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Bersani, leader senza potere, prigioniero del suo stesso partito

aprile 7, 2013 Laura Borselli

Il teatrino del segretario che si è fatto dettare la linea da “società civile” e giornali. Ha consultato Wwf, Coldiretti e Saviano. Ha rincorso i grillini. E si è beccato un bel coro di vaffa

«Per manifesta incapacità di indicare soluzioni e una direzione 16 mesi fa la politica aveva lasciato il posto al governo dei tecnici e dei professori. Ora che sembrava finalmente arrivato il tempo del ritorno della politica, che si sperava in una ripartenza, siamo alla paralisi totale»
Mario Calabresi, la Stampa

Dopo una Quaresima di campagna elettorale ed elezioni, con tanti italiani (soprattutto cattolici) che hanno fatto il fioretto di andare a votare, se non turandosi il naso comunque faticando a tirare fuori qualche entusiasmo, con la Pasqua è arrivata la sorpresa di una situazione politica congelata dall’irrituale mossa del presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano ha constatato che quei numeri certi che aveva chiesto al pre incaricato Pier Luigi Bersani non c’erano. Ha capito che, con la zona Euro in tempesta e le notizie allarmanti che arrivano da Cipro, non si poteva lasciare l’Italia alla deriva. Ha scartato in fretta l’idea delle dimissioni anticipate e ha tentato il tutto per tutto accendendo il fuoco d’artificio finale del suo mandato: dieci saggi, personalità dai partiti e non solo, scelti direttamente dal Colle per aiutare il governo Monti (che resta in carica per il disbrigo degli affari correnti in mancanza di un altro esecutivo) a mettere in campo i provvedimenti urgenti necessari e preparare il terreno a quelle riforme rimandate da troppo tempo.

«So che esiste una corrente Di Caprio, contro di me. Ma io non ho niente contro Di Caprio. Io Di Caprio l’ho chiamato, è lui che ha rifiutato. Ha detto: “Io ho già fatto Titanic, non è che mi posso fossilizzare nella parte di quello che affonda”»
Corrado Guzzanti nei panni di Walter Veltroni, 2001

Ancora una volta l’analisi politica profetica sulle sorti del paese e soprattutto della sinistra arriva da Corrado Guzzanti. È il 2001, un volenterosissimo Walter Veltroni siede accanto a una collaborativa ma petulante Livia Turco. Il duo deve trovare i nomi giusti per le liste alle politiche. Si scartano i fichi d’India, Paola e Chiara («c’hanno la tournée»), Raoul Bova («ha paura di perdere pubblico»). Il nome di Di Caprio precede di poco l’avviso ai compagni della mozione Amedeo Nazzari, con una gag che entra nella storia: «Lo dico una volta per tutte ai compagni della mozione Amedeo Nazzari: è morto! Amedeo Nazzari è mortooo!». Qui Guzzanti è oltre il pur fondamentale Nanni Moretti dei girotondi, quello del «con questi dirigenti non vinceremo mai», definitivo e liberante quanto Fantozzi sulla Corazzata Potëmkin. Il Veltroni che tenta di ingaggiare Di Caprio va più in profondità perché mette a nudo non tanto l’eterno problema della leadership del centrosinistra, quanto la sua irredimibile sudditanza a un cotè culturale che pure, per ortodossia gramsciana, ha nel dna di influenzare e dirigere. Se il filosofo sardo teorizzava l’occupazione di quegli spazi in cui la cultura si crea e si diffonde, il centrosinistra di oggi appare piuttosto subalterno a quel mondo, una debuttante in crisi di panico da vestito da sera per il proprio ingresso in società. La profezia del Veltroni-Guzzanti è la cronaca di oggi, fatte le debite proporzioni spazio temporali, con un Pier Luigi Bersani che un paio di mesi fa magnificava la società civile e solo ieri consultava il Wwf e la Coldiretti per poi rincorrere Beppe Grillo.

«Storditi dalla vittoria mutilata, i dignitari del Pd si sono poi consegnati in blocco al loro torturatore. E più Grillo li insultava e più loro eccitavano il suo sadismo proponendogli accordi, desistenze, fuitine parlamentari»
editoriale del Foglio, 29 marzo 2013

