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Ascoltare Springsteen e capire che l’uomo è fatto per qualcosa di grande

giugno 26, 2012 Mario Leone

Chiedo venia a Elisabetta Longo e Carlo Candiani se mi permetto di invadere il loro territorio e mi scusino anche i lettori più integralisti (!) del mio blog se si troveranno di fronte un “pezzo” che con la musica classica (o colta o come caspita si chiama!) non ha nulla a che vedere. La musica o è bella o è brutta, amava ripetere un mio caro maestro di Conservatorio. Quindi parlare di Bruce Springsteen non tradisce l’idea originale del blog, perché ritengo ottima la sua produzione. Ancor più non avrei potuto non scrivere quando ti capita di incontrare (e poter scambiare quattro chiacchiere) un esperto in materia “springsteeiniana” come Walter Gatti che sulla storia del rock e su Springsteen appunto, è sicuramente una delle voci più interessanti e originali (ne è prova il suo libro “Help! Il grido del Rock” ed. ITACA di cui consiglio vivamente la lettura).

Qual è il suo giudizio sull’ultimo disco di Springsteen “Wrecking Ball”?
Il disco più significativo degli ultimi anni è stato The Seeger Sessions, tributo a Pete Seeger ma soprattutto alla grande tradizione folk americana. Questo elemento di tanto in tanto è venuto fuori nella produzione di Springsteen. Già trent’anni fa con “Nebraska”, quando nel bel mezzo della sua fama, come uomo che ha fatto rinascere il Rock, propone al pubblico un disco amarissimo, quasi tutto acustico. Lo stesso si può dire con Devils & Dust.In questo senso Wrecking Ball non è un disco tra i più belli, penso che non rimarrà nella storia, però lo riporta ad una qualità compositiva e una preziosità di suono molto importante. È evidente come egli dimostri di far tesoro delle esperienze acustiche, folk, delle contaminazioni della musica celtica e irlandese; il disco è un caleidoscopio di esperienze che testimoniano come, un uomo di sessantatré anni, porti nella lavorazione la quantità di bagaglio che si è costruito nel tempo. Questa peculiarità non si ritrova facilmente in altri artisti. Sicuramente in questo momento Springsteen sa bene che rappresenta l’America. Le intuizioni e il messaggio che dà vanno addirittura al di là della qualità delle canzoni stesse. Basti pensare che Wrecking ballsi conclude con il brano We are alive il cui messaggio non è negativo, barboso, ma di vero ottimismo umano.

Qual è la principale caratteristica che rimane immutata in Bruce Springsteen dal suo esordio sino all’ultimo tour?
Springsteen è uno dei pochi musicisti rock dotato di una statura umana enorme che viene tutta fuori “on stage”. Lo si vedeva trent’anni fa, lo si può vedere ora. Sul palco non mente. È un uomo che porta in scena, senza infingimenti, il suo enorme spessore umano. Molti artisti hanno spettacoli che funzionano alla perfezione, ma guardandoli tu non cogli cosa sta esprimendo la persona. In lui si vede un’altra cosa. Infatti la gente tornando da un suo concerto non dice, ho visto un grande spettacolo rock, ma sono stato coinvolto da una grande passione umana. Anche nel Wrecking Ball tour questo è evidente.

