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25 ottobre 1987, quando il medico divenne santo. Giuseppe Moscati e il cammino degli eroi

ottobre 25, 2012 Pino Suriano

Eroi non si nasce, si diventa. Come l’eroe di oggi, un medico divenuto santo il 25 ottobre del 1987, esattamente venticinque anni fa. Se volete un’agiografia prestampata cercate altrove, qui da me si raccontano gli eroi.

Giuseppe Moscati, per esempio, era uno che ci teneva alla carriera. Concorsi su concorsi, quasi sempre vinti. Nulla di male, per carità, ma neppure nulla di eroico. Così come nulla di male, ma nulla di eroico, c’era nelle sue tante visite private, magari ben pagate, che garantiva all’aristocrazia napoletana ogni pomeriggio. E chissà quante cose non eroiche, magari anche non proprio onorevoli, avrà fatto nella sua vita. Come me e tutti voi, credo.

Dunque, come è diventato eroe? Per caso, of course. O meglio, per ciò che gli è accaduto. Camus diceva che «la grandezza arriva, a Dio piacendo, come un bel giorno». Anche l’eroismo è così: non te lo trovi addosso dal primo giorno in culla, viene dopo, e quasi sempre in seguito a qualcosa, un fatto che lo fa affiorare.

Per esempio, che ne sapeva Giuseppe Moscati che suo fratello sarebbe caduto da cavallo e lui si sarebbe trovato obbligato a prendersene cura, accorgendosi che gli riusciva proprio bene? E che ne sapeva che quella sua competenza di curatore l’avrebbe voluta donare ai poveri dei quartieri spagnoli di Napoli, con visite gratis ogni mattina? E che ne sapeva che questa gratuità, di conseguenza, gli avrebbe fatto scoprire passione anche per la vita e il dolore dei ricchi che lo pagavano e per le ricerche che conduceva pensando alla carriera? E che ne sapeva che una mattina ci sarebbe stata l’eruzione del Vesuvio e lui si sarebbe trovato addosso la voglia di salvare i malati di un ospedale lì vicino ancor prima della sua pellaccia? E che ne sapeva che si sarebbe trovato così innamorato del dolore («io coi malati ci andrei a letto tutte le sere», disse un giorno alla madre)? Che ne sapeva che il dolore gli sarebbe entrato in casa portandosi via padre, madre e fratello, ma donandogli una coscienza più grande (a un mese dalla morte della madre, il 31 dicembre del 1922, scrisse sul diario: «Sia fatta la volontà di Dio»)? E soprattutto, che ne sapeva che tutto questo lo avrebbe portato a sentire sempre più vicina e concreta quella presenza che da tempo chiamava Gesù?

E che ne sapeva che in un pomeriggio del 1927, stremato in poltrona, si sarebbe trovato morto in un attimo? E che ne sapeva la folla accorsa in massa al suo capezzale (al grido di «medico santo») di ritrovarsi tanto grata a quell’uomo? E che ne sapeva Giuseppe Montefusco, malato di leucemia acuta mieloblastica nel 1979, che sarebbe guarito in modo inspiegabile dopo che sua madre aveva sognato e invocato Giuseppe Moscati? Quando Giovanni Paolo lo proclamò santo, 25 anni fa, a Roma c’era anche lui. Di mestiere faceva il fabbro, e in quell’occasione donò al Papa un volto di Gesù in ferro battuto da lui stesso realizzato. Che ne sapeva Giuseppe Montefusco che il suo scalpello sarebbe servito, un giorno, per il volto di Gesù?

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