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«Com’è difficile quando ci si sente rifiutati da quel Dio che si ama tanto»

ottobre 20, 2016 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Caro padre Aldo, (…) ho una vita meravigliosa, una famiglia straordinaria. Non c’è niente che mi debba far sentire triste, eppure mi sono autolesionata e penso che voglio morire. (…). Quando hai scritto che la depressione è una grazia di Dio, ho capito, ma ancora mi domando perché Dio abbia voluto darmela. Non sono nessuno. Io non merito la grazia che proviene da questa sofferenza. (…)

Ho imparato ad aderire con tutte le forze alle cose di cui so di avere bisogno. Anche quando non ne “sento” la necessità. Mi sforzo di mangiare, anche se non sento la fame (…). So che Cristo mi ama, anche se non lo “sento” con me in questi periodi. Mi sono aggrappata al Rosario ogni notte, anche quando non “sento” di stare pregando. Continuo ad andare a Messa tutti i giorni, anche se non “sento” nulla. Mi confesso, perché, anche se non me la “sento”, so che questa è una delle cose più importanti che posso “fare”. Non “faccio” nulla, perché non posso. Quindi, almeno in questo, capisco sempre di più cosa significa la fede (…).
Lettera firmata

Questa volta la mail mi giunge dagli Stati Uniti, da una ragazza di famiglia cattolica appartenente a Comunione e Liberazione. Lei stessa esprime fedeltà ai sacramenti, alla preghiera, in particolare al Santo Rosario. Per di più manifesta una grande forza di volontà, compiendo gesti che, se fosse per lo stato d’animo, non farebbe. Un cammino in salita coperto di aridità senza nemmeno un piccolo arbusto verde ai lati.

Chi ha letto le vite di alcuni santi, ma direi di tutti, si è imbattuto nella famosa notte dell’anima, una notte terribilmente oscura, arida, piena di scrupoli, di dubbi, come quella di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Leggevo in questi giorni la biografia di Leonia Martin, una delle sorelle di santa Teresa del Bambin Gesù, e m’imbattevo continuamente in affermazioni come la seguente: «Moralmente soffro molto di tedio, di stanchezza, di grande disgusto e Gesù si nasconde sempre. Allora che fare se non abbandonarmi nelle braccia della sua tenera Madre? Ma com’è difficile, soprattutto quando ci si sente quasi rifiutati da quel Dio che si ama tanto o che si vorrebbe amare tanto».

Ancora una volta, mi rendo conto dell’importanza del punto di partenza: partiamo da Gesù o dalla malattia? Se partiamo da Gesù tutto è diverso perché, pur nell’angoscia più terribile, la certezza che Lui c’è, come testimonia la nostra amica, dona la grazia della fedeltà alla modalità attraverso la quale Lui è realmente e perennemente presente nella storia dell’uomo: la famiglia, Chiesa domestica, la Chiesa stessa, i sacramenti, l’amore alla Madonna.

Quando, invece, il punto di partenza è la malattia fisica o psichica, è inevitabile la disperazione fino al punto di cercare una forma per porre fine alla vita. Che senso ha il soffrire se non esiste una ragione per cui valga la pena? Nella mia vita sono stato triturato dal dolore morale, dal dolore psichico, dalla depressione, dall’oscurità interiore, da un lungo deserto di aridità e, senza un orizzonte verso cui guardare, dalla tentazione di farla finita. Anni di ossessione, anni nei quali anch’io sono stato fedele alla modalità sacramentale attraverso la quale la Presenza di Gesù è reale, è fisicamente presente. Che una montagna esiste non dipende dal mio stato d’animo, dal fatto che sia giorno o notte. È, s’impone! Così la mia relazione con Gesù. È stato un cammino che, nella sua fase più acuta, è durato 15 anni, andando poi diminuendo, grazie alla Madonna, fino a lasciare il posto alla spondilite, una carezza inaspettata di Gesù. Ci sono ore del giorno nelle quali il mio collo sembra un pezzo di marmo, fino al punto di non riuscire a girare la testa. Ma l’amore a Gesù mi aiuta a celebrare la Messa, anche se con un filo di voce, alle 12.30, e alle 18.30 a vivere la processione del Santissimo con la testa appoggiata all’Ostensorio.

Parlare di “mi sento” o “non mi sento”, a questo punto, non ha più senso perché questa è la realtà attraverso cui Gesù si fa continuamente presente. Quanta fatica alzare la testa, ma se fisicamente mi costa molto, gli occhi del mio cuore sono fissi là dov’è la vera gioia.

Sovente mi trovo distratto nella preghiera, durante la Messa o la processione, incapace di frenare la fantasia o di essere libero dalle preoccupazioni. Questo mi fa soffrire, ma so che la Sua Presenza non dipende dalla mia miseria e questo mi dà pace, come un bambino distratto fra le braccia della mamma.
paldo.trento@gmail.com

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