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Ai vostri figli non chiedete: “Come è andata a scuola?”. Ma: «Cosa hai imparato di bello oggi?»

novembre 25, 2013 Giovanni Fighera

Qualche tempo fa mi è capitato un fatto che mi ha molto interrogato. Vengo contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per lui ostica, di scarso valore nella vita di tutti i giorni, per la quale non si intravede lo scopo di studio. Vedo la donna concentrata sul cinismo del figlio verso la materia scolastica. Allora le espongo la mia preoccupazione che non riguarda il voto in sé. Il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, mi  aveva stupito in quanto giudicava l’esperienza inutile.

L’etica dell’utile ha ormai coinvolto tutti gli ambienti e tutti gli atteggiamenti creando uno scetticismo di fondo, un’incapacità a vivere bene e pienamente le esperienze. La madre, sola nel grande compito dell’educazione dei figli, non aveva mai pensato e prestato attenzione a questo fatto. Nel contempo, ora si sentiva in colpa e responsabile, perché lei spesso a cena aveva parlato della vita in maniera disillusa.

Ritengo quest’episodio molto significativo. In primis ci dice che spesso noi genitori siamo interessati più all’andamento scolastico dei nostri figli che alla loro vita e al loro vero bene. Riduciamo le nostre domande alla fatidica richiesta: «Come è andata la scuola?». Il ragazzo non può che trincerarsi dietro una risposta monosillabica che chiude ogni comunicazione. Se a mia figlia, che ha otto anni, io chiedo se abbia imparato qualcosa di interessante e di bello, lei è più propensa a parlare. A tavola, a cena, ognuno di noi racconta che cosa sia capitato di interessante durante la giornata. Mi sembra un modo per spalancarsi di fronte all’avventura della vita alla ricerca di ciò che ci capita e che renda bella e interessante la vita stessa.

In secondo luogo, constato che la disillusione e il cinismo abitano normalmente negli ambienti di noi adulti. La giovinezza è un atteggiamento dell’animo, che si protende con stupore e con meraviglia verso la realtà e la vita. Mia nonna, anche a novantasei anni, era sempre interessata a quanto accadeva. Può accadere ai giovani di essere più vecchi nello spirito rispetto agli anziani. Quando questo accade, la responsabilità è, però, spesso di genitori, di maestri e di educatori che coprono con la tristezza e la disillusione sulla vita l’entusiasmo e le domande tipiche della gioventù.

In terzo luogo, la cosa più grave che possa accadere all’umanità (e, quindi, a me come uomo) è la perdita del gusto di vivere. L’etica dell’utilitarismo ha seriamente intaccato la capacità dell’uomo di vivere con intensità la realtà. Il mio io non si muove più con meraviglia nel «gran mare dell’essere», come Dante chiama la realtà, ma usa gli affetti, l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i rapporti umani per un tornaconto che abbiamo in mente. La realtà, le cose e le persone non valgono più in quanto tali, ma per i miei progetti.

L’etica dell’utilitarismo è un’altra sfaccettatura dell’ideologia imperante nell’epoca contemporanea. Così, non si conoscono più davvero le cose e le persone, ma le si sfruttano. Non può rimanere, al fondo, che tristezza. All’etica dell’utile «economico» si dovrebbe sostituire l’etica del conveniente e corrispondente a livello umano. Dovremmo chiederci: che cosa davvero mi corrisponde, che cosa può rendermi lieto, che cosa è buono per il mio destino? Giova ricordare un passo dei Promessi sposi, tratto dal capitolo XXXVIII ove Manzoni ci descrive come emblematica della situazione esistenziale dell’uomo l’immagine dell’infermo, mai soddisfatto del proprio letto e sempre alla ricerca di cambiare situazione, perché la propria è sempre insoddisfacente. Una volta che il malato ha trovato un altro letto, scopre, però, che questo è ancora più scomodo e che, forse, si stava meglio prima. Ecco perché converrebbe, ci dice il Manzoni, forse pensare a far bene, più che a star bene e forse si starebbe meglio. Questa per Manzoni è la vera convenienza e corrispondenza al cuore dell’uomo: l’amore.

Nel bellissimo film «The millionaire» un ragazzo di strada riesce a rispondere a tutte le domande poste nel concorso perché ognuna di esse riguardava un aspetto della vita che lui aveva vissuto con intensità.

Affrontare con entusiasmo e con serietà tutta la realtà che abbiamo di fronte è la posizione più umana e più intelligente, che ci permette di capire meglio noi stessi e la realtà in cui la sfida della vita ci fa inoltrare.

La responsabilità si configura come una risposta ad una realtà incontrata, come un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita da sé l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Che cosa guadagno dallo studio? Il colore dei campi di grano, per usare una celebre espressione de Il piccolo principe. Come nell’amicizia, guadagno e scopro un pezzo di realtà, guadagno e scopro un pezzo di me!

Non c’è risposta ad una domanda che non si pone. Non basta, però, porre le domande, ma occorre porle bene. E non bisogna aver paura di non trovare subito la risposta. Io ho chiesto ai miei studenti di investire tutte le materie che studiavano con la domanda di comprendere che cosa si guadagnasse dallo studio. Ho chiesto loro di verificare nell’esperienza se la stessa esperienza dello studio cambiasse con questo desiderio. Ho chiesto loro di verificare se le ore di lezione fossero differenti quando loro le affrontavano pieni del desiderio che accadesse qualcosa di bello. Per me, insegnante, accade così!

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