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Blanca e la compagnia di Dio. «Il lungo cammino che mi ha portata dritta all’altare»

dicembre 16, 2012 Aldo Trento

Da quando la Divina Provvidenza ha messo “mano all’opera” in favore dei malati terminali, soli, abbandonati o rifiutati dalle cliniche o i mendicanti della strada, quasi tutti malati di Aids, non mi sono mai stancato di dire ogni giorno: se le opere di carità che la Divina Provvidenza ha costruito, per coloro che secondo il mondo non valgono niente, non ci aiutano a conoscere, amare, servire e annunziare Cristo, preferisco che si concludano. Non sono venuto in Paraguay con un progetto né con l’ipotesi di costruire ciò che ora esiste. Anzi, se avessi saputo ciò che Dio aveva in mente, avrei probabilmente detto di no. Sono venuto in Paraguay per un altro motivo, inviato da don Giussani. Non sapevo cosa mi aspettasse.
Per quindici anni il mio unico impegno è stato quello di trovare me stesso. Dopo quindici anni di “passività”, passati a gridare, a supplicare il Signore che mi desse la grazia di dire “Io”, sono fiorite le opere che hanno visto come protagonista una compagnia che si è formata tra di noi, sacerdoti e laici impegnati. Per questo motivo l’unico scopo della Clinica e delle altre opere è quello che chi arriva incontri Cristo. Mi commuove vedere come non ci sia giorno in cui qualcuno non si dedichi totalmente a Cristo.
Durante questi otto anni di costruzione della Clinica (l’attuale) sono andate in Paradiso più di mille persone, tutte morte con il nome di Gesù sulle labbra. Credo che non esista opera più grande che quella di accompagnare un paziente terminale nel suo incontro con Cristo. Oltre a questa, c’è un’altra occupazione, non meno importante. Molte persone, sia malati sia gente che lavorava con noi, vivevano in concubinato e durante questi anni hanno chiesto di ricevere il Battesimo e gli altri Sacramenti. In particolare le persone impegnate nel lavoro con noi hanno voluto sposarsi nella Clinica, circondate dai malati terminali. La testimonianza che segue è un esempio commovente di un cammino educativo che è sfociato nell’ultimo matrimonio celebrato qualche tempo fa.
Se un ospedale o qualsiasi opera non è il frutto della passione per Cristo e un cammino educativo per poter dire «Tu, o Cristo mio», non solo non resisterebbe all’usura del tempo, ma non sarebbe neanche utile per gli ammalati. La Clinica esiste prima di tutto perché i pazienti riconoscano Gesù e affinché possano morire “in pace”, come affermano i malati coscienti della morte prossima. A cosa serve un ospedale se non è chiaro questo punto? Servirebbe solo per posticipare per un po’ di tempo la morte, mentre lo scopo di ogni Clinica è quello di sperimentare quello che recitiamo nel Credo: «Propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de coelis». E la parola salute abbraccia tutto l’umano, tutta la realtà nella quale viviamo, oltre alla salvezza eterna. La parola “salute” nella mia esperienza indica un presente che accade e salva la totalità dell’umano, mentre la parola “salvezza” indica lo scopo della vita.
paldo.trento@gmail.com

Molto prima di arrivare nella Clinica della Divina Provvidenza ho sofferto di un grave problema di salute. Ero molto distante da Dio ed è stata proprio la gente di Chiesa quella che più mi ha aiutata ad andare avanti. Loro mi venivano a trovare e mi invitavano in una comunità vicino a casa mia. Ho cominciato a riavvicinarmi a Dio, a interessarmi, perché volevo conoscerlo, ad andare in chiesa per confessarmi, per partecipare alla Messa. Ho deciso di separarmi dal padre dei miei figli e iniziare un percorso dentro la mia comunità. Un giorno un’amica, che lavorava già da molto tempo nella parrocchia di San Rafael, mi ha detto che nella Clinica c’era un lavoro per me. Sono venuta senza informarmi se avrei ricevuto denaro o meno, perché l’unica cosa che avevo dentro di me era un grande bisogno di venire qui.

Ciò che mi ha impressionata di più è stata la bellezza della parrocchia e della Clinica in particolare, un luogo talmente bello che mi parlava della presenza di Dio tra di noi. Quando ho visto il Santissimo Sacramento esposto mi sono resa conto che il Signore mi stava chiamando a intensificare la mia relazione con Lui e da quel momento non mi sono più allontanata da Dio. Ho iniziato a chiedergli senza stancarmi che mi aiutasse a capire cosa volesse da me. Dopo quattro anni di lavoro in questo luogo, ho conosciuto il mio futuro marito che stava lavorando alla costruzione della nuova Clinica. Avevamo in comune entrambi il fascino per questo luogo e io chiedevo sempre al Signore che se questa persona fosse stata un motivo per allontanarmi da Lui avrei preferito che ci separasse.

