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Tutti dobbiamo aggrapparci a qualcosa per non vagabondare

marzo 23, 2014 Aldo Trento

È insito nella natura delle cose che hanno “vita” cercare un appoggio, una sicurezza, qualcosa che le aiuti a vivere. Una settimana fa ho chiesto a due ragazze che lavorano nella clinica, di unire con una cordicella la ringhiera della terrazza della clinica con l’angolo di una parete che sta 10-15 metri più in basso. Il motivo? Da tempo desideravo dare più “vita” alla terrazza, riempiendo di fiori e di piante la ringhiera. Da lì si domina gran parte di Asunción; la città sembra una bella foresta piena di punti color argilla che indicano la presenza di una abitazione. Un spettacolo unico, non esiste quadro più bello della nostra capitale vista da lì. Inoltre, quando fioriscono i lapachos di colore giallo, rosa, bianco o, come in questo periodo, i jacarandá color azzurro, mi sembra di sognare e di immaginare il paradiso.

Vorrei avere questo supporto di foglie e fiori lungo tutta la terrazza, sfruttando una pianta chiamata “malvecina” (nella foto sotto) presente sul muro che circonda la mia casa. È un rampicante che va e cammina dove vuole e come vuole. Ecco il perché della corda. Ogni giorno controllavo se questa malvecina si fosse aggrappata o meno alla corda. Una mattina, finalmente, ho visto che uno dei numerosi germogli persi nel vuoto, si era girato su se stesso, con la punta verso l’alto, verso la corda. Non potevo credere ai miei occhi: la pianta percepiva la presenza di qualcosa alla quale poteva aggrapparsi! Passarono altri due giorni e una mattina, guardando verso la pianta, ho notato che il rametto si stava arrampicando su per la corda. Sono rimasto a bocca aperta. Solo Dio ha potuto mettere nel Dna della “malvecina” questo desiderio di cercare qualcosa cui afferrarsi. Che Mistero la natura! In realtà solo gli ignoranti, come afferma il Salmo, possono dire che Dio non esiste!

Molti mi chiedono chi mi ha educato a guardare in questo modo tutti i dettagli della realtà. Oppure, come faccio a rispondere sempre prontamente a ogni necessità. La risposta è che ho imparato dai miei genitori che non solo non mi permettevano di lasciare un pezzo di pane o un boccone di cibo nel piatto, ma mi esortavano a guardare la realtà rispondendole immediatamente. Quando incontrai don Giussani questa posizione tornò a definire la mia vita. Ricordo che andavamo a spasso e ogni tanto si fermava per farci vedere la bellezza degli aghi di pino o l’incantesimo di un tramonto. Mi ha messo nel Dna il fascino per la realtà secondo la totalità dei fattori che la compongono. Guardando la “malvecina” che cercava qualcosa a cui afferrarsi, ho percepito due cose. La prima è che senza un punto di riferimento concreto si vagabonda nel vuoto. La seconda è che senza un movimento positivo della tua libertà non troverai mai questo punto. Per questo è necessario (come fa la “malvecina”) rispettare la propria natura umana che porta iscritta la strada verso la quale andare. Inoltre è molto bello che qualcuno, rendendosi conto del grido di questo ramoscello sperduto nell’aria, gli abbia risposto mettendogli un cordino. È quello che succede nella vita: se non si grida è impensabile che Dio ti mandi questo “cordino” che ti sostenga durante il tragitto verso la tua libertà. Oggi mi sembra che il prodigio di questa pianta sia metafora di quello che succede nella vita di una persona che ubbidisce alla propria natura: la “malvecina” soltanto quando si è aggrappata alla funicella, cammina rapidamente e dà frutti. Con la descrizione della “malvecina” ho voluto introdurre la lettera di una ragazza che nella sua vita ha conosciuto molto dolore e che, grazie a un abbraccio, si è salvata dal rischio di perdersi.

