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Aborto. «Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo» così diceva Madre Teresa di Calcutta

febbraio 4, 2013 Giovanni Fighera

L’aborto «è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisca a me di uccidere te e a te di uccidere me. Noi combattiamo l’aborto con l’adozione. Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo». Così si esprimeva Madre Teresa di Calcutta indicando nell’aborto il più grave pericolo per la pace del mondo, perché è un attentato al mondo intero, il più grave rischio per la sopravvivenza dell’intero pianeta.

L’uomo rinnega la carne della propria carne, ma non osa dirselo, non osa riconoscerlo. Chi non considererebbe madre degenere quella Medea che nell’omonima tragedia ha ucciso i due figli avuti da Giasone per vendicarsi di lui che l’ha sedotta e abbandonata? Eppure, non ci sono atrocità compiute nel passato che possano essere comparate ad alcune forme di aborto utilizzate anche nei paesi occidentali. Addurrò il caso dell’aborto tardivo (proibito negli Stati Uniti solo dal novembre 2003 e praticato ancora oggi in molti stati, come Cina e India) in cui «il medico mette il feto in posizione podalica, afferra i piedi con una pinza, porta le gambe fuori dall’utero e provoca il parto, estraendo la totalità del corpo del feto, tranne la testa. Si esegue quindi un’incisione alla base del cranio del feto, attraverso cui si fa passare la punta di un paio di forbici. Nel foro praticato si fa passare un catetere, attraverso il quale viene aspirato il cervello e il contenuto della scatola cranica del feto» (A. Socci, Il genocidio censurato). Se qualcuno avesse ucciso un bimbo già completamente fuori dall’utero materno in questo modo, i giornali e le televisioni avrebbero gridato all’omicida, al mostro capace di crimini efferati e barbari.

Oggi, l’omicidio non è più chiamato per nome, ma è mistificato con l’avvallo di medici e di giuristi. Nel XX secolo le persone uccise in «atti di violenza di massa» sarebbero oltre cento milioni, forse centocinquanta o duecento milioni. La Seconda guerra mondiale avrebbe da sola mietuto cinquanta milioni di vittime. Ebbene, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità resi del 2012 nel 2008 sono stati praticati 44 milioni di aborti, numero che fa accostare il numero annuale di morti innocenti all’ecatombe della Seconda guerra mondiale. Stime per difetto parlano di oltre un miliardo di aborti negli ultimi decenni. L’aborto è stato introdotto dapprima nei regimi totalitari, la Germania nazista e l’Unione sovietica (dal 1965 al 1982 sarebbero lì più di 150 milioni le vittime), solo più tardi nei paesi democratici. L’aborto così tanto osannato come conquista  della modernità sarebbe quindi il frutto avvelenato delle ideologie totalitarie.

Leggiamo e facciamo conoscere a tutti il dramma teatrale di Giovanni Testori (1923-1993) Factum est rappresenta con una concretezza straordinaria e, ad un tempo, straziante l’abominio perpetrato con l’aborto. Lo scrittore lombardo scrive un monologo teatrale, strutturato in quattordici parti come se fosse una via crucis. Nell’opera parla solo il feto, colui che nella realtà non ha diritto di parola, di espressione, di comunicazione della propria volontà. È lui che viene messo in croce, è lui il nuovo Cristo crocefisso, rifiutato, reso totalmente silente ancor prima che esca dal ventre della madre.

Se nel vangelo di Giovanni «verbum caro factum est» («il verbo si fece carne»), nell’opera di Testori la carne del feto (cui viene impedito di farsi carne al di fuori del ventre materno) si fa di volta in volta parola, profezia, maledizione.

Non appena concepito, il feto grida di esultante gratitudine: «Grazie te, Cristo re!/ Parlo qui! Sento qui!/ Cuore qui, carne qui,/ batte qui, grida qui!/ Vita Cristo vive qui!/ Casa, carne,/ ventre, te. […]/ Grazie, Dio,/ grazie, Luce,/ grazie, Te». La sua gratitudine è rivolta anche al padre e alla madre, cui si sente di appartenere: «Son di Lui,/ son di voi,/ madre, padre,/ sono io!/ Sono Lui/ e lei e te!/ Siamo tre! […]/ Grido lieto:/ sono cuore,/ sono vita,/ forma sono,/ sono feto!». Il padre, però, non riconosce un senso, una causa e un fine a quel grumo di cellule: «caso, bacio/ questo è stato». Il feto allora reagisce rivolgendosi alla madre: «Madre,/ mamma,/ a te m’aggrappo! […]/ Chi ti parla/ era pur come son io!».