Nel discorso ad Austin, Springsteen riporta le parole di Lester Bangs che alla morte di Elvis scriveva così: «Elvis è l’ultimo artista sul quale saremo tutti d’accordo». Non sembri azzardata la mia domanda: Bruce Springsteen è un artista sul quale possiamo essere tutti d’accordo?
C’è una famosa battuta nel mondo del rock che dice: «Bob Dylan vorrebbe fare concerti come Springsteen e quest’ultimo vorrebbe scrivere come Dylan!». Molto probabilmente Springsteen non è il più grande autore di musica rock; se mettessimo insieme personaggi del calibro di Bob Dylan, Paul McCartney, Paul Simon, Van Morrison degli anni Ottanta, non ha la qualità complessiva che hanno gli artisti appena citati. Però senza ombra di dubbio possiamo essere d’accordo nel dire che Springsteen è il più grande performer della storia del rock. Provi a guardare il concerto del 1979 No Nukes (manifestazione contro il nucleare) in cui sfilavano i grandi della musica rock che stava tramontando, quelli della West coast e della Woodstock generation per intenderci. Di colpo arriva Springsteen sul palco con una carica che, i vari interpreti che l’avevano preceduto, stavano perdendo. Gli  organizzatori dell’evento continuavano a guardarsi increduli di fronte a quello che accadeva sotto i loro occhi. Altro punto sul quale tutti possiamo concordare è che Bruce Springsteen rappresenta lo spirito americano. Per spirito americano intendo dire l’immagine della frontiera da raggiungere o la consapevolezza che nessuna circostanza avversa potrà mai distruggermi: ecco Springsteen rimane l’interprete della grande spinta e passione romantico – umana: io sono fatto per qualcosa di grande. Non c’è cosa che finisca nel nulla. Mi scusi se ribadisco che Wrecking ball termina con We are alive, esattamente come trent’anni prima Tunder Roads terminava con “io sto andando via per vincere”.  Nella storia del rock ci sono rappresentazioni esattamente opposte quali “Born to be wild” (nato per essere selvaggio) o “Born to lose” (nato per perdere). Springsteen è “Born to run” che possiamo parafrasare come born to win, nel senso sono più forte e vinco, ma io sono fatto per tendere ad una vittoria umana. Questo è Springsteen.

Proprio in Born to run Springsteen canta «I wanna know if love is real» (voglio sapere se l’amore è reale). Secondo lei l’ha scoperto?
Penso che Springsteen abbia rappresentato nella sua musica il grande desiderio di compimento dell’uomo. Quando in The river dice: «Il sogno che non diventa reale è una bugia o ancora peggio», vuol dire che sa di cosa stiamo parlando. È un uomo come tutti, che avrà provato le delusioni di tutti. Le canta in Born to the U.S.A. dove parla dell’amico batterista morto in Vietnam; oppure il matrimonio andato a rotoli con Julianne Phillips. Vive una vita difficile che partecipa con una grande passione nelle cose. Un uomo così, ha scoperto che c’è un amore che risponde a tutto e a tutti. Sicuramente a monte c’è questa grande educazione cattolica. Springsteen diceva: «Quando uno nasce cattolico rimane cattolico per sempre». Le sue canzoni parlano sicuramente di un seme profondamente religioso che tutto coinvolge, ma penso che la cosa interessante non è tanto sapere se lui è profondamente cattolico, quanto sapere che ha una domanda che non si è spenta; e se uno ha una domanda che non si spegne, in qualsiasi momento può essere disponibile ad ascoltare la voce di una risposta che arriva.

Può indicarci quattro brani che possono considerarsi nodi cruciali del suo percorso artistico e umano?
Sono molto legato a delle canzoni. Ma sono le mie canzoni. Secondo me gli artisti contano sempre per quanto incidono su di te. Il prodotto artistico tocca il singolo, il suo cuore e le sue passioni. Sono le canzoni che hanno toccato me.  La primissima canzone è It’s hard to be a Saint in the City, l’ultima traccia dell’album Greetings from Asbury Park, N. Y. Questa è la canzone del rock (pur essendo praticamente acustica) che racconta una storia metropolitana, cantata con una passione potente dal ventiquattrenne di Freehold rivela come lo spirito dell’uomo che fa rock è più forte di se stesso. Poi direi Born to run, Thunder Road,  Rocky ground quest’ultima la definirei come un grande testamento gospel – rock. Ma sono solo le mie canzoni potremmo continuare a citarne altre che sono dei veri capolavori.

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2 Commenti

  1. Carlo Candiani scrive:

    Walter Gatti è un amico. E in questa intervista di amici ne compaiono due. Tre, con “The Boss”

  2. Mario scrive:

    Ti ringrazio Carlo.

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