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Benedetto XVI e i suoi ultimi straordinari discorsi. Borgna: «Testimonianza di qualcosa più grande di noi»

marzo 1, 2013 Emmanuele Michela

Intervista a Eugenio Borgna: «Il suo gesto d’amore» non è stato frainteso. «La sua dolcezza e tenerezza hanno destato un’intuitiva comprensione e partecipazione»

«Sono semplicemente un pellegrino che comincia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio su questa terra. Ma vorrei continuare con il cuore, l’amore e la riflessione a lavorare per il bene comune. Andiamo avanti insieme per bene della Chiesa e del mondo». Le ultime parole di Benedetto XVI, come quelle pronunciate durante l’udienza e davanti al collegio dei cardinali, hanno spiazzato tutti per semplicità e chiarezza. «Il suo – dice a tempi.it Eugenio Borgna – è stato un gesto di sacrificio nato da un coraggio umano sconvolgente. L’offerta di qualsiasi dimensione mondana per abbracciare le radici soprannaturali della fede e della speranza». Borgna è primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano.

Professore, stupisce vedere come Benedetto XVI abbia spiegato la sua scelta come un atto d’amore nei confronti della Chiesa. Che dimensione d’amore è questa? Le sembra che sia stata compresa fino in fondo?
È l’amore di chi rinuncia a quella che è la sua immagine pubblica, la sua parola comunicata agli altri, la testimonianza straordinaria che ha continuato ad offrire a tutti, il coraggio con cui si è confrontato con esperienze dolorose all’interno della Chiesa: nell’amore per gli altri Benedetto XVI ha bruciato qualsiasi traccia di un amore privato, comunque legittimo, qualcosa di legato alla sua presenza umana. Questa dimensione ora scompare, per lasciare spazio alla sua presenza spirituale nella preghiera e nel silenzio. Sono sicuramente aspetti complessi, ma sembrano essere stati colti più di quanto potessimo immaginare: ogni esperienza umana, quando oltrepassa i limiti che noi abitualmente le assegniamo, risulta qualcosa d’anomalo. Eppure non è l’impressione che si ha in questi giorni: leggendo i giornali e le testimonianze dei semplici fedeli, mi pare che la forza, la dolcezza e la tenerezza di questo gesto di Benedetto XVI abbiano destato un’intuitiva comprensione e partecipazione.

Il Papa ha usato un’immagine sorprendente parlando dei suoi anni di Pontificato: ci sono stati alcuni momenti, diceva, in cui «il Signore sembrava dormire». Colpisce che a dire una cosa simile sia stato il Pontefice stesso.
Anche in questo si vede la straordinarietà di Benedetto XVI: anche quando parla e discute di temi profondi e di questioni ecclesiali riesce sempre ad infondere una gentilezza d’animo e un’umanità tale da usare immagini legate alla vita concreta. Le cose che ha detto hanno avuto una tale forza perché sono state espresse con estrema immediatezza e spontaneità. Il Papa sa cogliere tutta la debolezza della gente e andarvi incontro con un linguaggio efficace: è la testimonianza continua di qualcosa di più grande di noi, che lui è in grado di rendere percepibile. Fede, speranza e carità: queste tre virtù che Benedetto XVI testimonia non soltanto nei suoi occhi e nei suoi gesti, ma anche attraverso le sue parole, capaci di calare il Vangelo nel cuore della storia e nel cuore di ogni uomo. Tutti ci riconosciamo in questa croce da cui nemmeno lui scenderà.

Nonostante questo “sonno apparente” di Dio, Benedetto XVI ha ricordato che la barca della Chiesa non è guidata da mani umane, ma divine. Parole forti, in questi giorni in cui abusi e scandali nelle pagine dei giornali si legano a filo doppio con gli scenari legati al Conclave.
Sono parole che restituiscono fino in fondo l’identità e il mistero dell’eccezionalità che è quella assemblea di uomini, il Conclave, che nulla ha a che vedere con l’immagine mondana dipinta su tanti giornali. In quell’unione di cardinali ogni aspetto precario e contingente si consuma nel fuoco della preghiera, di essere assistiti da fede, speranza e carità in quel momento così particolare.

Benedetto XVI ha detto che la sua scelta è stata dovuto dalla consapevolezza di aver visto venire meno le sue forze e capacità. Due settimane fa, il filosofo Fabrice Hadjadj ha detto a Tempi che il termine “dimissioni” non è adeguato a spiegare il gesto del pontefice, mentre sia più corretto parlare di “rinuncia”, parola più adeguata perché più “virile”.
Farei attenzione al linguaggio: più che di virile parlerei di debole, nel senso che anche la debolezza è dote di enorme significato umano. La debolezza è la nostra forza; insieme alla fragilità è parte dell’uomo. È importante ricordare quanto diceva San Paolo su questo aspetto: «Quando sono debole, è allora che sono forte». Il Papa ha capito di non essere più in grado di confrontarsi con tutte le esigenze della Chiesa temporale, così ha preso questa decisione. Ma in questa scelta la sua testimonianza spirituale, quella di una continua rinascita del Mistero e della resurrezione, si dilata e si fa più ampia. Benedetto XVI sta rinunciando ad un aspetto sostanziale della sua guida a capo della Chiesa, quello temporale, per accrescere e dedicarsi all’altro, quello della preghiera, della comunione dei santi. E così la sua testimonianza si fa ancora più grandiosa, assumendo una dimensione sconvolgente: abbandona il mondo senza però perdere il contatto da lui. Abbandona il governo della Chiesa per dilatare il confine di un governo spirituale, diventando quasi un monaco, in una solitudine apparente, non isolante bensì desiderosa di abbandonarsi al solo amore che ci aiuta e ci sorregge in ogni ora.

Benedetto XVI ha più volte ribadito di essersi voluto affidare totalmente a Dio nel portare avanti il suo lavoro in questi anni, appartenendo totalmente a Lui. «Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona». Che senso hanno queste parole in un momento d’addio, quando cioè potrebbe sembrare che il Papa si ritiri a vita privata?
Anche io, come Hadjadj, non parlerei di dimissioni, ma della rinuncia alla dimensione temporale del suolo ruolo di Papa: la sua immagine non privata ma pubblica, il suo governo della Chiesa… Tutto ciò per concedersi esclusivamente a quella spirituale. In ogni sacrificio c’è la speranza di una rinuncia fatta per dare qualcosa agli altri; è così anche qui. Benedetto XVI ha donato alla Chiesa un modo completo di essere Papa che tiene insieme, contestualmente, sia l’aspetto temporale sia quello spirituale, il tutto per affidarsi alla dimensione più profonda. Non praevalebunt: le forze del male non prevarranno, perché la presenza continua del Signore ci consentirà di dare un senso alla nostra vita e alle nostre sconfitte.

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1 Commenti

  1. Marta Sinatra scrive:

    I caratteri della news letter sono troppo piccoli per la mia vista:
    Si può fare qualcosa?
    GrazieM.S.

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