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Carlo Lissi, Michael Schumacher e il mistero viscerale dei nostri legami. Di parole e di sangue

giugno 28, 2014 Annalisa Teggi

motta-visconti-carlo-lissi-cristina-omes«Sì de la scheggia rotta usciva insieme/ parole e sangue» (Inferno, canto XIII)

Una famiglia come tante: moglie, marito e due figli (maschio e femmina). Perfetto, e normale. Un uomo e una donna che condividono faccende quotidiane tra casa e lavoro nella periferia milanese: gente talmente comune da essere invisibile; nel quartiere, i vicini ne parlano bene, mentre vedono mamma e papà insegnare alla figlia a pattinare davanti a casa. Poi una sera tutti i riflettori si accendono su di loro, perché Carlo Lissi stermina a coltellate tutti i familiari, prima la moglie poi i bambini – e lo fa mentre dormono. Confessa. Dice che la famiglia è una gabbia e al magistrato che chiede: «Ma non le bastava il divorzio?», l’omicida di Motta Visconti risponde: «No. Con il divorzio i figli restano».

A molti chilometri da questo orrore, c’è un’altra famiglia non proprio come tante. Da sempre sotto i riflettori, da sempre in giro per il mondo, e ad alta velocità. Anche loro sono moglie, marito e due figli (maschio e femmina). Perfetto, anche se non esattamente normale. Sono dei privilegiati, pensano alcuni. Interviste, copertine, lusso. Però quando padre, madre e figli sono a casa propria attorno a un tavolo, mangiano stando così stretti che si fa fatica a muovere le mani: un affetto semplice e sincero. E poi un giorno tutti i riflettori si spengono su di loro, perché la moglie Corinna decide di proteggere così il marito Michael Schumacher, dopo quel brutto incidente sugli sci. Dopo sei mesi Michael esce dal coma e i medici dicono: «Reagisce alle voci e parla con gli occhi. Questi reagiscono in modo chiaramente più forte al contatto con Corinna, rispetto ad altre persone».

Un padre che recide le voci dei suoi cari e un padre che si aggrappa alle voci dei suoi cari: parole e sangue (del tuo sangue). C’è qualcosa che parla di profondità in entrambi i casi, che sia quella aberrante a cui si deve piantare un coltello o che sia quel guizzo di forza che infrange la paralisi. E questa profondità viscerale, che va dall’orrore cieco alla speranza commovente, è un quadro che lascia senza fiato, ma è più autentico rispetto alla visione astratta che vorrebbe farci credere che i nostri affetti sono vincoli sentimentalmente fluttuanti e passeggeri, roba da divorzio breve.

Non sono nodi così facili da slegare, come disse il signor Chesterton: «Creature così legate l’una all’altra come moglie e marito, o madre e figlio, hanno il potere di rendersi reciprocamente felici o tristi e nessuna costrizione pubblica può metterci becco. Anche nei casi fuori dalla normalità, in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà, come sanno bene molti magistrati disarmati. Quest’ultimi devono impedire che dei bambini muoiano, sottraendoli a colui che porta a casa il pane. E spesso essi devono spezzare il cuore di una moglie perché suo marito le ha già spaccato la testa. Lo Stato non ha alcuno strumento abbastanza delicato per poter estirpare le radicate abitudini e gli intricati affetti di una famiglia; i due sessi, felici o infelici, sono incollati insieme in modo così forte che non possiamo mettere il temperino legale tra di loro come fosse una spada. L’uomo e la donna sono un corpo solo – sì, anche se non sono un’anima sola».

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