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Benzina oltre i 2 euro. «Le accise sono figlie del malcostume e della superficialità fiscale italiana»

agosto 28, 2012 Massimo Giardina

Il presidente di Assopetroli Ferrari Aggradi commenta il prezzo dei carburanti C’è un preoccupante crollo delle vendite. Sullo sconto Eni: lodevole ma se protratto dannoso al sistema

Due euro e più per un litro di benzina. I prezzi della verde sono alle stelle, colpevole anche uno sfavorevole rapporto di cambio tra la nostra sofferente moneta europea e il dollaro americano che, sommato alle molte accise, rende i carburanti una tra le voci di costo più pesanti per gli italiani.
È preoccupato il presidente di Assopetroli-Assoenergia, Franco Ferrari Aggradi, anche se ha tirato un sospiro di sollievo a chiusura del Consiglio dei ministri dello scorso venerdì, dove si era paventata l’ipotesi di un ulteriore aumento delle tasse.

Presidente, che senso ha pagare ancora la guerra in Abissinia nelle accise dei carburanti?
Infatti. Non c’è un senso. Tali accise sono la sintesi di un malcostume e di una superficialità fiscale dell’Italia degli ultimi settant’anni. Su questo tema bisogna dare merito al governo Monti che ha introdotto il criterio delle accise a scadenza.

Beh, il prezzo rimane comunque alto.

Il nostro settore che comprende la filiera produttiva che parte dal cancello della raffineria fino al distributore è in estrema crisi. Per tutta la filiera il ricavo al litro è di circa 12 centesimi e si è abbassato negli ultimi mesi. Le nostri posizioni sono chiare: non resta che intervenire sulla quota tasse. Negli ultimi 12 mesi le accise sono aumentate del 35 per cento sulla benzina e di ben il 46 per cento sul gasolio quindi sul trasporto pesante. È un aumento, specie quello sul gasolio, che il sistema Paese non può reggere.

Avete registrato un abbassamento delle vendite?

Direi che più di un abbassamento si può parlare di crollo perché i volumi dell’erogato sono scesi oltre il 10 per cento. Dati di questo tipo impattano in modo negativo sul settore e nel futuro registreremo la chiusura di molti punti vendita. La crisi e la manovra Salva Italia hanno messo in ginocchio il consumatore e di conseguenza il settore. In aggiunta, ricordo che la chiusura di un punto vendita non è mai indolore.

In che senso?

Chiudere un distributore significa mettere in atto un bonifica con dei costi inavvicinabili. A volte si tiene in vita un punto vendita piuttosto che operare in tal senso: meglio perdere poco che perdere tanto.

E non ci sono soluzioni al problema?
Si potrebbe pensare ad un sistema di incentivazione alla chiusura: un fondo non necessariamente di matrice pubblica, ma passando attraverso l’associazione di settore.

Non è possibile far leva sui costi dei distributori per abbassare di qualche punto il prezzo al litro?

Più di così non credo sia possibile. In Italia abbiamo una media di litri erogati nei nostri 25 mila distributori pari a circa la metà di Francia e Germania, ma riusciamo ad essere competitivi nella stessa misura dei nostri vicini europei. Come le dicevo, credo che abbiamo già raschiato il fondo.

Ma Eni è riuscita ad applicare uno sconto anche se per un periodo limitato.
Dell’iniziativa di Eni è lodevole il principio, ma bisogna tener presente che solo una realtà come la società con il cane a sei zampe è in grado si realizzare un’operazione del genere.

Perché?
Riescono a spalmare lo sconto al cliente in tutta la filiera produttiva: dall’estrazione, all’erogazione al cliente. Per un distributore la cosa non è analoga e alla lunga, uno sconto come quello applicato dall’Eni può rivelarsi pericoloso per la pluralità dell’offerta nel settore.

In questo scuro scenario, ha qualche auspicio?
Mi auguro che attraverso le liberalizzazioni a cui il governo sta lavorando, si razionalizzi il sistema e si definisca il numero di punti vendita in modo da aumentare l’erogato medio per distributore.

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