Questo ragazzo voleva formare una vita con me, voleva diventare mio sposo. Vedeva il sacrificio che facevo per i miei figli, come parlavo di Dio e di quello che imparavo giorno per giorno nelle omelie e nelle catechesi di padre Aldo. Ci siamo conosciuti e frequentati fino ad arrivare a decidere di sposarci. Padre Aldo è stato felice di ricevere questa notizia e noi due ci siamo messi nelle sua mani. Anche se il mio fidanzato aveva molta fretta di sposarsi, padre Aldo ci ha detto di avere pazienza, di aspettare, perché ci avrebbe sposati nella cappella della nuova Clinica, una volta terminata. Ci ha promesso che saremmo stati la prima coppia a inaugurarla e ci siamo sentiti abbracciati e ansiosi all’idea che giungesse quel momento. Dopo due anni di preparazione al matrimonio, siamo arrivati, domenica 4 marzo, convinti del perché e per quale scopo fossimo lì. Dio sarebbe stato da quel momento il pilastro della nostra vita, del nostro matrimonio.

È stata una serata speciale, Dio sa veramente come fare le cose. Il suo tempo non è il nostro. Quel giorno si è compiuta la promessa. Mi sono sentita in famiglia, come in casa, e anche i nostri parenti hanno percepito la stessa comunione, la presenza di Cristo in questo luogo. È stato più importante ciò che hanno visto con i loro occhi che tutto quello che gli avevo raccontato. I giovani volontari della Clinica ci hanno dedicato una serenata: è stato tutto molto familiare. Durante la Messa si celebrava anche il battesimo del bimbo della Casa “Chiquitunga”, luogo di accoglienza per adolescenti incinte. Ci siamo tutti riuniti come se fossimo parte di una grande famiglia. Tutto quello che ha detto padre Aldo durante la Messa mi ha commossa molto, ma una delle frasi che mi ha più colpita è stata quando ha detto che il mio futuro marito non solo aveva partecipato alla costruzione materiale della nuova Clinica, ma soprattutto alla costruzione della sua vita. Ci siamo sentiti entrambi figli di padre Aldo: parlava a ognuno di noi e ci faceva capire che per lui è molto più importante che i suoi figli si costruiscano la loro vita piuttosto che tutte le opere che possono sorgere.

Ringrazio padre Aldo per essere sempre un “papà” per noi, una guida spirituale sicura. La sua testimonianza di vita nelle opere, ci ha spinti a metterci nelle sue mani. Vederlo ci permette di credere in quello che dice e fa. È grazie alla formazione che ho ricevuto giorno dopo giorno che il matrimonio è diventato per me una necessità.

Un altro fatto importante successo durante il matrimonio è stata la morte di Hipólito, un paziente della Clinica. Solo qui si può vivere abbracciando la gioia e il dolore. È stato molto significativo per me, perché noi due in maniera diversa stavamo ricevendo una benedizione dall’alto. Quando l’ho saputo ho avuto la certezza che dal Paradiso lui avrebbe vegliato sul mio matrimonio, lui sarebbe stato il mio angelo.

Ricordo che una volta Hipólito mi ha aiutata a vivere la realtà. Una sera sono entrata nella sua stanza per salutarlo, perché sarei andata qualche giorno in vacanza e lui mi ha chiesto di portargli ad aggiustare un suo vecchio orologio. Gli avevo risposto che non ci sarei stata nei giorni successivi, ma subito mi sono ricordata che era Cristo che me lo stava chiedendo, quindi ho preso l’orologio, l’ho portato ad aggiustare e sono ritornata in Clinica durante la mia vacanza. Hipólito era felice, mi ha ringraziato molto e mi ha benedetto perché stavo per sposarmi. Il giorno del mio matrimonio ho vissuto tutto ciò che Dio ha preparato, un cammino secondo la sua volontà. Sono grata a padre Aldo per tutto e chiedo al Signore che non si stanchi mai. Lo ringrazio per averci formati, perché il tesoro più prezioso che abbiamo in Clinica è la formazione, cioè la catechesi settimanale che presto o tardi trasforma i nostri cuori.

Blanca

23/2012

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1 Commenti

  1. Articolo molto interessante… di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti… grazie per lo spunto.

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