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Il Boeing malese e il tremendo mistero di quei 239 corpi mancanti

marzo 22, 2014 Annalisa Teggi

«La nostra persona/ più grata fia per esser tutta quanta» (Paradiso, canto XIV)

Mio marito era in volo per l’India, quando ho sentito la notizia di un Boeing scomparso dai tracciati radar. La frazione di secondo che il cronista ha impiegato per dire che era successo in Malaysia, mi è sembrata eterna. Forse è per questo che poi ho seguito gli aggiornamenti sulla vicenda in modo meno distratto del solito. Fino al momento in cui scrivo, il mistero più fitto rimane sulla sorte di quel volo partito l’8 marzo da Kuala Lumpur e mai arrivato a Pechino. E a questo si è aggiunto anche il pasticcio sulle identità: passaporti trafugati, persone date per disperse che in realtà non si trovavano sull’aereo. Identità incerte, un gigantesco aereo scomparso, 239 corpi mancanti.

Il mistero suscita curiosità, genera ogni sorta di congetture. Ma il risvolto più delicato e tremendo della cosa, a me pare quello dei corpi mancanti. Missing. Di un morto diciamo che «è mancato», ma quanto è più terribile dire che è mancante; perché il participio presente lascia aperta la ferita, protrae indefinitamente l’attesa, non chiude la speranza, e dunque impedisce che subentri la coscienza della perdita. In assenza di un corpo, come si fa ad attraversare e superare un lutto? Mi spiazza sempre quel verso in cui san Francesco loda Dio anche «per sora nostra morte corporale»; non riesco a stare al passo con lui, ma intuisco che si riferisca alla gigantesca dignità che ha il nostro corpo, e al fatto che la completezza spirituale di uomo passa attraverso ogni fragile esperienza della sua carne.

E così, per quanto suoni terribile dirlo, stare al cospetto di un cadavere ci è necessario per piangere una morte; perché il dolore nella sua durezza è capace di farci chiedere l’eterno riposo, sentendo chiaramente che non si tratta di una litania per bigotti. L’eternità dell’anima è profondamente inerente alla finitezza del corpo. Ungaretti scrisse Veglia dalla trincea di guerra: «Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore./ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita». Tutto è così tremendamente carnale, che non può che fiorirne un anelito di piena e robusta speranza.

E noi, invece, viviamo in un tempo paradossale, in cui si loda il carnale senza reggere lo scandalo del corpo: per il corpo malato c’è l’eutanasia, per i difetti del corpo c’è la chirurgia estetica, per ovviare a complicate risposte sul sesso si toglie il maschile e femminile. Ma se i corpi svaniscono nella loro complessa materialità, anche il nostro volo rischia di essere missing, un viaggio di identità mancanti. Nel Paradiso Dante riceve la conferma da re Salomone che, dopo il Giudizio Universale, la nostra anima ricongiungendosi al corpo sarà più luminosa, perché solo allora la persona sarà intera. Udendo questo le anime degli altri beati esultano di gioia, ma non tanto per se stessi: «che ben mostrar disio d’i corpi morti: forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor cari». Che pienezza sarebbe se non ritrovassi in cielo i tratti precisi dei volti che ho amato sulla terra?

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