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La depressione è una battaglia dura. Serve l’aiuto di una compagnia che ci fa scoprire scelti

luglio 7, 2013 Aldo Trento

aldo-trento-jpeg-crop_displayCarissimo padre Aldo, mi chiamo Giovanna. Una ventina di giorni fa una amica ha fatto la professione in un convento di trappiste: ero contentissima per lei. Devi però sapere che nei giorni che hanno preceduto questo evento sono stata preda di un vero e proprio attacco di depressione. Per diverse mattine non avevo nessuna voglia di alzarmi dal letto e quando lo facevo piangevo per due ore. Avendo la sclerosi multipla da 17 anni e non svolgendo alcun tipo di lavoro, è molto semplice per me autogiustificarmi e mettere a tacere le domande vere che ho dentro.
Comunque, il giorno della professione della mia amica è stato bellissimo. Dopo pranzo mi è stata presentata una suora del suo convento che alla fine di una piacevole chiacchierata mi ha chiesto di pregare per una sua intenzione. Stupita, le ho chiesto il motivo e lei mi ha risposto che si vedeva che io ero amica di Gesù. Le ho promesso commossa che l’avrei fatto. La mattina dopo, in me, riprendeva il sopravvento e si imponeva questa considerazione: la mia depressione dipendeva dal fatto di ritenermi sfortunata rispetto ad amiche e amici che si sposano, hanno figli, o prendono altre direzioni. In quel momento, a 18 anni, ho avuto la certezza di essere stata preferita. Sono stata scelta già allora! Ora chiedo a Gesù di rimanere sempre con me.
Giovanna

Caro papà Aldo, ti posso solo chiamare papà. Sono Laura, la figlia di Marisa che è morta due anni fa: è lei che per prima mi ha parlato di te, regalandomi un tuo bellissimo scritto su un gelsomino in fiore. Facendo scuola di comunità, anche se raramente, ho capito che la sequela è a un carisma. Non a una persona in quanto tale ma a ciò cui lei rimanda, e questo è rassicurante. Ho 27 anni e soffro di depressione e disturbi correlati da quando ne avevo 18, quasi dieci anni in cui ho tentato di suicidarmi tre o quattro volte. Sono stata in terapia per anni, e la psicologa che mi seguiva sembrava sempre distante da me, poi nel momento critico mi abbracciava: un comportamento ambivalente abbastanza sconcertante.
Adesso sto meglio e sto concludendo il corso di laurea in scienze infermieristiche. Ho fatto un mese di tirocinio al dipartimento di salute mentale della mia regione e ho conosciuto quelli che la società considera “matti”. Ci sono casi praticamente irrisolvibili: ricordo un paziente di 32 anni, schizofrenico da quando ne aveva 8… mi faceva pensare a Cristo che soffre. Ci sono pazienti che frequentano un centro psico-sociale ai quali vengono praticate iniezioni di antipsicotici: in realtà avrebbero bisogno di persone con uno sguardo umano vero. Se non avessi incontrato la compagnia della Chiesa, sarei una “matta” anche io.
Papà Aldo, mi sento responsabile verso queste persone, e nel contempo incapace… Un altro fatto mi ha segnata e ha deluso le mie aspettative: la mia relazione con un divorziato che poi mi ha lasciata. Mi chiedo: avrò mai una vera stabilità?
Laura

Caro padre Aldo, sono una donna italiana sposata con un inglese. Le scrivo con le lacrime agli occhi dopo aver letto una sua e-mail che annunciava la nascita di Lady Maria. Ogni frase della lettera mi ha riempito di commozione, dolore e speranza.
Sono mamma di due bambini, una di 12 anni e un figlio adottivo di nove arrivato da noi quando di anni ne aveva sei. Ogni giorno faccio tanti sbagli, come mamma e moglie. Spesso mi arrabbio con i “fantasmi” del passato e riduco mio figlio a tutto quello che è successo invece di guardarlo, come dice lei, come un frutto, un dono del Mistero. Spesso mi sono trovata a dover smantellare le “impalcature” costruite dalla psicologa che seguiva mio figlio prima che venisse da noi. Diverse volte abbiamo dovuto lottare perché gli “esperti” volevano sostituire i genitori con le loro teorie.
Ogni giorno lei vede la difficoltà che questi bambini hanno nel fare anche le cose più semplici, non riescono a concentrarsi, devono sempre saltare, gridare. Non ci vuole una laurea in psicologia per vedere che la ferita del distacco dalla loro mamma e l’abbandono hanno incrinato il senso delle cose. Voglio dire: un bimbo impara per simbiosi.
Ogni giorno sono di fronte, come dice lei, alla presenza del Mistero, Dio si serve di tutto per il bene nostro. Voglio anch’io imparare a vedere la presenza del Mistero nello sguardo di mio figlio, invece di fermarmi davanti alle apparenze.
Marta

