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Borletti Buitoni e i “quattro fagiolini” (cosa volete? Le scuse come in Un pesce di nome Wanda?)

maggio 30, 2013 Tommaso Farina

Toccare i totem, si sa, è pericolosissimo. Lo sappiamo bene noi di Tempi, che siamo abituati a fare battaglie su cose che la religione del politicamente corretto ritiene sacre e inviolabili.

E l’ha appurato Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua in Buitoni, il sottosegretario col nome più lungo del mondo. Contro di lei un fuoco di sbarramento, una sorta di gara allo stracciamento di vesti. E che ha fatto, che ha detto la signora approdata a supporto del dicastero dei Beni culturali? Ha sfregiato il David di Michelangelo? Ha detto che Dante è da buttare? Ha minacciato di togliere sovvenzioni al teatro d’opera? Ha fatto crollare ancora una volta le rovine di Pompei? Niente affatto: ha dichiarato, in maniera invero un poco semplicistica, di preferire la sana cucina tradizionale a quella più innovativa.

Certo, l’ha fatto in maniera grossolana: «Spero di non offendere nessuno con questo parere, ripeto, strettamente personale, ma confesso che, come forse la maggior parte degli italiani, tra quattro fagiolini che circondano un minuscolo pezzettino di carne e un piatto di pappardelle al sugo di lepre, preferisco la seconda opzione». E in questo non c’è niente di male. Certo la frase poteva essere equivocata, giacché difficilmente l’innovazione in cucina può identificarsi coi fagiolini di cui parla. Più spesso, è la rielaborazione caleidoscopica di pietanze tradizionali, che acquisiscono un nuovo volto: si veda il “bollito non bollito” strepitoso dell’Osteria La Francescana di Modena, le meraviglie del cui cuoco, Massimo Bottura, i lettori di Tempi già conoscono.

E va bene: un peccato di superficialità. Ma le persone sono forse perfette? Quanta gente dice cose affrettate, a suffragio di una propria opinione? Quella della Borletti, letta due o tre volte, è solo e soltanto un’opinione. Come quella di milioni di altre persone. Come quella, inversa, di altri milioni ancora, che invece la lepre la odiano. Non c’è nulla di male.

Eppure, il male, che quasi sempre è nelle orecchie di chi ascolta, qualcuno ce l’ha trovato. Un sacco di ristoratori da copertina si sono risentiti, roba da non credere. Per loro, anzitutto l’opinione della Borletti è sbagliata e vergognosa. Ma questo era ovvio. Era il meno. Per loro, più precisamente, la Borletti avrebbe dovuto tacere. Nientemeno, per ragioni di “galateo istituzionale”. Sembra di sentire il solito squittio pappagallesco ripetuto a macchinetta dai soloni anti Berlusconi. Con in più il timore che la Borletti medesima, con le sue dichiarazioni da lapidazione immediata, potesse aver danneggiato la ristorazione. Proprio così, danneggiarla. La cosa divertente, o grottesca, è che probabilmente lo pensano davvero. Allo stesso modo con cui costoro credono, forse, di rappresentare la totalità della ristorazione.

Così non deve stupire se Massimiliano e Raffale Alajmo, quelli del buonissimo Le Calandre di Rubano, Padova, non solo dicono che «tale dichiarazione fatta da chi ci dovrebbe rappresentare sia la dimostrazione che sia la persona sbagliata nel posto sbagliato», ma si spingono oltre: «In un periodo storico come quello attuale, farci rappresentare da una persona che non ha la benché minima idea di quanto i ristoratori italiani in Italia e nel mondo facciano da ambasciatori per il Paese e per i nostri prodotti è inaccettabile. Una presa di posizione, netta e chiara verso il Sottosegretario sarebbe un esempio di quanto l’Italia sia unita almeno a tavola». Insomma, cacciatela dal Regno. Magari con una bella scarica di nerbate e l’obbligo di recitare l’atto di contrizione di Un pesce di nome Wanda.

Sarà mica che questa paura, francamente sproporzionata, derivi da inconsci timori di vedere crollare (per ben altri motivi) un mondo di cartapesta? Un mondo di marchette, di ruffiani, di eventi sberluccicanti pieni di musica lounge e di finger food, oltre che di giornalisi adoranti che hanno imparato la lezione a memoria. Vogliamo sperare che il mondo della buona tavola non sia solo questo. E lo diciamo pensando al merluzzo nero di Massimo Bottura, che non a caso, nel replicare alla signora, ha mantenuto un profilo assolutamente elegante ed esemplare, senza trasudare voglia di giustizia sommaria. Una lezione di stile. Signori, se la ristorazione è in crisi non è colpa di quel che pensa la Borletti.

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