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Ammazza quanto se magnava nei film italiani anni Settanta

ottobre 10, 2013 Tommaso Farina

È impossibile ricordare tutte le volte che il cibo, o la tavola, o il vino entrano al cinema. Magari, addirittura, rubando la scena agli uomini, come nel famoso Pranzo di Babette di Gabriel Axel, per non parlare di prodotti “moderni” come Un’ottima annata, che gira tutto intorno al destino di un’azienda vinicola, oppure il fondamentalmente insipido Sideways.

Oggi però ci va di scendere dall’Olimpo del cinema ai suoi piani più bassi, meno altolocati ma da anni ormai oggetto di attento riesame non soltanto critico. Quanto si mangia, per dire, nei film italiani cosiddetti “di genere” degli anni Settanta-inizio Ottanta? Quante volte, per caratterizzare atteggiamenti genuini e popolani, in qualche commedia o film poliziottesco si è presentata una famiglia a tavola, possibilmente romana? I romani di quel cinema erano quasi sempre così: simpatici, caciaroni, pronti a sorseggiare insieme un fiasco di vino, o a discutere di cose importanti con le gambe sotto al tavolo, in casa o all’osteria.

Piccoli ma incisivi momenti di dialogo e di rivelazione tra i protagonisti hanno luogo nell’ambiente di ruspanti trattorie romane in Roma a mano armata, ma anche in Paura in città (sempre Roma) e La polizia interviene: ordine di uccidere!, per citarne tre a caso, i primi due con Maurizio Merli, il terzo con Leonard Mann. In questi e altri film appare la figura cordiale dell’oste, di solito anzianotto e non propriamente asciutto, interpretato da Mimmo Poli o Valentino Simeoni, rapido nel proporre «un abbacchio a scottadito? Due torcetti fatti in casa?» e, dopo, anche un sorso di quel famoso amaro italiano che amava pubblicizzarsi al cinema.

Nel cinema anni Settanta, non necessariamente di genere, c’era però anche il rovescio della medaglia, la negazione di queste tavole belle e positive. Brutti, sporchi e cattivi, capolavoro di Ettore Scola, impietosa fotografia romanzata dei borgatari pasoliniani, ha i suoi climax emotivi proprio all’ora di pranzo. Giacinto, il dispotico vecchio ancora gonfio di brama di vivere, dopo aver tiranneggiato tutta la famiglia è finito a corteggiare Iside, giunonica prostituta di basso bordo. E l’amore dove divampa? Nei poverissimi locali della bettola della borgata, attorno a carnosi pezzi di coda alla vaccinara, innaffiati di cospicui bicchieri di vino bianco, probabilmente “de li Castelli”. Al colmo della felicità, Giacinto inzia a librarsi sulle ali del lirismo più sfrenato, e a paragonare la perfetta “intesa” tra gli ingredienti della coda a quella tra uomo e donna che si vogliono bene. Momento quasi commovente.

Ma come c’è l’apoteosi della condivisione, così subito dopo può esserci il suo rovesciamento. La famiglia di Giacinto, stanca delle continue prevaricazioni del vecchio, decide di avvelenarlo nel corso di un pranzo familiare. Una specie di Pranzo di Babette, ma all’incontrario. A Giacinto viene portata una cofana di pasta, dall’aspetto ben poco appetitoso a dire il vero, cucinata alla maniera meridionale. Con una ricetta che vede un po’ di tutto, per ammissione della moglie: «Pasta cotta, melanzane fritte, pomidoro, uva passa, pane grattato, pecorino». Una via di mezzo tra una Norma e una pasta ca’ muddica. Ma con un ingrediente segreto: il veleno per i topi. Naturalmente, il destino vorrà che Giacinto riuscirà a sopravvivere: proprio lui, tradito da un piatto di pasta? Dalla cucina, che è una cosa bella?

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