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Bimba accusata di blasfemia: «In pericolo ora sono le 600 famiglie cristiane»

agosto 21, 2012 Benedetta Frigerio

Il presidente del Pakistan si commuove per il caso. Paul Bhatti ricorda la situazione dei cristiani in fuga. E fa luce su un problema molto più ampio.

«Non permetteremo in alcun modo un uso strumentale della legge sulla blasfemia», sono le parole del presidente del Pakistan, Asif Ali Zardar, dopo la notizia dell’arresto dell’undicenne cristiana Rimsha Masih, accusata di blasfemia. La storia della piccola pakistana ha fatto il giro del mondo. Così, il presidente del Pakistan ha risposto alle pressioni internazionali. Ma di nuovo non c’è solo il suo intervento, giunto anche in altri casi, bensì il fatto che per la prima volta Zardar si sia espresso con una posizione netta, chiedendo al ministro dell’Interno, Rehaman Malik, di preparare al più presto un resoconto dei fatti. Di più, secondo il consigliere speciale del primo ministro per le Minoranze Religiose, Paul Bhatti, che ha raccolto l’eredità del fratello fratello Shahbaz (ex ministro delle Minoranze) ucciso per il suo operato a favore della della libertà religiosa, «il presidente Zardari era commosso».

La piccola, che ora si trova in un riformatorio dove rimarrà per due settimane, è paradossalmente più protetta ora che non nell’eventualità della liberazione. Bhatti, infatti, rispondendo al Corriere della Sera, ha dichiarato che «chiederemo la perizia di un medico e sono fiducioso che la bambina verrà rilasciata, ma il problema poi sarà cosa faranno lei e la sua famiglia». Sui fatti riportati ieri dalla stampa internazionale Bhatti ha poi precisato che la piccola, accusata di aver bruciato le pagine del libro che insegnano a leggere il Corano, non è stata vista da nessuno: «Mi hanno invece riferito che la bimba sarebbe stata avvicinata da alcune persone perché mostrasse che cosa aveva nel sacchetto che portava con sé. Quando l’hanno aperto sembra abbiano trovato i fogli, alcuni bruciati». A quel punto i fanatici avrebbero assediato il quartiere mettendo in fuga ben 400 famiglie delle 600 cristiane che abitano nel povero sobborgo di Islamabad. «Sono loro il problema più grande adesso, non vogliono tornare e, anche se tornassero, sarebbe difficile garantire loro protezione». Non si escludono poi altre violenze da parte degli islamici che hanno assediato il quartiere e che «riescono a esercitare una pressione spaventosa sulle forze dell’ordine».

Bhatti si è poi espresso contro quanti hanno raccontato che la piccola aveva bruciato pagine del Corano, speculando sul suo ritardo mentale fino a mentire dicendo che la piccola era affetta da sindrome di Down, e fornendo versioni personalizzate dei fatti alla stampa. Il consigliere ha sottolineato che in ballo ci sono 600 famiglie, la cui situazione delicata sarebbe aggravata dal comportamento immaturo di persone che gridano senza «avere un reale interesse per la difesa della vita umana». Bhatti, infatti, lavora senza nascondere i fatti, ma con grande prudenza e cercando il rapporto personale con le autorità religiose a cui si è rivolto pregandole di tener conto delle famiglie cristiane innocenti che «vanno protette a prescindere dalle presunte colpe della bimba». La situazione nel quartiere, però, rimane critica. A maggior ragione il consigliere ha chiesto di «non lasciare spazio a notizie senza riscontro o ad interpretazioni che rischiano solo di accendere l’odio fra le comunità».

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