IL FENOMENO CINQUE STELLE. L’antipolitica che soffia sul fuoco di una crisi economica senza precedenti ha messo culturalmente all’angolo i partiti, costringendoli a imboccare due vie diversamente pericolose. Da un lato quella della rincorsa sui temi tipici della retorica anticasta (con tutto il fiorire dei proclami di sobrietà e nuovi corsi low cost che hanno fatto breccia tanto a destra quanto a sinistra), dall’altro la ricerca affannosa di una nuova verginità. Pochi mesi fa era, appunto, Bersani che offriva i posti nel cda della Rai a nomi della società civile (proponendo Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi) e oggi che neanche la società civile basta a certificare che i palazzi del potere sono vicini alla “gente gente”, scatta la caccia ai curriculum rigorosamente apolitici.
Sono quelli in cui il servizio alla cosa pubblica non è una vocazione, ma un accidente cui ci si presta per contrito spirito di servizio, senza rincorrere prebende né tantomeno il potere, non una carriera che faticosamente si compie, ma un approdo cui placidamente si è traghettati. È il succo del metodo Grasso-Boldrini. Quella trovata che, incredibilmente, un uomo d’esperienza come Pier Luigi Bersani ha creduto davvero potesse funzionare anche oltre l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e risultare addirittura attraente per Beppe Grillo. E qui si apre il capitolo sterminato delle incomprensioni del fenomeno Cinque Stelle su cui si aggrottano le fronti di schiere di intellettuali dopo le ultime elezioni. Se incomprensione c’è stata – e c’è stata eccome – quella da parte del Partito democratico fa ancora più male e non solo perché è da lì, da sinistra, che è arrivato il grosso dei voti al M5S.

«Sogno un Pd che possa dire all’Italia: vieni via con me»
Pier Luigi Bersani, manifestazione del popolo democratico a Roma, dicembre 2010

IL MEGA RADUNO ANTIBERLUSCONIANO. Per capire cosa sta succedendo oggi al Partito democratico bisogna risalire, almeno, al Palasharp, il mega raduno antiberlusconiano che nel febbraio 2011 ha compattato la vasta area degli scontenti di centrosinistra dietro allo scrittore Roberto Saviano. Poco tempo prima di calcare quel palco Saviano chiedeva al Pd di annullare le primarie napoletane per brogli. Detto, fatto. Senza entrare nel merito della decisione, l’episodio è significativo perché testimonia l’eterodirezione del partito, figlia della sua sudditanza intellettuale e culturale.
Certo, il quadro è cambiato da quando l’influenza del giornale di riferimento Repubblica è stata insidiata dal Fatto di Padellaro e Travaglio (non in termini numerici, ma di peso, come se le copie si potessero non contare ma pesare, per parafrasare Enrico Cuccia), ma la dinamica resta immutata e, pur avendo arruolato molti nomi illustri (da Umberto Eco a Gustavo Zagrebelsky), ha ancora in Roberto Saviano il suo simbolo più scintillante. (Non a caso tra un Wwf e una Coldiretti, Bersani ha incluso nelle sue “consultazioni civiche” di pre incaricato, anche l’autore di Gomorra). Fatalmente, il Pd di Bersani ha pensato che la linea di rincorrere i maître-à-penser si potesse applicare anche a Beppe Grillo e ai suoi, andandoli a inseguire spericolatamente su temi indigeribili alla base e dando il via a un teatrino imbarazzante, in cui ogni rifiuto veniva contrabbandato come “non apertura” e ogni vaffanculo come “non complimento”. Come ha detto l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola a Linkiesta.it e prima ancora a tempi.it, il più grande errore di Bersani è stato rifiutare le larghe intese e «pensare che i grillini fossero compagni che sbagliano». Vecchio vizio.

«La politica è professionalità ed esperienza. Oltre che buon senso» 
Silvio Berlusconi all’uscita delle consultazioni con Giorgio Napolitano

Qualche giorno fa l’ennesimo corteggiamento a Beppe Grillo è arrivato da Oltralpe. Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, ha auspicato un incontro con il comico genovese in nome dell’euroscetticiscmo che il suo movimento ha il pregio di aver fatto scoprire agli italiani. La Le Pen ha detto di «attendersi molto» da un eventuale referendum, «con cui gli italiani potranno scegliere di uscire dall’Europa». L’uscita della donna politica francese è l’assist perfetto per chi non vede l’ora di sparare nuove cartucce contro Beppe Grillo, ma più ancora ha l’effetto di far spiccare le parole pronunciate da Silvio Berlusconi all’uscita dal Quirinale, la settimana scorsa, quando il campione dell’antipolitica, l’apolitico di professione, tesseva le lodi della buona politica. Perché le riunioni riservate non sono sinonimo di affari loschi e “accordo” non è necessariamente sinonimo di inciucio. Perché, implicito nell’auspicio di larghe intese che si leva dal Pdl, ma anche da molti settori del Pd, ci sono tutti questi sottintesi. Cose che forse torneranno ad avere cittadinanza quando sarà passata la sbornia dello streaming. Lasciare al cavaliere la parte di quello che si prende la briga di dire le cose più impopolari e difficili. Anche questo, incredibilmente, è riuscito a fare il povero Bersani.  

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1 Commenti

  1. beppe says:

    la manifestazione del PD a roma dovrebbero indirla CONTRO L’IMPOTENZA DI BERSANI!!

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