Il feto chiede di venire alla luce. Nelle sue parole c’è un richiamo alla responsabilità del padre, quell’uomo che, anche se lo rifiuta, già è padre, perché il figlio è ormai concepito: «So, papà:/ io sono peso,/ peso vero;/ son fatica,/ son legame;/ da portare/ son legname;/ son catena;/ sono pena,/ ma,/ domani?/ Tu la vita,/ padre,/ ami?/ Forse un giorno/ Mi vedrai/ e dirai:/ «lasciar lui?/ Averlo mai?/ Mio bambino,/ vitellino,/ mio gattino…». Una commozione ci riempie il cuore nel sentir parlare un essere così piccolo, innocente, che dapprima sembra insistere sull’affettività dei genitori, poi sul buon senso e sulla ragionevolezza, poi sembra implorare pietà, proprio come un condannato a morte.

Infine, la sua voce si tramuta in maledizione e profezia di distruzione per chi osa perpetrare un tale abominio. Il feto demistifica tutte le moderne giustificazioni dell’aborto, presentato come manifesto del diritto e della libertà della donna, quando esclama: «È per vivere/ – ti dici –/ Per avere libertà»./Libertà/ di spegner vita?/ Libertà/ di violar Dio?/ Libertà per te/ è finita./ Che comincia/ è l’urlo eterno,/ primavera uccisa,/ inverno,/ sempre gelo,/ sempre brina./ Mai sarete/ come prima». Un destino di rovina attende quell’uomo e quella società che non riconosce la vita, che non l’abbraccia, dimentica del nulla che anche noi siamo stati e di quel Tutto che ci ha voluti e ci ha chiamato alla vita: «Cadrai tu,/ rovinerai/ terra che/ rifiuti vita,/ vita spegni/ dentro ventre;/ vino in sangue,/ pane in carne/ trasformato/ uccidendo/ chi non nato/ esser vita/ pur doveva/ hai calpestato,/ vomitato,/ assassinato».

Per questo, a ragione, Madre Teresa vedeva nell’aborto, nel non riconoscimento del senso della nascita e della vita, il rischio più grande per la distruzione del mondo.

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9 Commenti

  1. @ emanuele sarti scrive:

    “ma voi non sembra che pensiate alla madre… con i vari risvolti psicologici della persona”.
    Sono certo che tu sia in buona fede. Ammesso che tu abbia ragione (non lo credo) .. cmq ti faccio presente che neanche tu pensi ai risvolti psicologici che una madre, costretta ad abortire, si porta dentro tutta la vita a seguito di quell’aborto. Inoltre ti faccio notare come non avrebbe alcun trauma psicologico dovuto al parto se trovasse una società promotrice di valori per la vita piuttosto che valori improntati alla “cultura della morte” ormai imperante in occidente.

    • Emanuele scrive:

      Sono conscio anche io dei risvolti psicologici di un’aborto, in entrambi i casi ci sono perché anche far adottare un figlio non è affatto semplice. E’ un’argomento complesso per ovvi motivi ma in generale non sono d’accordo con i contro abortisti, promuovere valide alternative sicuro aiuterebbe ma non si può obbligare una madre a far nascere un bambino se non lo vuole altrimenti non saremmo diversi dai vari regimi totalitari descritti nell’articoli.
      Vorrei capire anche cosa vuol dire cultura della morte.

      • @ emanuele sarti scrive:

        Intanto grazie per essere sceso da là in cima :)

        Per “cultura della morte” (non a caso fra virgolette …è una citazione) intendo il tema sollevato da Giovanni Paolo 2 in moltissimi casi.
        Mi riferivo al fatto che ormai in occidente molte politiche in voga propongono di “risolvere” un probema eliminandolo anche se questo vuol dire non tutelare la vita. Così con l’aborto. Si dice alla madre “non hai soldi? sei stata abbandonata? Questa gravidanza potrebbe dare scandalo e/o problemi psicologici? no problema. Abortisci. Non gli si danno incentivi economici, ne gli si fa presente che l’aborto gli lascerà dei segni indelebili ben più profondi di quelli temuti precedentemente all’aborto e non risolvibili con qualche seduta psicoanalitica. Tralascio il tema “secondario” che il bambino in pancia è vivo..ma sorvoliamo per il momento.
        Altri esempi …eutanasia. Oltre a far credere velatamente a qualunque malato di essere un peso per la società gli si propone di farla finita (dietro bellissime parole quali “dolce morte” “libertà di uccidersi” ecc). In Belgio (dove l’eutanasia è legale) sono sempre più numerosi i casi in cui la decisione di “staccare la spina” viene presa non dal malato ma dai famigliari e ci sono proposte di prevedere che sia addirittura il giudice a decidere. Ti sembra normale? come definiresti una cultura improntata così?