Queste mail mi riempiono di stupore, fascino e provocazione. Non esiste cosa al mondo più bella e più grande che lo scoprirsi scelto: cambia perfino la concezione negativa che uno ha di sé. E non, cara Giovanna, a 18 anni, ma dall’eternità. Quante volte abbiamo letto nella Sacra Scrittura, nei profeti e nei Salmi che «prima di formarti nel ventre di tua madre io ho pronunciato il tuo nome». Affermava il profeta Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato». Ero nella fattoria a celebrare la santa Messa coi malati di Aids quando ho ascoltato questa lettura e una grande commozione ha preso il mio cuore: sentivo che quelle parole erano indirizzate a me e ai miei figli che vivono in questa fattoria perché malati di Aids e pertanto respinti da parenti e amici.

Nella breve omelia non ho potuto nascondere l’emozione: «Figli miei che soffrite sulla vostra pelle l’emarginazione, ascoltando quello che afferma il profeta Geremia non possiamo più recriminare contro chi ci ha abbandonato, perché siamo frutto di una scelta divina. Dio conosceva già tutto di noi, tutto il male che avremmo fatto e malgrado ciò, Lui ci ha scelti. Tra di noi c’è di tutto, molti hanno vissuto le peggiori perversioni, ma oggi possiamo testimoniare che la nostra vita è un’altra cosa e non perché abbiamo la sicurezza di non tornare a essere come prima, ma perché stiamo cominciando a vibrare per questa certezza di essere eletti, creati in questo momento dal Mistero. La nostra unica occupazione deve essere quella di aiutarci a stare davanti al Mistero come Abramo, Mosè, la Madonna. Come padre Pio a cui è consacrata questa fattoria. Aiutarci a non lasciarci vincere mai dalle nostre miserie, dal nostro passato, a non lasciarci sopraffare dalla depressione, dalla mancanza di autostima. Quello che siamo sarà sempre infinitamente più grande di quello che possiamo fare. Ricordate quel che dice san Bernardo commentando il Cantico dei Cantici: “Dove trovano sicurezza e riposo i deboli se non nelle ferite del Salvatore? Il mondo freme, il corpo preme, il diavolo mi tende insidie, ma io non cado perché sono fondato su salda roccia”».

La mia domanda alla Vergine
Durante questi 24 anni di missione, l’unico lavoro che ho fatto è stato di chiedere alla Vergine che questa certezza diventasse carne. La battaglia è stata e continua a essere dura perché il rischio di lasciarmi determinare dalla mia misura, dalla mentalità mondana, dall’ovvietà, è grande. Senza l’appartenenza a volti precisi che mi educano a vivere intensamente la realtà, senza un lavoro personale, è inevitabile che l’orizzonte della vita si trasformi nella nostra misura. E il risultato è l’angoscia. In questo modo è inevitabile la confusione della quale parla il Santo Padre. Solo vivendo drammaticamente la certezza di essere amati e creati dal Mistero vinciamo il mondo, la confusione. Ma è una battaglia, posso garantirlo, perché non sono mai stato tranquillo.

Questa posizione, cara Marta, ti permetterà di stare davanti a tuo figlio così come è, guardandolo come lo guarda il Mistero che te lo dona in ogni momento. Non importa se continuerai a perdere la pazienza, è umano, perché imparerai a riconoscere che tuo figlio è infinitamente più grande delle sue “monellerie”. E sarà questo sguardo a educare tuo figlio.

Infine, è vero Laura che la sequela è a un carisma, ma non possiamo separarlo dalla persona a cui Dio lo ha dato, nel tuo caso don Giussani. Ora che lui non c’è più, come posso seguirlo? Non è sufficiente leggere i suoi libri e nemmeno aver condiviso anni di vita al suo fianco. È necessario vivere una profonda simpatia con chi oggi guida il movimento per continuare a essere attaccati a ciò che ci aveva affascinati la prima volta. Si vive solo per qualcosa che accade ora. Il carisma è una modalità mediante la quale Cristo ci raggiunge. Per questo motivo vivere il carisma superando il personalismo, che è la terribile tentazione che tutti vivono, è scoprirci oggi più drammaticamente innamorati di Cristo. E la tua mamma è stata per me una testimonianza splendente che ha segnato profondamente la mia vita.
paldo.trento@gmail.com

09/2013

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