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Aldo Trento: Caro amico che ti fai di cocaina, noi vogliamo la luna, non le latrine

aprile 6, 2012 Aldo Trento

Caro padre Aldo, ho vent’anni e posso affermare come Paul Nizan: «Questa non è l’età più bella della vita». Non solo, per me è diventata un inferno. Ho tutto, non mi manca niente e nonostante questo ho dentro di me un vuoto enorme, una disperazione che mi impedisce di vivere. Tutto è grigio intorno a me. Grigiore e solitudine. Gli amici sono solo una fuga dalla vita. Sto con loro per fare baldoria, per dimenticare la realtà e per questo la vita consiste nel passare da una ragazza all’altra, dalla marijuana alla cocaina, al crack. Tutto sta terminando nella mia vita. La mia famiglia è ricca e agnostica e non si è mai preoccupata di me. Fin da ragazzino ho sempre avuto quello che volevo, erano convinti di amarmi soddisfacendo ogni mio capriccio. Non ho neanche finito la scuola media, vivo di rendita, perché economicamente non mi manca nulla. Un giorno un amico mi ha regalato una rivista, Tempi, e la mia attenzione si è soffermata sulla tua rubrica in cui parlavi del cuore dell’uomo e del suo desiderio infinito. 
Mi ha colpito molto perché ho sentito una corrispondenza tra le tue parole e il mio cuore. Ho percepito che tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento era la ricerca di una risposta a quelle esigenze di verità, bellezza, amore, giustizia che il mio cuore aveva sempre cercato, anche seguendo vie sbagliate. Mi sono reso conto che tutti i disordini della mia vita erano inutili tentativi di riempire la mia fame e sete di infinito. Solamente ora, finalmente, mi sono reso conto che è un’altra cosa ciò che io stavo cercando. Padre, mi aiuti a capire meglio cosa è il cuore, cosa sono questi battiti che non mi lasciano in pace, perché provo tanta insoddisfazione e inquietudine. Sono stanco di continuare a vivere nelle latrine del mondo, voglio l’Infinito, voglio la felicità, voglio quell’amore che mi permetta di uscire da questo inferno nel quale sono precipitato. Mi aiuti per favore.

Lettera firmata 

Siamo realisti: cerchiamo la luna, non le latrine. Voglio la luna! Con questo grido Camus, il famoso scrittore francese, nella sua opera Caligola esprime il desiderio più profondo, non solo di uno dei più perversi imperatori romani, ma anche quello di tutti noi, che coscienti o no camminiamo verso l’Infinito, anche se dolorosamente non definiti da Lui. La struttura umana di ciascuno di noi, la grandezza, la nobiltà dell’essere umano si esprimono in questo grido: «Voglio la luna» o «Siamo realisti, domandiamo l’impossibile». L’io umano nasce come grido e già dalla nascita il pianto è la manifestazione di questo desiderio di tornare da dove è venuto, di ritornare all’eternità. Non esiste niente al mondo che possa attenuare questo desiderio, questo grido, espresso in modo magistrale nel quadro di Edvard Munch (L’urlo), in cui vediamo il volto di un essere umano che con le mani si schiaccia il viso e con la bocca bene aperta emette un grido verso l’ignoto. Cose’è questa fame di successo, questa pazzia depravata, questo muoversi da una discoteca all’altra consumando alcool o droghe di qualsiasi tipo, per finire in una sregolatezza totale, se non un tentativo disperato di trovare la felicità? Cos’è questa febbre del fine settimana, sprecato tra feste nel tentativo di soffocare quell’inquietudine esistenziale, se non il segno più potente dell’eterno che tutti cerchiamo? Perché una volta finito il divertimento, dopo una notte disordinata e insonne, quando ci svegliamo sentiamo un’infinita amarezza, un’angustia che ci uccide, che non ci permette di iniziare il nuovo giorno con gioia? Non esiste azione umana, movimento umano che non ci rimandi all’Infinito, che non porti in sé quella fame e sete di felicità, così ben definita nel Salmo 62: «Oh Dio, Tu sei il mio Dio. All’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua». L’essere umano cerca la felicità perché il suo cuore, come il cuore del quadro Icaro di Matisse, vuole volare nello spazio infinito cercando il Mistero, l’unico che corrisponde a quel puntino rosso che ha nel suo petto. L’uomo sarebbe indefinibile, incomprensibile senza questa sete di totalità, senza questa ricerca incessante di felicità, di un piacere che lo riempie. Cercare il piacere appartiene alla natura umana perché soltanto nella soddisfazione del piacere consiste la libertà, cioè l’espressone più umana di sé. Non esiste ragazzo che nella festa, nell’alcool, nel sesso non cerchi la soddisfazione della sua ansia di piacere, cioè di libertà. 

