempi n. 46. Quello dal titolo  “… condannati allo zitellaggio”. L’ho letto per distrarre un momento l’anima e il cuore dalla sofferenza. Ma già il titolo mi aveva ferita.

Sì, ha ragione: lo zitellaggio è proprio amaro. È una sofferenza profondissima che riempie la mente di domande. Perché Dio non ha scritto nessun nome per me? Passo notti tentando di cercare un senso alla sequenza dei giorni. Così si finisce per cercare amore nei modi sbagliati. E intanto dentro brucia questo desiderio grandioso e incontenibile di amare ed essere amati. Ecco io sto così. Una zitella che non riesce a ingollare questo calice amaro della solitudine.

Avrei tanto voluto anch’io una bella storia, con tutte le sue difficoltà indubbiamente, ma sana. Un matrimonio in chiesa, le fedi, le promesse, i progetti per la vita e i figli. Dio quanto mi sono mancati i figli. E non c’è pace, ché in ogni luogo e in ogni programma, libro, rivista o intervista o predica in chiesa ti dicono che «è l’amore che fa girare il mondo, l’uomo non è fatto per stare solo, i figli sono il senso della vita», e ogni volta ti si stringe il cuore e ti si gonfiano di lacrime gli occhi e ti senti fuori da tutto, inutile come una pianta sterile.

Ho 50 anni e mi è capitato di innamorarmi dell’uomo sbagliato, di fare i conti con una vita che ormai volge al tramonto con un mare di domande senza risposte. E prego, chiedo di capire. Se la mia croce doveva essere la solitudine, perché mi è stata messa sulla strada una persona che non posso amare? Insomma, ho chiesto a Dio di farmi guarire, di farmi vedere un raggio di luce, ma tutto sembra fermo.

Caro padre, sarebbe bello che qualche volta si spendessero due parole anche per le persone che restano sole. Le assicuro che la sofferenza è grande, ma grande davvero.

Lettera firmata

aldo-trentoPiù di una persona ha reagito al mio articolo. E con ragione, perché nel gergo normale con zitella si intende una persona fracassata nella sua affettività. Una persona che per differenti ragioni non ha incontrato marito o moglie. E quindi vive come una persona frustrata, condannata a vivere da sola. Ma di fatto non è così, perché la zitella può essere benissimo anche una donna sposata o consacrata. Come può esserlo uno sposato o un consacrato. E quando diventiamo zitelli? Quando perdiamo la nostra identità e viviamo come borghesi, come funzionari al servizio del potere civile o ecclesiastico. Uomini omologati alla mentalità dominante.

Nel catechismo guaraní leggiamo: «Il primo articolo del Credo dice di credere in Dio. Che cosa significa per te Dio? Risposta: L’esistenza di un Signore infinitamente buono, saggio, onnipotente, principio e fine di tutte le cose e al quale tutte le cose obbediscono». Il catechismo di san Pio X alla domanda: perché Dio ha creato l’uomo (maschio e femmina), risponde: «Per conoscerLo, amarLo, servirLo in questa vita e godere con Lui nel Paradiso».

Lo zitellaggio è un modo di vivere senza la coscienza che il fine del vivere, il senso dell’esistenza è quanto affermato dal catechismo. La zitella o lo zitellone è la persona umana che non si concepisce come relazione con il Mistero, per cui gli è impossibile discernere cosa Dio voglia da lui o da lei.

La vocazione originaria dell’uomo è quella di concepirsi come voluto da Dio. Il problema si sposta e diventa: ma io come mi concepisco? La solitudine di cui parla la signora della lettera non è forse il frutto dell’autonomia che viviamo? Nella vita concreta molte volte mi sono trovato davanti a persone che ostinatamente pretendevano che il disegno di Dio coincidesse con il loro. Quante donne o uomini che arrivati a 50 anni seguono ostinati il loro sogno di incontrare l’anima gemella… Continueranno a seguirlo nella tomba!

