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Quando i miei bambini mi chiesero di potermi chiamare “papà”

giugno 30, 2013 Aldo Trento

aldo-trentoNahomi era arrivata alcuni mesi fa al centro di accoglienza per ragazzine in difficoltà. Aveva 14 anni ed era al sesto mese di gravidanza. La sua storia era come avvolta da un segreto impenetrabile, nessuno riusciva a tirarle fuori una sola parola di bocca. Arrivò da noi per un preciso ordine giudiziario. Dal primo giorno ci sorprese per il suo temperamento calmo e allegro, ma non lasciò trapelare niente del suo passato. Rispettosa e perfezionista, riuscì rapidamente a diventare la leader del gruppo: appena lei apriva bocca, tutte tacevano all’istante. Inoltre era molto attenta ai dettagli. Si occupava minuziosamente della pulizia generale, della cura in cucina e nel fare ciò, esigeva che nessuna delle sue compagne rimanesse inerte e, se era necessario, alzava la voce. Attese serenamente il momento del parto che avvenne senza particolari complicazioni, ma soffrì molto poiché le contrazioni cominciarono all’una di notte e il suo bambino nacque alle otto di mattina: pesava due chili e ottocento grammi.

I primi giorni Nahomi lo guardava come fosse qualcosa di estraneo alla sua vita, lo teneva tra le braccia solo per allattarlo. Pian piano, prendendo coscienza che era suo figlio, ha cominciato a non lasciarlo mai solo. Tutto andava bene, la sua vita era tornata a essere come prima del parto. In casa continuava a imporsi come punto di riferimento per tutte le ragazze con uno “stile” apparentemente perfetto. Sembrava proprio una persona capace di volersi bene e appariva a suo agio nel contesto della casa. Ma ecco che d’improvviso, un giorno mi chiamarono alle tre del pomeriggio dicendomi: «Padre, Nahomi è scomparsa col suo bambino».

Fu come un fulmine a ciel sereno, un dolore acuto unito alla rabbia ferì il mio cuore. Ancora non potevo capire la ragione di quel che era accaduto. Sono corso alla Casita dove la responsabile delle ragazze, con serafica ingenuità mi disse: «Nahomi mi ha chiesto il permesso di andare al bar a comprarsi un succo di frutta insieme al suo bimbo e in compagnia di un’altra ragazza della casa». In realtà quando Nahomi arrivò al bar, non vi entrò, incaricando la compagna di comprarle la bibita. Quando l’amica uscì dal locale Nahomi era scomparsa.

Cos’era accaduto? Un sequestro o il compimento di un progetto ideato da lei? I giorni che seguirono furono molto duri, perché non avevamo alcuna notizia e nessun indizio. Poi affiorarono alcune voci: Nahomi era fuggita con la complicità di un ragazzo.

Mi resi conto allora che ci aveva ingannati. Perfetta nel suo comportamento, molto cordiale con tutti e affettuosa con me, in realtà non si era mai sentita parte dalla casa. Viveva con noi, condividendo tutto, ma il suo cuore era da un’altra parte. Neanche la nascita del suo bebè aveva rappresentato un motivo sufficiente per rimanere nella comunità. È il mistero della libertà umana che facilmente viene determinata dalla propria misura. Una provocazione per tutti. Il suo cuore non apparteneva a questo luogo. E quando uno non appartiene, arriva sempre il momento in cui si allontana… ma il “padre” continua ad aspettarla. Durante questi anni tante figlie hanno scelto la “strada”, e quando hanno toccato il fondo sono ritornate – alcune per morire di Aids – nella clinica San Riccardo Pampuri.

David, invece, è un bambino che vive nella casetta di Betlemme numero tre. Qui apro una piccola ma significativa parentesi. La mamma adottiva di questi bambini (10 in totale) è Diana, una giovane donna di 28 anni che sta con noi dall’età della sua adolescenza, quando faceva parte del gruppo giovanile della parrocchia. È stata da subito la vera protagonista delle Casette di Betlemme, vivendo tutta la giornata coi bambini e condividendo ogni dettaglio e circostanza con loro. Un’autentica mamma che non conosce riposo, perché per una madre il vero riposo è vivere coi suoi figli. Senza di lei non esisterebbero questi luoghi di reale aiuto e così densi di affettività.