Nonostante questo, uno se non vuole censurare il suo cuore non può non chiedersi: questo piacere, questa donna, questa birra, questa orgia, questa vita depravata schiava della mia istintività, corrisponde veramente, in maniera totale e definitiva, a ciò che il mio cuore cerca? Mi soddisfa pienamente o lascia nel profondo del mio essere un’amarezza infinita e piena di rabbia? È vero che uno si sente libero quando incontra una soddisfazione, anche se temporanea o parziale. Nessuno, se è sincero, può negare che una relazione sessuale, per esempio, non sia in quel momento la cosa più bella del mondo, e che il piacere che uno prova dà un senso momentaneo di felicità imparagonabile. Se qualcuno pensasse il contrario sarebbe solo per moralismo, come diceva Pavese parlando dei clericali che si scandalizzano di certi peccati altrui solo perché loro non possono farli, nonostante li desiderino. Tuttavia, come la storia dell’uomo e la storia personale di ciascuno di noi dimostra, non è esistito né esiste nessun genere di questi piaceri che possano riempire quel potente desiderio di felicità, di amore, di bellezza, d’infinito, di giustizia che definisce l’ontologia del cuore umano.

Non esiste piacere in questo mondo, anche quando il piacere sembra permettere all’uomo di toccare il culmine del godimento, che non lasci l’uomo stesso pieno di amarezza e angustia. Sant’Agostino, che nella sua gioventù ha conosciuto tutto questo e che nelle sue Confessioni ci ricorda la vanità, l’inganno di queste illusioni, di questi piaceri economici, era solito affermare: «Conoscevo a memoria tutte le verità cristiane, ma le donne erano più interessanti». E continuava: «Signore fammi casto, ma non subito». Ma il tormento, il piacere nel quale cercava di colmare la sua sete d’Infinito, nel tempo e con l’aiuto della grazia divina, lo spinsero a consegnarsi all’unica bellezza, all’unico amore, all’unica felicità, l’unica capace di colmare e riempire il suo cuore: l’Avvenimento di Cristo.

Anche san Francesco nella sua gioventù si era consegnato ai facili piaceri della vita mondana, con l’illusione di trovare la felicità. Una volta incontrato Cristo esclamò: «Quid animo satis?», cosa può riempire il cuore dell’uomo? E la risposta non è stata una compagnia etica, ma un Fatto, un incontro, l’incontro con Cristo. L’unico che corrisponde e compie ciò che ciascun cuore umano desidera. Papa Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI ci hanno chiesto di non avere paura di Cristo perché Lui non toglie niente, ma dà tutto! Giovanni Paolo II nel suo viaggio nei paesi del Nord Europa, di fronte a migliaia di giovani che si professavano atei ma alla ricerca della felicità, gridò che quella felicità aveva un nome: Gesù di Nazareth. Il problema è rendersi conto dell’inganno dei piaceri, delle illusioni che, prescindendo dalla realtà, ci portano a sognare paradisi artificiali. È necessario prendere sul serio la nostra umanità con il suo desiderio d’Infinito. La nostra umanità è la via, unica, preferenziale, per incontrare Cristo, come è stato per Zaccheo, la Maddalena, Matteo, la Samaritana. Ciò che cerchiamo è la risposta alla domanda che il giovane ricco ha fatto a Cristo: «Maestro, cosa devo fare per essere felice?» e Gesù gli ha risposto di prendere sul serio il proprio cuore e di seguirlo. Il giovane sorpreso dalla risposta gli disse che fin da bambino era stato serio con la sua umanità. Gesù, sentendo questa risposta, lo guardò con una tenerezza infinita e lo invitò a far parte dei suoi amici intimi, gli propose di stare con Lui. Ma davanti a questa provocazione, a questo invito che gli offriva la possibilità di godere di una libertà autentica, di avere nelle sue mani la luna, con la condizione di abbandonare tutto, gli girò le spalle e se ne andò. L’Evangelista, con una sensibilità unica, afferma: «Se ne andò triste». È la tristezza di chi rifiuta, ieri come oggi, di aprire il cuore a Cristo, perché è il cuore che ha fame e sete di Cristo. Quando l’ultimo grande oratore e senatore dell’impero romano, Vittorino, si convertì al cristianesimo affermò: «Incontrando Cristo mi sono scoperto uomo». L’uomo è solo relazione con il Mistero, come narra la Genesi: «E Dio fece l’uomo maschio e femmina e lo fece a Sua immagine e somiglianza». Questa “immagine e somiglianza” è il marchio che l’uomo porta in sé e solo quando riconosce questa verità trova la pace della quale «il mondo si burla ma non può rubare», come diceva Alessandro Manzoni.

L’incontro del Santo Padre a Madrid con migliaia e migliaia di giovani, è stato un avvenimento unico per tutti, perché ancora una volta la voce del Papa, come quella di Giovanni Paolo II, ci ha gridato di non aver paura di Cristo e di spalancare le porte del nostro cuore a Lui, l’unico a conoscere ciò che c’è dentro il cuore di ogni uomo. Lui e solo Lui rivela pienamente all’uomo l’uomo stesso. A noi il compito di desiderare la luna e cercare l’impossibile, perché altrimenti il treno della vita non si fermerà per farci salire e resteremo come erranti nella selva del mondo, terminando i nostri giorni nella disperazione del niente. «Oh Dio, Tu sei il mio Dio! All’aurora ti cerco. La mia anima ha sete di Te. Come terra deserta, arida senz’acqua». Questo è l’uomo! Voglio la luna, desidero l’impossibile. Cristo si è fatto incontrabile come il giorno in cui Giovanni e Andrea gli hanno chiesto: «Maestro dove vivi?». E lui rispose: «Venite e vedrete». Una domanda che ci è stata riproposta all’incontro tra il Santo Padre e i giovani a Madrid.
padretrento@rieder.net.py

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3 Commenti

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