paldo.trento@gmail.com

* * *

Caro padre Aldo, desidero condividere con te la mia vita che è cambiata grazie all’abbraccio di Cristo nella compagnia che Lui mi ha donato. Sono nata in una grande città dove ho vissuto per circa un anno poi, con mamma e papà ci siamo trasferiti in una cittadina di periferia. Qualche anno dopo i miei genitori hanno iniziato a litigare. Spesso vedevo mia mamma picchiare mio padre. Io ero piccola ma ricordo tutto perfettamente. Mio papà si alzava all’alba per andare a lavorare e mia mamma stava male psicologicamente. Così mi capitava spesso di andare a scuola da sola. Un giorno, tornando a casa sempre da sola, vedo la mamma con una borsa che mi dice: «Ciao, io me ne vado». Ero ancora molto piccola ma ricordo quel giorno come se fosse oggi. Ho pianto tantissimo ed ero arrabbiata con tutti, ricordo che ho aspettato il papà, di ritorno dal lavoro, fino a tardi. Purtroppo lui da solo e lavorando tutto il giorno non era in grado di seguirmi. E non avevamo altri parenti che avrebbero potuto ospitarmi. Così sono intervenuti i servizi sociali che mi hanno portata via da casa e mi hanno mandata “in affido” in una famiglia, almeno finché le cose in casa non si fossero sistemate.
Nel corso degli anni ho cambiato ben cinque famiglie: ogni anno traslocavo, cambiavo scuola, città, amici, abitudini… Tutto! Questo periodo è stato davvero molto difficile, ma piano piano ho cominciato a capire che, invece di continuare ad arrabbiarmi, dovevo fare i conti con la realtà che mi era data da vivere, così ho cominciato a guardare le cose con occhi diversi e ho anche iniziato a voler bene al luogo e alle persone che di volta in volta conoscevo. Ma proprio quando iniziavo ad ambientarmi in una famiglia, l’assistente sociale di turno per una ragione o per un’altra mi allontanava. Ti assicuro che è un’esperienza bruttissima; non ti nascondo che ho odiato tantissimo le assistenti sociali… Nessuna mi guardava in faccia, aprivano i loro quaderni, scrivevano i loro appunti ma mai una volta mi hanno chiesto come stavo veramente! Poi finalmente sono stata affidata a una famiglia che mi ha accolto per come ero. E non mi sono più mossa.

Il viaggio ad Asunción
Raggiunta la maggiore età ho deciso di rimanere perché lì mi sono davvero sentita voluta bene. Insieme a tutti loro ora c’è anche il mio papà naturale che, nonostante tutto quello che abbiamo passato, mi è sempre stato vicino e mi ha sempre voluto un grande bene. In questi anni ho anche incontrato il movimento di Comunione e liberazione. Devo confessare che, pur non seguendo fedelmente e non capendo fino in fondo tutto ciò che si dice in Cl, ho sperimentato che questa incredibile compagnia mi ha insegnato ad avere uno sguardo sulla vita pieno di attesa e mi ha fatto capire meglio quello che io valgo. Insomma, mi sono proprio sentita chiamare per nome da Gesù! Dopo il liceo, come tante ragazze mi sono trovata di fronte alla decisione di cosa fare della mia vita: andare a lavorare oppure continuare gli studi? Iscrivermi all’università, ma quale? Nella totale confusione la preside della mia scuola mi ha detto: «Perché non pensi di mettere a frutto l’esperienza che hai fatto nella tua vita e provi ad aiutare gli altri?». Grazie a lei ho capito che mi piaceva molto aiutare il prossimo. Così mi sono iscritta a un corso di Operatore Sanitario e ho avuto la conferma, nei tirocini e successivamente nel lavoro, che mi appassionava davvero aiutare i malati e gli anziani. Aiutarli a lavarsi, tagliargli le unghie, medicarli, fargli compagnia, una carezza. Fargli capire che io c’ero sempre, per qualsiasi bisogno. Benedico ancora quel giorno che ti ho incontrato, padre Aldo, e mi hai proposto di venire in Paraguay. Da un mese sono arrivata ad Asunción e sono felicissima. È proprio incredibile: dando credito a un incontro tutta la vita può cambiare, tutto acquista una bellezza, anche la storia e la fatica che mi hanno portato fin qui.

Lettera firmata

50/2013

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