        Tanto per darti un’idea ti linko la pagina di wiki
        http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giovanni_Paolo_II#Il_tema_della_.C2.ABcultura_della_morte.C2.BB

        • Emanuele scrive:

          Al massimo sono sceso dal pero, LOL 😀

          Se una persona non ha soldi magari dovrebbe evitare di fare sesso o quantomeno usare la contracezzione, mandare avanti una gravidanza per 9 mesi costa molto di più, certo non è bello parlare in termini economici ma spesso lo si deve fare.
          Se una ragazza è stata abbandonata si è un problema e credo che almeno in Italia non ci siano strutture adeguate per aiutare le ragazze e spesso per evitare di mettere al mondo una persona che vivrebbe male si preferisce abortire, è una scelta.
          Boh lo scandalo qui il problema non è l’aborto ma è solamente di educazione delle persone, mi vengono in mente i vecchi tempi di una volta quello dove importava di fare solo bella figura etc.
          Sinceramente riguardo allo scandalo è una questione che molta gente non si fa gli affari propri.
          I problemi psicologici li rimando ovviamente al discorso fattao sulle strutture.
          Eutanasia: io sono favorevole e penso se un giorno dovessi ritrovarmi in condizioni di non potermi prendermi cura di me stesso, IO preferisco morire fosse anche con una iniezione mortale. Anche in caso di stato vegetativo, il mio corpo sarebbe più utile per la donazione degli organi piuttosto che stare “vivo” per 30anni fermo immobile.

          • @ emanuele sarti scrive:

            Ti avevo risposto ma il commento si è perso. Spero che non venga pubblicato doppio. Cmq..
            Non capisco la tua risposta. Di fronte ad una ragazza che chiede l’aborto per problemi economici tu rispondi “beh..doveva pensarci prima”.
            A parte la risposta, ti faccio notare che non si risolve il problema con la tua soluzione. Viviamo in uno stato in cui piuttosto che dare 4 spiccioli ad una ragazza secondo te “sprovveduta” e informarla che se abortisce avrà dei traumi psicologici seri, le si propone quale unica alternativa di fatto l’aborto.

            Inoltre prima non ero entrato in argomento, ma dentro la pancia della mamma c’è un bambino e la nostra società prevede che prevalga il diritto di scelta di un adulto piuttosto che il diritto di vita e di nascere di un bambino. Tanto per inquadrare il discorso.
            http://www.ilgiornale.it/news/feto-sopravvissuto-l-aborto-choc-che-nessuno-racconta.html
            http://www.youtube.com/watch?v=AKztjBZ6bm0

            Per quanto riguarda l’eutanasia..invidio le tue certezze. Personalmente non sono della tua opinione. Anzi. Del resto non potrebbe essere altrimenti dato che non posso decidere ora da sano quali sarebbero i miei bisogni e i miei voleri in una situazione futura e del tutto sconosciuta.
            Ma a parte ciò che penso io o tu, ti facevo notare come nei paesi in cui l’eutanasia è legale ormai sempre più spesso non è più il malato che decide la sua sorte (anche perchè non può comunicare un tema tanto complesso) ma i parenti. L’altro giorno al tg2 parlando dei gemelli belgi che si sono uccisi perché ciechi dicevano che in Belgio vogliono fare una proposta di legge per permettere ai genitori di bambini gravemente malati di poter ricorrere all’eutanasia e di prevedere che l’eutanasia sia decisa anche solo dal giudice. Quindi la decisione non si basa sui voleri dell’individuo (che magari non vorrebbe uccidersi data la situazione che sta vivendo lui) ma in base alle sensazioni di terze persone.

            Personalmente vorrei vivere in una società attenta alla vita, che cura i malati (senza nessun accanimento terapeutico) e si prende cura dei più deboli e non in una società che considera i più deboli come pesi morti da lasciare indietro.

            http://www.youtube.com/watch?v=WNmFqU-PxZ0

            • Edo scrive:

              Grazie mille per l’articolo indicato, anche se fa rabbrividire la disumanità a cui la nostra “civiltà” è arrivata grazie a questo “diritto” della donna. Solo un mostro farebbe morire un bambino senza soccorrerlo, ma adesso i mostri sono i medici.

            • romana scrive:

              L’articolo tratto da Il giornale è sconcertante……e poi c’è qualcuno che ha il coraggio di lamentarsi del numero di medici obiettori

            • @ emanuele sarti scrive:

              aggiungo che seguendo questa logica perchè dovremmo curare i depressi?

              Io, per inciso, credo fermamente che i depressi debbao essere aiutati e incoraggiati a vivere.

          • Arrivieri scrive:

            Sul discorso eutanasia dovresti leggere la storia di Massimiliano Tresoldi, che dallo stato vegetativo (in cui era finito per un terribile incidente) è tornato alla vita!

            Sul discorso aborto, un problema enorme è negli ospedali: sembra incredibile, ma proprio i medici (che dovrebbero curare un male, non eliminarlo), nei casi ad esempio di giovani ragazze che non sanno bene cosa fare, i medici spingono per l’aborto, quando invece dovrebbero sostenere la ragazza ad accettare che una vita è presente in lei. La testimonianza di Jerome Lejeune in questo senso è commovente..

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