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Gli Addams, Olindo e Rosa, Alessandra ed Emiliano. Il mistero mostruoso della famiglia

settembre 23, 2014 Annalisa Teggi

«Caina attende chi a vita ci spense» (Inferno, canto V)

Mi pare che le serie televisive dedicate alla famiglia siano più rare di un tempo. Sì, c’è l’imperituro Beautiful, sono ritornati I Cesaroni e ho perso il conto di quale numero seriale accompagni Un medico in famiglia. Però in queste fiction il contesto familiare è solo uno sfondo, peraltro sfuocato.

Io appartengo alla generazione cresciuta con La casa nella prateria, Arnold, I Robinson, Happy Days e soprattutto con La famiglia Addams, che ora, da mamma e moglie, giudico la serie più realistica riguardo a ciò che accade sotto il tetto domestico. Dico realistica, perché gli Addams erano una lieta contraddizione vivente: marito e moglie che, amandosi alla follia, giocavano a lanciarsi coltelli; l’irsuto cugino Itt che viveva nel camino, il pelato zio Fester che si nutriva di elettricità, due figli ubbidienti che giocavano con tarantole e dinamite. Gente matta e felice, che si voleva bene, molto più di ogni spocchioso vicino di casa “normale” che andasse a trovarli.

Perché volersi bene è tutt’altro che un’idillica tenerezza tra persone perfettine; semmai è una vigorosa battaglia educativa, che abbraccia l’unicità anche fastidiosa di ognuno. Le stilettate tra moglie e marito, i parenti assurdi e l’esplosività dirompente dei figli… che tutto questo possa mantenersi in unità accogliente è misterioso, se non mostruoso (e mostruosa appariva al modernissimo mondo esterno la tradizionalissima famiglia di Gomez e Morticia).

A parlarci ancora di questa misteriosa mostruosità della famiglia, a rovescio e tragicamente, oggi c’è la cronaca nera. Due notizie sono comparse sui giornali di recente, che hanno come denominatore comune i coltelli, un marito, una moglie e una casa. Alessandra ed Emiliano vivevano ad Alatri coi loro due figli, si erano separati ma per motivi economici vivevano nella stessa casa. Una coabitazione forzata che, dopo l’ennesimo litigio, ha portato alla tragedia: Emiliano ha accoltellato sua moglie, uccidendola, e poi ha usato la stessa arma per tentare di suicidarsi.

Dal carcere di Opera, invece, ci è giunta la notizia che Olindo Romano si diletta a costruire scacchiere artigianali su cui intarsia disegni di rose, in onore di sua moglie. Lui e Rosa Bazzi sono stati riconosciuti colpevoli della strage di Erba in cui, nel dicembre 2006 morirono quattro loro vicini di casa, tra cui un bambino, uccisi anch’essi a coltellate. Olindo e Rosa hanno sempre implorato di scontare la pena assieme, di avere una cella matrimoniale, e invece scontano la condanna separati. Per Emiliano e Alessandra la casa era diventata una prigione invivibile; per Olindo e Rosa non c’era cosa più desiderabile che una piccola casa come prigione.

Sono tragici esempi estremi, di un dato però autentico: il coltello e l’abbraccio convivono nell’anima di ciascuno. Se assolutizzati singolarmente, assolutizzano tutto ciò che ci circonda: la casa diventa una prigione (da cui fuggire o in cui isolarsi) e chi la abita un mostro. Abbracciare il coltello è, invece, il mostruoso mistero/mestiere in cui si cimenta la famiglia, la cui mano s’intromette fin nelle prigioni intime del nostro male, e lo accoglie in un cammino di educazione al bene. Nel bene e nel male, noi come Caino siamo della famiglia di Adamo; siamo gli Addams.

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1 Commenti

  1. Conscio di fare un commento quasi fuori tema mi preme far notare che nonostante la condanna definitiva ci sono moltissime prove agli atti che lasciano più di qualche dubbio sulla colpevolezza di Olindo e Rosa: inquirenti e magistrati hanno bellamente ignorato tali e tante prove a discolpa dei coniugi di Erba da annullare quasi completamente ogni possibile fiducia nella magistratura.
    Lodevole è il lavoro di Giulio Cainarca che da “Onda libera” su RPL ci legge gli atti del processo e le prove e tra le inevitabili, logiche conclusioni.

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