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Anche per partito comunista cinese la riforma del figlio unico «non è niente di che»

novembre 20, 2013 Leone Grotti

La tanto sbandierata riforma della legge sul figlio unico in Cina? «Non è niente di che». A parlare così non è un detrattore del partito comunista cinese ma il vicedirettore della Commissione per la pianificazione familiare e la salute nazionale (Nhfpc) Wang Pei’an. Secondo lui le modifiche annunciate pochi giorni fa «riguardano poche famiglie» e avranno scarsa incidenza.

DUE FIGLI. Una delle 60 misure proclamate durante il “terzo plenum” del Comitato centrale del Partito comunista cinese, che si è tenuto a porte chiuse in un albergo alla periferia di Pechino dal 9 al 12 novembre, riguarda proprio l’odiata legge approvata nel 1979 e che impedisce, salvo alcune eccezioni, alle famiglie cinesi di avere più di un figlio. Fino ad ora potevano avere due figli le coppie che abitano in campagna e quelle nelle quali entrambi i genitori erano figli unici. Il terzo plenum ha stabilito che basta che uno dei due genitori sia figlio unico per poter avere due figli.

«NESSUN RILASSAMENTO DELLA LEGGE». Ma per Pei’an, intervistato dall’agenzia di Stato Xinhua, non bisogna parlare di «rilassamento», «non ci sarà un calendario nazionale per implementare le modifiche», ogni provincia deciderà cosa fare e quando farlo, «e la modifica non cambierà il lavoro della pianificazione familiare, che è una politica di Stato fondamentale che durerà ancora per molto tempo».
Per quanto ci siano buone notizie, dunque, non c’è molto da festeggiare: forse potranno nascere più bambini in Cina ma tutti gli abusi commessi nel nome della legge, come aborti e sterilizzazioni forzate, continueranno a essere perpetrati in modo sistematico.

«TIGRE NON CAMBIA LE STRISCE». L’appunto fatto da Pei’an a pochi giorni dalla pubblicazione del comunicato finale del “terzo plenum” suggerisce un’indicazione di metodo su come leggere le “svolte” del partito comunista cinese: una cosa sono gli annunci, un’altra l’effettiva realizzazione delle promesse. Se il vicedirettore della Nhfpc si è affrettato a smorzare gli entusiasmi per quanto riguarda la legge sul figlio unico, anche l’annunciata abolizione dei campi di rieducazione attraverso il lavoro (laojiao) è molto fumosa: i circa 320 campi esistenti oggi in Cina, dove i detenuti sono costretti a turni di lavoro massacranti, dovrebbero essere chiusi nel 2020 e sostituiti da non meglio specificate «comunità di correzione».
Che cosa avverrà lì dentro? Non lo sa nessuno ma anche un esperto come Nicholas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch, si è dimostrato scettico: «La tigre non cambia le proprie strisce. Dato che “mantenere la stabilità” è l’ossessione del governo, troveranno un’altra forma di detenzione extra-giudiziaria con cui rimpiazzare i campi di lavoro». Del resto è da un anno che l’abolizione è stata annunciata (e poi smentita), ma ancora non si è visto niente di concreto.

RIFORME ECONOMICHE CONTRADDITTORIE. Delle «riforme senza precedenti» annunciate prima del “terzo plenum” fanno parte anche numerose indicazioni in campo economico. L’obiettivo, stando al comunicato finale, è dare più spazio al mercato e all’impresa privata anche se si sottolinea in modo contraddittorio che «le imprese pubbliche costituiscono un elemento fondamentale del nostro sistema». Se da una parte dunque c’è la consapevolezza che per continuare a crescere serve più libero mercato e meno controllo da parte delle autorità, dall’altra domina un atteggiamento di prudenza perché non vengano intaccati troppo gli interessi dei funzionari comunisti nelle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Secondo quanto scritto da Wang Zhicheng per AsiaNews, «con ogni probabilità, le ambiguità e le contraddizioni dipendono dal fatto che tali riforme non sono apprezzate da tutto il Partito. Così, invece di fare passi decisi verso una nuova struttura dell’economia, della politica e delle leggi, si preferisce fare qualche passetto indeciso, ma non risolutivo».

POTERE RESTA AL PARTITO. L’unica cosa certa per ora è che dal punto di vista politico non ci sarà nessuna riforma, il partito comunista non delegherà a nessuno la gestione del potere, e che si farà ancora più attenzione alla stabilità e alla repressione del dissenso grazie alla creazione di un nuovissimo Consiglio nazionale per la sicurezza presieduto dal presidente Xi Jinping. Questo, oltre a gestire gli oltre 180 mila «incidenti di massa» che si verificano ogni anno in Cina, forse farà anche attenzione all’operato dei funzionari comunisti per assicurarsi che non divergano nei fatti dalla linea imposta dal partito centrale e non è un caso che di recente il segretario del partito comunista abbia reintrodotto le «sessioni di critica e autocritica» in voga ai tempi di Mao Zedong.
In sintesi, il partito comunista cinese è convinto di poter liberalizzare l’economia e dare più spazio ai privati senza dover intaccare i propri interessi e condividere il potere. Un obiettivo che sembra irrealizzabile perfino a un grande amico della Cina e del partito come Romano Prodi: «Io penso che si arriverà a un momento in cui i due obiettivi diventeranno fra di loro incompatibili e mi auguro che la millenaria saggezza del popolo cinese sappia allora suggerire in tempo le necessarie decisioni».

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1 Commenti

  1. Livio says:

    Una pentola a pressione che il partito comunista continua a reprimere, finchè gli scoppierà in faccia l’acqua bollente.

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