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Processo Ruby. Arringa finale della difesa di Berlusconi: «La procura non ha prove»

giugno 3, 2013 Redazione

La requisitoria di Boccassini? Incentrata «sulle impressioni», accusa Ghedini. È stata fatta «una ricostruzione sociologica e morale della vita di Berlusconi». Ma decine di testimoni sono contro le ricostruzioni dei Pm

Il taglio della requisitoria del pm Ilda Boccassini è stato incentrato «non sul fatto ma sulle impressioni». Lo ha affermato oggi nell’aula del Tribunale di Milano dove è in corso il processo Ruby, l’avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini. Nella sua arringa finale, Ghedini ha puntato il dito contro l’assenza di prove portate dall’accusa contro l’ex Presidente del Consiglio, sia per quanto riguarda la prostituzione minorile sia per la concussione.
La Procura, ha dichiarato Ghedini, ha fatto «una ricostruzione sociologica e morale della vita di Berlusconi», senza argomentare sulla sussistenza dei reati contestati. «Non stiamo facendo sociologia ma un processo penale», eppure, argomenta Ghedini, nella requisitoria della Procura, «il capo di imputazione è stato completamente dimenticato».

NESSUNA PROVA. La Procura, spiega Ghedini, ha preferito dare rilevanza alla narrazione delle cene, avvenute dopo i fatti contestati nei primi mesi del 2010, che non hanno nulla a che vedere con le accuse. Non ha nulla di «penalmente rilevante» il fatto che siano avvenute «serate impeccabili», quando Ruby era già stata sentita dai pm. Il racconto di quelle serate, ribadisce Ghedini, è «splendido per un salotto ma non per un processo penale».
L’avvocato di Berlusconi ha sottolineato inoltre come nessuna delle ragazze portate a testimoniare, né dalla difesa, né dall’accusa, abbia dichiarato di essersi prostituita: «Tutte negano di aver avuto rapporti sessuali, di aver avuto denari in cambio». Inoltre, spiega, non esistono registrazioni video o audio o fotografiche delle serate, benché la Procura abbia fatto sequestrare computer e macchine fotografiche. Non ci sono prove e «cinquanta testimoni», spiega Ghedini, «dicono la stessa cosa: “il resto è fantasia”». Tutti mentono? Ma la Procura non ha nessuna prova per affermarlo. Perché sono credibili soltanto i testimoni dell’accusa, e solo quando conviene? «Non siamo in epoca medievale» dove servivano le testimonianze di «otto preti per equiparare quella di un cardinale».

IL TRADIMENTO FEDELE. Sul fatto che Silvio Berlusconi sapesse della vera età di Karima El Marough, alias Ruby, spiega Ghedini, la Procura è incappata in un ossimoro. Tutti i testimoni sostengono che Ruby sembrasse molto più grande della sua età, anche la polizia di Milano. E dunque anche Berlusconi poteva non conoscere l’età. A riferirglielo a Berlusconi sarebbe stato Emilio Fede, che già conosceva la ragazza, lo stesso che, secondo la Procura, portò per la prima volta Ruby ad Arcore.
Quale convenienza aveva nel dirglielo? I pm sostengono che Fede glielo abbia riferito, in quanto un “fedele” a Berlusconi non avrebbe potuto non riportargli quella notizia. Secondo la stessa Procura, però, sottolinea Ghedini, l’ex direttore del tg di Rete 4 tradiva in segreto Berlusconi per sottrargli del denaro con la complicità di Lele Mora. Quale coerenza può avere un Fede, premuroso nei confronti di Berlusconi, che lo avverte di avergli portato una minorenne a cena, e il giorno dopo, senza dirlo, «cerca di portargli via i denari»? Quando ha sostenuto questa contraddizione, ha ironizzato Ghedini, forse, la Procura, «aveva in mente un libro di Gustavo Zagrebelsky, Il tradimento fedele». Ma, ricorda: «Siamo in un processo penale non stiamo facendo letteratura».

