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Bari, sei giudici indagati per tangenti su false compravendite

ottobre 20, 2012 Chiara Rizzo

A Lecce un’inchiesta su sei magistrati del tribunale fallimentare di Bari che avrebbero manomesso le procedure che curavano per intascare denaro.

Sei giudici del tribunale di Bari (quasi tutti hanno lavorato o lavorano alla sezione Fallimentare) indagati perché avrebbero intascato migliaia di euro (il reato ipotizzato è peculato), manomettendo le procedure che curavano, falsificando mandati di pagamento e arrivando in alcuni casi, forse, anche all’usura. È così che prosegue un’indagine di cui poco si parla sui media, in questo momento in mano alla procura di Lecce competente ad indagare dei reati commessi da magistrati in servizio a Bari.

SILENZIO ASSOLUTO. L’inchiesta di Lecce, oggi curata dal pm Antonio Negro che ha appena iscritto 16 persone nel registro degli indagati – tra cui i sei giudici –, è iniziata a gennaio, ma scaturisce da un’altra indagine avviata nel 2009 dalla procura di Bari (guidata dal procuratore capo Antonio Laudati). L’indagine madre si è avviata quando al tribunale civile di Bari è arrivato un nuovo presidente della sezione fallimentare, che sarebbe “inciampato” in alcune anomalie nei suoi uffici scoperchiando un pentolone di malaffari togati. Sugli atti investigativi il silenzio è assoluto, persino sui capi d’accusa mossi ai singoli indagati (e questo sebbene una prima discovery degli atti ci sia stata in agosto, quando la procura di Lecce ha ottenuto dal Gip la proroga delle indagini, notificata quindi anche ai difensori). Secondo La Gazzetta del Mezzogiorno e Repubblica oggi tra gli indagati ci sarebbe anche lo stesso presidente della sezione fallimentare, oltre al suo predecessore, che ora guida la sezione lavoro e altri quattro colleghi, tra cui il presidente di una sezione civile del tribunale. Il presidente del Tribunale di Bari, Vito Savino, è intervenuto oggi stesso con una nota per precisare «che non è dato conoscere riferimenti specifici di reati ai singoli giudici, che si tratta di accertamenti in svolgimento, e che gli accertamenti sono derivati da denunzie puntuali presentate dagli stessi giudici (specificamente dal presidente della sezione fallimentare in servizio da gennaio 2009). Senza imputazioni formali e in contesto di indicazioni approssimative e generiche, non è corretto pubblicare riferimenti titolati».

IL MECCANISMO. Secondo quanto riportato dai giornali locali, sarebbero state ricostruite dai pm salentini, e prima di loro da quelli baresi, alcune delle dinamiche usate dai giudici per appropriarsi di tangenti. È stata l’edizione barese di Repubblica a riportare i meccanismi che i giudici avrebbero usato per appropriarsi delle presunte mazzette: «Il meccanismo ipotizzato dalla procura salentina è il seguente. C’è una fiduciaria. C’è un privato che ha un appartamento, o un qualsiasi immobile, da voler vendere. Diciamo pure che il privato è un magistrato. La fiduciaria è interessata all’affare. Le due parti firmano un preliminare d’acquisto, in sede del quale la fiduciaria versa una caparra importante con molti zero, diciamo una cifra da qualche centinaia migliaia di euro. Al definitivo però i rappresentanti della fiduciaria non si presentano. L’affare sfuma. E il privato – che magari appunto di mestiere fa il magistrato – ha diritto a tenere la caparra. E, mantenendo la proprietà dell’immobile, intasca l’assegno con molti zeri. Il sospetto della Guardia di Finanza, della procura di Bari prima e di quella di Lecce ora, è che non si tratti soltanto di affari sbagliati e sfumati. Ma di una maniera per nascondere tangenti. Tangenti che imprenditori e professionisti hanno versato ad altri professionisti, curatori di importanti fallimenti«.
A Bari, per questo motivo, è stato indagato per peculato l’avvocato Gaetano Vignola, che lavorava per il tribunale locale come curatore fallimentare. Secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, i pm di Bari e il nucleo della guardia di Finanza hanno ricostruito che Vignola avrebbe anche «falsificato numerosi mandati di pagamento, con la complicità (non si sa quanto volontaria) di giudici e cancellieri addetti ai fascicoli». Si indaga anche «sulle modalità di gestione di una serie di fallimenti avvenuti a Bari nel 2009, per questo motivo la Finanza ha ascoltato numerosi testimoni tra cui alcuni commercianti».

UNA PROCEDURA DURATA 26 ANNI. Uno dei casi che hanno destato sospetti, e che vedrebbe anche la partecipazione di Vignola, è stato ricostruito in modo unanime su tutti i giornali locali. Si tratta del fallimento dell’impresa di costruzioni De Pasquale, avviato nel 1980 e pendente per oltre 26 anni: nel 2009 il presidente del tribunale fallimentare appena insediato chiese spiegazioni a Vignola che si occupava della vicenda. L’avvocato si difese con una relazione per iscritto, acquisita agli atti delle due indagini, dove spiegò che doveva provvedere al liquidamento di uno degli avvocati curatori, con un mandato di pagamento da 7 mila euro. In realtà è stato dimostrato che il mandato di pagamento era già stato fotocopiato e presentato in banca 8 volte negli anni precedenti, permettendo così di raccogliere in modo illecito 56 mila euro dal fallimento. Un’operazione che sarebbe stata messa in atto anche per altri procedimenti fallimentari.

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