Uno è solo quando, invece di arrendersi al Mistero che è il senso della vita, si attacca morbosamente ai suoi capricci. Il senso della vita non sono i nostri progetti e neanche i nostri figli. Il senso della vita coincide con il riconoscere che «Io sono Tu che mi fai». Quando viene meno questa certezza, diventiamo tutti dei grandi zitelloni. Anche io facevo parte di questo club. Il punto nodale è: o ci arrendiamo all’evidenza della realtà o seguiremo a lamentarci. Solo è chi si dimentica della sua origine.

paldo.trento@gmail.com

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3 Commenti

  1. Filomena scrive:

    Sintetizzo: o uno si sottomette supinamente a una entità misteriosa e rifiuta di essere autonomo nelle sue scelte di vita, accettando la sfida di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato, oppure è condannato a questa condizione di “zitellaggio” esistenziale che è causa di sofferenza. In realtà i bilanci di vita ognuno li fa da se’ e quello che soddisfa una persona, non soddisfa l’altra. Ma per imputare le nostre scelte a Dio c’è una condizione necessaria: bisogna avere un grande bisogno di delegare la nostra vita ad Altri perché non abbiamo più fiducia in noi stessi. È essenzialmente un modo per deresponsabilizzarsi.

    • daisy scrive:

      Filomena,più che sottomettersi ci si fida, qualcosa di ben difficile e coraggioso.Ribellarsi alla realtà e al proprio destino è spesso solo uno spreco di energie e porta lo stesso all’infelicità. Si tratta di un pensiero presente in tante culture. Si basa proprio sul fatto che l’uomo da solo non basta. Sapere di essere guidati da un Altro che ci ama tantissimo, aiuta a non lasciarsi sconfiggere dai pesi gravosi della vita.Ciò non toglie il dolore, la fatica, la solitudine ecc.però permette di non perdere mai la speranza e di essere liberi dal dolore,ovvero di non lasciarsi schiacciare da esso,perchè hai la sicurezza che quella cosa lì apparentemente senza senso, un senso invece ce l’ha… Poi uno è assolutamente libero di nn crederci e inisistere ostinatamente a far funzionare le cose come vuole lui. La signora ci ha provato infatti, ma nn ha funzionato. Dimostrazione del fatto che non sempre sappiamo cosa sia giusto x noi…

  2. cri scrive:

    Caro Padre Aldo,
    leggo sempre i suoi articoli e la stimo per tutto quello che fa, ma su questa storia dello zitellaggio a me non è proprio per niente piaciuto. Penso di capire le sue intenzioni, tant’è che al primo articolo mi sono sentita punta ma non ho reagito, ma di fronte alla lettera della signora (che avrei potuto scrivere io tale e quale) secondo me si è arrampicato male sui vetri. Perchè dare per scontato che la solitudine della signora sia il frutto dell’autonomia che viviamo? Mettiamo il caso che la signora, chiedendone la forza al Padreterno, abbia fatto la scelta di non sfasciare una famiglia già esistente (evitando magari di generare divorziati così tristi perchè non possono accostarsi all’eucaristia tanto da farci un Sinodo!!!), oppure semplicemente si sia innamorata della persona sbagliata, lo scavezzacollo di turno, quello che si vuole solo divertire, senza poi riuscire più ad innamorarsi di qualcun altro … abbia quindi fatto prevalere un sentimento rispetto allo spirito pratico di rifarsi una vita con qualcun altro e di formarsi una famiglia e rientrare in stereotipi più degni di stima rispetto allo zitellaggio. La signora ha solo chiesto qualche parola di conforto, ma niente, per i single o le zitelle che dir si voglia, non c’è pietà. Hanno creduto di bastare a loro stesse, hanno deciso sempre tutto in totale autonomia e per loro non sono previste parole di conforto. Al massimo qualche prete scialbino in confessionale ti propone di aiutare in parrocchia o qualcun altro ti fa la battutina che potresti fare la perpetua, ma per il resto … nessuna considerazione. Ci tocca tirare avanti con le nostre gambe e la nostra fede traballante …. e la nostra sofferenza nascosta. Ma in fondo due parole di conforto non si negano a nessuno, no???

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