LA CONCUSSIONE. «L’esattezza» è quello che conta in un processo, non «fare della verità un idolo», ha detto Ghedini. La Procura ha mancato questo obiettivo. Il cuore del processo non sono le cene, ma la telefonata di Berlusconi, allora presidente del Consiglio, a Pietro Ostuni, capo di gabinetto della Questura di Milano, il 27 maggio 2010. E due occasioni (prima della telefonata), in cui, secondo l’accusa, Ruby avrebbe fatto sesso con Berlusconi.
L’accusa di concussione riguarda una telefonata di Berlusconi di quella sera di maggio. L’allora presidente del Consiglio, saputo che Ruby era stata portata in questura, avrebbe indotto Ostuni, secondo l’accusa, a indurre a sua volta il Commissario Giorgia Iafrate al fine di accelerare le pratiche e affidare Ruby alla Minetti. In questo modo, la telefonata di Berlusconi avrebbe provocato la fuoriuscita di Ruby dalla sfera di controllo dell’autorità. «Di quale autorità – si chiede Ghedini – se Ruby non doveva essere arrestata?». Infatti, spiega Ghedini, il fermo era semplicemente amministrativo, come hanno dichiarato tutti i funzionari della Questura. Inoltre, se anche Berlusconi, per mezzo di Ostuni, avesse detto a Iafrate «di accelerare, dov’è la concussione?». Ruby non era stata arrestata, doveva essere identificata, spiega Ghedini. Dunque la Questura era libera di affidarla a Minetti.
Inoltre Iafrate sostiene di aver deciso autonomamente di affidarla e non tenerla in Questura. «Mente anche lei?», si chiede Ghedini. Inoltre, spiega l’avvocato di Berlusconi, per esserci una concussione, è necessario che Berlusconi fosse pubblico ufficiale: ma allora delle due cose l’una: «O Berlusconi ha chiamato come cittadino e ha chiesto un intervento a un funzionario qualsiasi» – ma allora non ci sarebbe concussione, perché non aveva funzioni di pubblico ufficiale – «o ha avuto una condotta correlata alla funzioni di presidente del Consiglio» e dunque non può essere giudicato dal Tribunale di Milano.

INDAGINI AD PERSONAM. Come sono state condotte le indagini?, si chiede Ghedini. In un interrogatorio, «Ruby a un certo punto dice: “ero in comunità, mi sono svegliata, e c’era uno di sessant’anni che mi leccava il sedere”». I pm di Milano «hanno indagato?» «No», afferma l’avvocato, «perché non si chiamava Silvio Berlusconi». Per Ghedini tutto questo dimostra «con quale attenzione la procura ha indagato Berlusconi». Allo stesso modo, spiega, sono state prese per buone le dichiarazioni di Ruby, solo quando conveniente per l’accusa e non quando si negava l’elemento costituivo del reato.

NIENTE SESSO. Ruby non ha mai dichiarato di aver fatto sesso con Berlusconi, spiega Ghedini, e non lo ha confessato neanche privatamente. La Procura non è mai entrata nel merito di quanto la ragazza scrisse sul suo personal computer il 2 ottobre del 2010, poi sequestrato dalla Procura. Neanche lì, spiega l’avvocato, Ruby  scrisse di aver fatto sesso con Silvio Berlusconi. Perché né la Procura né il Tribunale hanno voluto sentire Ruby in aula, per chiarire almeno questo punto? «Che Ruby abbia svolto o non svolto la attività di prostituta – dice Ghedini – è per noi irrilevante. Il problema è che non si è prostituita con Silvio Berlusconi».

NIENTE SOLDI. E i 4 milioni e mezzo che Ruby avrebbe ricevuto per “fare la pazza” e negare tutto ai magistrati? Non ve n’è traccia, prosegue l’avvocato di Berlusconi, tranne che in un’annotazione in un foglietto anonimo su cui la Procura non ha mai chiesto una perizia calligrafica. È stato provato inoltre che Ruby mentì quando riferì che Berlusconi l’aveva chiamata, come invece lei millantò, sotto intercettazione, ad alcune amiche. Inoltre pare strano, prosegue Ghedini, che Ruby aspettasse tanti denari, nello stesso periodo in cui chiamava Spinelli dicendo di non avere «i soldi per la ricarica del telefonino».

CONCLUSIONI. Ghedini ha concluso la sua arringa citando Francis Bacon: «L’uomo crede più facilmente vero ciò che preferisce sia vero»: «Io spero che per voi non sia così». Ha invitato la Corte a giudicare sulla base delle prove e non dei pregiudizi.
«Si condanna quando non si può fare a meno» ha in seguito spiegato l’altro avvocato di Berlusconi, Piero Longo, il quale ha affermato che, stando alle prove e a quanto emerso dal processo, Berlusconi non conosceva l’età di Ruby e Ostuni non è mai stato concusso. La difesa di Berlusconi ha chiesto dunque di trasferire la competenza o al tribunale dei ministri o alla procura di Monza. O, in subordine, di assolvere Berlusconi perché i reati non sussistono.

 

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