David, senza una famiglia e con un temperamento iperattivo, a scuola è la disperazione delle maestre. Lo abbiamo inserito in una classe speciale, così da potergli offrire un’attenzione adeguata. Tende a fare ciò che vuole e non è mai tranquillo un secondo. Tuttavia è impressionante la sua affettività. Abbraccia qualunque persona che lo fa oggetto di attenzione e desidera essere a sua volta abbracciato. In Diana ha trovato una vera mamma. E che nessuno si permetta di dire qualcosa di negativo a sua “madre”, perché David si arrabbia subito! Per lui, Diana è tutto.

Questa esperienza affettiva lo sta trasformando, fino al punto che ci si è resi conto della sua vivace intelligenza, di certe sue attitudini e dei suoi interessi. Gli piace il teatro e spesso dopo pranzo ci mostra la sua grande abilità come presentatore. Ama moltissimo la casa e quando arriva una persona nuova lui la prende per mano (non importa chi sia) e le mostra tutte le stanze, dando le ragioni e spiegando il senso di ogni particolare. Mostra i suoi giocattoli e ti invita a giocare con lui. Infine, con una certa fierezza, ti fa vedere la sua stanza che è molto ordinata. È un spettacolo guardare con quale entusiasmo fa tutto questo. È l’entusiasmo che nasce da un’appartenenza, dal fatto che tanto Diana quanto la casa sono parti essenziali della sua vita. Con David non serve chiudere la porta di casa quando la mamma esce, perché lui non si permetterebbe mai di uscire da solo in strada. Il contrario di quello che fece Nahomi. Questo è quello che fa la differenza a livello educativo: il fatto che noi aiutiamo i ragazzi a sperimentare ciò che significa vivere una reale appartenenza.

Alcuni giorni fa le ragazze mi hanno invitato a guardare la televisione con loro. Ma il vero motivo era che volevano chiedermi se potevano chiamarmi “papà”. Vi lascio immaginare la mia commozione. Alcuni giorni dopo, vedendo Norma, una ragazzina disordinata e sporca, l’ho chiamata “chanchito” (maialino). E lei immediatamente: «Ma io sono tua figlia!». Sono rimasto così sorpreso che quando sono stato tentato di correggerla ancora con quell’espressione mi sono morso la lingua. Solo partendo da una relazione di appartenenza è possibile il cambiamento.

Il Mistero mi ha privilegiato
Per finire voglio raccontarvi un ultimo fatto che mi è successo con Liz, una ragazza disabile di 12 anni della Casetta di Betlemme. Lei vive passando dal letto alla sedia a rotelle. In questi ultimi mesi, grazie alla fisioterapia, si sta un po’ riprendendo. La assisteva Elisa, una ragazza americana, e Liz era molto migliorata dentro questa relazione, fino al punto di potersi reggere in piedi da sola e muovere alcuni passi. Quando Elisa è tornata negli Stati Uniti, Liz ha smesso di mangiare. È cambiata, non sorrideva più, si è sentita abbandonata: questo è il dramma che spesso avviene con il volontariato. Venendo a conoscenza della situazione sono andato a fare una passeggiata con Liz. Siamo rimasti insieme un paio d’ore e con grande sorpresa da parte mia, a un certo punto Liz ha iniziato a ridere, a muovere le braccia, manifestando segni di vitalità da tempo sopiti. Ha anche ricominciato a mangiare. Ancora una volta il senso di appartenenza, risvegliatosi in lei, ha fatto finire lo “sciopero della fame”. E finalmente è tornata a sorridere.

Ogni giorno, dopo l’ultima processione nella Clinica, visito tutte le casette per stare coi bambini e gli anziani. È un tour che quando posso farlo per intero mi impegna per circa tre ore, e che termina verso le 23. Ma non è un sacrificio, perché loro hanno bisogno di me e io di loro. Spesso in questo percorso riesco a recitare, mentre cammino, il Santo Rosario. Sperimento una grande gioia, la gioia di chi è stato privilegiato dal Mistero, quello di essere un padre per tutti. Tanto per i bambini quanto per gli anziani, per i malati terminali e per tutte le 170 persone che lavorano qui. Un popolo riunito nella fede che si educa a vivere intensamente la realtà, appartenendo.

Auguro a tutti la cosa più grande del mondo che è la gioia di appartenere a un corpo, dove si genera la gioia della paternità. La politica è importante, ma se non è il frutto di questo respiro di appartenenza, la sua conseguenza sarà la morte dell’io. I nostri figli, tutte le persone intorno a noi, tornano a sorridere solo se noi respiriamo a pieni polmoni l’appartenenza al carisma che abbiamo incontrato nella Chiesa.

paldo.trento@gmail.com

08/2013

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